Varese

Varese, un Giorgio Albertazzi da urlo apre “Tra Sacro e Sacromonte”

Giorgio Albertazzi al Sacro Monte

Giorgio Albertazzi al Sacro Monte

Istrionico, affabulatorio, raffinato, seducente, Giorgio Albertazzi ha conquistato i varesini che affollavano ieri sera all’inverosimile la terrazza del Mosè per l’apertura del festival di teatro “Tra Sacro e Sacromonte”. Una partecipazione al di là di ogni aspettativa, con i gradini tutti occupati ben prima dell’inizio, spettatori seduti a terra distanti neppure un metro dal maestro (“come dice Dario Fo, se la gente non si siede a terra, lo spettacolo non è riuscito” se la ride, beato, Albertazzi), un Andrea Chiodi, direttore del festival, visibilmente emozionato e felice. Un grande evento culturale, che dovrebbe essere la misura di ciò che Varese merita sempre, ogni giorno, per tutto l’anno.

In prima fila sui gradini in pietra erano seduti il prefetto di Varese, Giorgio Zanzi, e il vicequestore, Giovanni Di Teodoro. Compare anche il sindaco Attilio Fontana. Assente, invece, l’assessore alla Cultura del Comune. E prima dell’inizio di uno spettacolo che ci ricorderemo ancora per anni, prendono la parola, brevemente, lo stesso Chiodi, Riccardo Broggini, vicepresidente della Fondazione Paolo VI, e Paola Della Chiesa, direttore dell’Agenzia del Turismo. Poi le luci si abbassano, fa il suo ingresso l’ottimo Coro da Camera di Varese diretto da Gabriele Conti e infine lui, il quasi novantunenne (ad agosto lo sarà) Giorgio Albertazzi, sorridente e quasi stupito dell’affollata platea in cima alla montagna più amata dai varesini.

A questo punto accade l’inatteso, e come sempre avviene in casi come questo, parte una serata magica. Albertazzi percepisce all’istante l’attesa palpabile, l’affetto che i varesini provano per lui, la gioia di partecipare, tutti insieme, a quel secolare rito collettivo che è il teatro. Così propone, sì, i Cori da ‘La Rocca’ di T.S. Eliot, ma si spende anche per spiegare, introdurre, parlare di sè. Inizia un fitto dialogo con il pubblico, come  può permettersi soltanto un grande: senza retorica, senza autocompiacimenti, con parole semplici e profonde. Certo, con quella dose di istrionica bravura che non può mancare, ma – credete – ai minimi sindacali per l’unico grande del teatro italiano che ci è rimasto (insieme a Dario Fo).

“Che bella città, Varese, con il lago, il Sacro Monte”, inizia Albertazzi, che ride beato a vedere tanta gente, anche in alto. “Ciao, ciao..”, saluta i più arditi che lo guardano dall’alto. “Un’opera che non è facile – dice riferendosi ai Cori di Eliot -. Ho conosciuto Eliot negli anni Sessanta, un uomo che viaggiava con una valigia di medicine, raffinatissimo, che amava la gente. Portava sempre i guanti e si lavava le mani 20 volte al giorno”. Non entra a gamba tesa nel testo, ma con un progressivo avvicinamento. “I Cori di Eliot non è teatro, non è poesia. E’ un’invocazione, il lacerante desiderio di uscire dal relativo attraverso l’assoluto, Dio, la Chiesa….ma quale Chiesa?”. Affiorano dubbi, forse la volontà di prendere le distanze da certa “vulgata” ecclesiale che in Italia è andata per la maggiore a proposito di Eliot. Il maestro fa un attimo di pausa e, come un grande, inizia a parlare di sè: dei pantaloni che ha dimenticato, della sua ricerca della toilette prima dello spettacolo, del sacerdote che in basilica si domanda “ma cosa ci fa Albertazzi qui?”. Un avvicinamento gentile ad un testo difficile, enigmatico, duro per il suo desiderio di una “Ecclesia semper reformanda”. Come ricorda Albertazzi  evocando papa Francesco.

Albertazzi legge Eliot, in un testo ridotto all’essenziale. Si alterna al coro, nel silenzio del Sacro Monte rotto solo dal pianto lontano di un bambino, da un cane che abbaia. Concluso Eliot, tra grandi applausi, Albertazzi fa capire subito che non è finita così. E dopo avere chiesto da bere e avere lottato con l’asta del microfono bloccato nel tappeto ai suoi piedi, disorientando gli organizzatori, il grande attore apre alcune finestre sulla sua vita. Sull’amata professoressa Cinita dai capelli rosso Tiziano, la competizione con il compagno di classe Pandofini, per arrivare a Dante Alighieri. E qui, arrivato al Sommo Poeta, l’attore recita a memoria due Canti interi dall’Inferno dantesco: il 26° Canto (quello contro i politici) e il 33° Canto (quello del Conte Ugolino). “E ricordate – rimarca il grande vecchio del teatro – che il primo a leggere nelle piazze Dante sono stato io!”.

Sorpresa finale: Albertazzi chiude la sua  performance con un Sonetto d’amore di Shakespeare. Lo dedica alle donne “senza le quali il mondo sarebbe più buio”. Infine la ciliegina sulla torta: “Mia nonna Leonilde è un mito della mia vita: è morta a 101 anni. E pensate che sua madre è morta a 106 anni…Se tanto mi dà tanto…”. Inarrivabile Albertazzi.

 

 

 

 

 

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4 luglio 2014
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3 commenti a “Varese, un Giorgio Albertazzi da urlo apre “Tra Sacro e Sacromonte”

  1. Giuseppe Brusati il 4 luglio 2014, ore 21:04

    Direttore i migliori complimenti, una grande serata, un articolo degno di un affresco di Giotto,complimenti ancora per la cronaca puntuale e precisa, Varese ha bisogno di cultura, condivisa, forse nazionalpopolare ma comunque ottimo antidoto alla stupidita’ dilagante, facciamo in modo che a queste serate ci possano essere piu’ ” under ” che “over”……proviamoci tutti insieme, una serata che ricorderemo per anni, facciamo in modo che sia sostituita nei ricordi solo da altre belle serate cosi….complimenti ancora.
    Giuseppe

  2. Marco Bossi Federigo il 4 luglio 2014, ore 23:55

    una serata davvero straordinaria complimenti alla direzione artistica una serata che Varese ricorderà per molti anni, finalmente un evento culturale, proporrei Chiodi come direttore del nuovo teatro di Varese, è l’unico che è riuscito a costruire qualcosa a Varese di grande, bello e importante, da piazza San Vittore al Sacromonte e sempre coinvolgendo grandi artisti e importanti nomi del nostro teatro.

  3. Adriano Gallina il 11 luglio 2014, ore 16:04

    Sono del tutto d’accordo con Marco Bossi Federigo. L’amministrazione ci pensi seriamente, per il futuro. Finalmente anche a Varese, grazie ad Andrea, la prova che, come scriveva Paolo Grassi (ma alcuni sostengono che l’abbia scritto proprio Mario Apollonio, il grande storico del teatro a cui a fasi alterne – tra uno sponsor e l’altro – è stato dedicato il teatro di Varese), è possibile “un teatro d’arte per tutti”. Arte. Per tutti. Due poli inscindibili.

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