Lettere

Costituzione, la scommessa della riforma

Da alcune settimane si sta parlando della riforma che riguarda la seconda camera del Parlamento italiano, il Senato. La Costituzione italiana nasce in un preciso contesto culturale, politico e civile. L’Italia usciva dalla dittatura fascista dove la libertà era stata negata e il dissenso portato al silenzio o incarcerato. L’uomo solo al comando aveva svuotato il Parlamento per assumere nell’esecutivo e su di se ogni potere. Così, i “padri costituenti”, in tempo di guerra fredda e di scontro ideologico decisero, nella loro saggezza e lungimiranza, di pagare un “prezzo”.

Ripristinare convivenza e libertà a costo di dilatare i tempi delle decisioni se queste potevano essere dirompenti e dare la possibilità ad una maggioranza di prevaricare. Queste sono le ragioni fondamentali di un bicameralismo perfetto, della doppia lettura delle leggi, di un esecutivo “debole” e di un Presidente del Consiglio che è più un coordinatore di ministri piuttosto che un “comandante in capo”. Chi aveva sofferto l’esilio, la distruzione delle sedi sindacali, lo scioglimento dei partiti e la trasformazione del Parlamento nel “bivacco per manipoli”, mai avrebbe accettato regole diverse da quelle che imponevano una mediazione a tutti i livelli.

Una Costituzione non si scrive per l’oggi, lo si fa pensando al domani. Trascorsi diversi decenni e reso più salde le nostre Istituzioni, ci si pone il problema di come non morire di eccesso di garanzie, di veti incrociati e di come poter rispondere a quelle esigenze di velocità decisionale che la complessità della globalizzazione richiede superando, appunto, le “timidezze” dei nostri Costituenti. Evocare la svolta autoritaria ad ogni tentativo di modifica costituzionale fa più torto a chi lo sostiene. Così come non è ammissibile additare ogni voce critica definendola “conservatori” rischiando l’eterno giochino del “populismo” contro le “élitè”.

Io penso che le riforme costituzionali non si fanno per tagliare i costi della politica, ma condivido i pilastri principali della riforma proposta da Renzi: no alla fiducia, no al voto sul bilancio, no all’elezione diretta. In Francia i senatori sono eletti con suffragio indiretto, così anche al Bundesrat tedesco. In Spagna vige un sistema misto. In queste democrazie mature, compresa la Gran Bretagna c’è la prevalenza di una Camera sull’altra. Quello che manca ancora nella proposta Renzi sono i poteri di garanzia che il nuovo Senato dovrebbe avere e i giusti contrappesi. Così come non è ancora chiara la rilevanza costituzionale da dare al nuovo Senato non elettivo tanto più se lo si vuole come “Senato delle Autonomie”. Rodotà ( le cui critiche sono generalmente più convincenti rispetto alle proposte di Chiti o Tocci del PD ) ha recentemente scritto “non si vuol riconoscere che da anni si fronteggiano due linee di riforme costituzionale, una neoautoritaria e una volta a mantenere ferma la logica democratica della Costituzione”. Proprio perché una Costituzione riguarda i tempi lunghi il monito di Rodotà, anche se non condivisibile, dovrebbe essere tenuto presente non per bloccare le riforme, ma per farle meglio.

E’ bene non scordarsi che nessuna regola può sostituirsi al sentimento che fa indignare un popolo. Le regole possono solo favorire gli anticorpi in una società civile. Forse, però, sarebbe bene cominciare a scommettere sulla maturità degli italiani. E forse, qualche riflessione in più, porterebbe a superare i rischi che Rodotà e Zagrebelski, non senza qualche ragione, paventano. Meglio spendere qualche idea in più rispetto a omissioni o silenzi coperti da sole battute ad effetto buone per un titolo di quotidiano.

Roberto Molinari

Componente Direzione Provinciale del PD Varese

11 aprile 2014
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