Varese

Varese, Ivan Bianchi, il fotografo degli Zar amato da Philippe Daverio

L'intervento di Philippe Daverio. Accanto a lui, Mascetti

L’intervento di Philippe Daverio. Accanto a lui, Mascetti

“Visioni d’Impero: Ivan Bianchi, un insubre alla corte degli Zar” è la mostra fotografica che si è aperta ieri sera a Varese presso la Sala Veratti, dove si potrà visitare fino ad agosto. Una mostra che documenta l’opera di un personaggio, il pioniere della fotografia Ivan Bianchi, varesino di nascita e ticinese d’adozione, che ebbe il privilegio di immortalare la grande San Pietroburgo fra il 1852 e il 1854. In Sala Veratti le immagini già esposte nelle sale del Palazzo Costantino di Strelna, nei pressi di San Pietroburgo, in occasione del recente Summit G20. La mostra è a Varese nell’ambito del festival di Terra Insubre dedicato al Continente Russia e grazie alla collaborazione con il Centro Culturale Il Rivellino e con l’Archivio Ivan Bianchi di Locarno, proprietario del materiale.

Immagini sfuocate, in un tenue color seppia, da cui emergono luoghi e interni che evocano le opere teatrali di Cechov, all’alba di quella Rivoluzione che fece presagire un mondo nuovo. Una mostra assai raffinata, che presenta scatti velati di sottile nostalgia, quegli scatti che il varesino-ticinese Bianchi riuscì a realizzare anche grazie ai suoi rapporti con la nobiltà di Corte, alla sua conoscenza degli angoli più suggestivi della città sulla Neva, luoghi – come ha sottolineato ieri sera Jean Olaniszyn, presidente dell’Archivio Ivan Bianchi di Locarno e curatore di un bellissimo catalogo – “oggi non esistono più”. Sempre Olaniszyn, si è detto fiero “di avere riportato Ivan Bianchi nel luogo in cui è nato”. Da parte di Arminio Sciolli, responsabile del Rivellino, l’annuncio che la mostra sarà presto a Jalta.

Ad inaugurare la mostra, sono arrivati a Palazzo Estense anche Alexander Nurizade, Console generale della Federazione Russa a Milano, Norman Gobbi, consigliere di Stato del Canton Ticino, e Cristina Cappellini, assessore leghista alle Culture del Pirellone. Ma introdotto da Andrea Mascetti e Marco Peruzzi, rappresentanti di Terra Insubre, era molto atteso l’intervento dello storico dell’arte Philippe Daverio.

Il critico si è appellato ad una “Europa della cultura” spesso dimenticata e reietta, a cui certamente vanno riportati i ricchi scambi tra italiani e Russia. Al punto che, come ha detto Daverio, “San Pietroburgo presenta una modellistica italiana”, essendo nel contempo “un luogo per ogni tipo di esagerazione, città dello stupore”. Ivan Bianchi, fotografo varesino-ticinese, in realtà va ad immortalare una città che presenta, profonda, la traccia degli architetti ticinesi. Come ha sottolineato il critico, “sono stati Fontana ticinesi a costruire gli edifici a Varsavia e a San Pietroburgo”, architetti che, a differenza di oggi, si muovevano seguiti da uno stuolo di collaboratori e di maestranze. “Decoratori, tagliapietre, aiutanti, con questi collaboratori l’architetto giungeva nelle città”. E nelle città russe come San Pietroburgo gli edifici mostrano ancora oggi le “altissime competenze di quegli architetti”. Ma soprattutto ci ricordano come nei ticinesi albergasse “un virus di onnipotenza e follia”.

 

 

 

 

4 giugno 2014
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