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In un libro la storia di “Pippo” Platinetti, partigiano senza medaglie

La copertina del volume

La copertina del volume

“Io partigiano senza medaglie. La Resistenza fra il Novarese, la Valsesia e la Val d’Ossola” (Emmeeffe Edizioni, Varese, pp. 144, euro 15), non è un libro che tratti l’intera Resistenza ma quella parte, pur significativa, che è rimasta impressa nella memoria di Pippo Platinetti. oggi vivace novantenne, che a 20 anni, piuttosto che rifugiarsi in Svizzera o vestire la divisa della la Repubblica Sociale di Mussolini, prese le armi per la libertà, seguendo in montagna “Cino” Moscatelli, il primo organizzatore di bande partigiane.

Il titolo del libro potrebbe apparire a prima vista arrogante e, in parte, accusatorio. Non è così. Si tratta di una riflessione del comandante di Platinetti, il letterato Alessandro Monfrini, testimone di alcune imprese di questo esuberante ragazzo che inanellò azioni temerarie, in qualche caso concluse tragicamente.

Platinetti fece tutta la Resistenza seguendo l’intero arco di maturazione delle formazioni, dal gruppo della Cacciana alla “Pizio Greta”, dalla “Volante Loss” alla “Osella”, gettando nella battaglia cuore, coraggio, fedeltà alla causa.

Parlavo giorni fa con Angelo Del Boca, il massimo studioso di storia coloniale, che ha apprezzato questo libro, semplice e sincero, con la Resistenza liberata dai paludamenti retorico-patriottardi delle cerimonie, dalle ghirlande, dall’imbalsamazione in cui ritualmente è confinata dai cantori della retorica, brutta malattia che ha impedito e iimpedisce di conoscere cosa fu in realtà questa lotta di popolo, minoritaria, difficile in un Paese piegato al regime.

Platinetti la Resistenza la presenta nei suoi lati opposti, in quelli eroici, estremi e in quelli oscuri segnati da errori. Facendo così dà un contributo alla verità soprattutto se essa viene proposta dopo 70 anni, lui che. non è mai fuggito neppure quando, dopo il rastrellamento dell’ottobre del ’44 in Val d’Ossola, i compagni avevano preferito trovare rifugio oltre confine.

Platinetti dopo aver dichiarato che avrebbe preferito morire nella “sua” Valsesia, aveva iniziato una lunga marcia a 3 mila metri fra valli innevate per raggiungere casa. Appena giunto aveva ripreso la lotta. Il 26 aprile, a Liberazione avvenuta, aveva sfidato col mitra un carro armato tedesco che a Novara aveva tentato di fuggire, episodio che “Cino” Moscatelli e Pietro Secchia avevano ripreso, raccontandolo nel loro celebre “Il Monte Rosa è sceso a Milano”, l’opera massima della Resistenza italiana.

Franco Giannantoni

3 luglio 2014
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