Lettere

Renzi piè veloce e il sindacato

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Gli italiani, per quanto concerne autorevolezza, pongono i sindacati appena dopo i partiti i quali non sono certamente ai primi posti. Che il sindacato oggi abbia molti problemi è assodato e non contestabile. Che questi problemi non siano dell’ultima ora, ma nascano dal passato è anche questo certo. Scarsa legittimazione, incapacità a rappresentare i lavoratori non garantiti, difficoltà a raccogliere le nuove istanze, peso eccessivo dei pensionati rispetto agli iscritti che lavorano, una classe dirigente non propriamente giovane e con una spiccata tendenza alla “fedeltà” al leader di turno, anni passati sulla difensiva per effetto della scarsa capacità di innovare su temi e contenuti. Tutti segnali di come il sindacato viva la più grave crisi della sua storia repubblicana.

Leggere, in questi giorni, di parole molto dure come “il governo ha una logica di autosufficienza e sta distorcendo la democrazia” francamente non mi è sembrato il modo migliore per recuperare consenso e sintonia con l’opinione pubblica, una opinione pubblica, è bene non dimenticarlo che, nella sua grande maggioranza non ama il sindacato e men che meno i suoi leader attuali.

Che l’aria fosse cambiata non c’era certo bisogno di Renzi per capirlo. La globalizzazione ha spazzato via molte certezze. La crisi economica ha fatto il resto. Oggi la gente vuole “decisionismo”, vuole che ci sia chi decida, che non si perda tempo in chiacchiere e che si mostri velocità nell’applicare le scelte. E’ ovvio che questo è in contrasto con i tempi sindacali, con gli incontri per “concertare”, trattare, mediare e alla fine firmare le intese e con la tradizionale “partecipazione”.

Pensate ai tavoli con trenta sigle sindacali sedute con i loro consulenti di fronte ai rappresentanti del Governo tutti intenti a trovare soluzioni per la vertenza di turno o la proposta di politica dei redditi da concordare e pensate a come questa immagine contrasti con le necessità che richiede il tempo attuale. Non ci voleva certo Renzi per sapere che i tempi sono cambiati. Dopo tutto il lavoro “sporco” l’ha fatto Monti il quale, appena giunto al Governo, aveva dichiarato la morte della concertazione e in una notte aveva fatto la riforma delle pensioni con il suo “drammatico” viatico di esodati.

Personalmente non amo la politica che necessita di avere un “nemico” da mostrare all’opinione pubblica. Non amo le continue manifestazioni “muscolari”. Non mi piace che si faccia campagna elettorale facendo diventare un feticcio chi dal comune senso è indicato come il “colpevole” e lo si da in pasto alle maggioranze silenziose. Questi modus operandi mi ricordano un po’ troppo gli “untori” di manzoniana memoria. Di untori non ce ne erano, ma l’importante era non dirlo. Francamente non amo le facile amnesie sui meriti storici che hanno le organizzazioni sindacali del nostro Paese e questo anche al netto degli errori e dei ritardi attuali.

Che il clima sia cambiato tutti ne devono prendere atto. Che questo voglia dire buttare a mare i corpi intermedi e con essi anche l’idea stessa di sussidiarietà lo trovo un passo indietro. Decisionismo non è sinonimo di autoritarismo, ma non è neanche sinonimo di splendido isolamento. Il nostro Renzi ha detto “se il sindacato non ci sta, ce ne faremo una ragione”. Bè, non vorrei che alla fine a furia di “farcene una ragione” nel voltarsi non si trovi più nessuno.

Roberto Molinari

Componente Direzione P.le PD Varese

8 maggio 2014
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