Lettere

Villa Baragiola, simbolo negativo

Qualche giorno fa, il vicesindaco Carlo Baroni, confessò alla “Prealpina” di avere un suo “sogno”, poter mettere mano a villa Baragiola, luogo a cui si sente legato per avervi fatto le scuole da bambino. Per chi non lo sapesse l’ex seminario di Masnago fu acquisito dal Comune di Varese nel 2001 e attualmente è sede degli uffici dell’assessorato all’urbanistica e di alcune sale espositive.

Nell’intervista, Baroni, annuncia che ha richiesto un finanziamento per intervenire su una parte della struttura di villa Baragiola in modo da ampliarne le sale espositive. Devo sinceramente scrivere che non è la prima volta che intervengo su questo tema. Non ho mai condiviso la scelta di trasformare l’ex seminario in sede di uffici del Comune, tradendone la vocazione culturale ed educativa. Anzi, villa Baragiola, per certi versi, è l’emblema di come la Lega ha amministrato la città. Compiere acquisizioni senza avere idea di cosa farci.

E diciamo anche un’altra verità. Il portarvi l’urbanistica nell’ottobre del 2006 ben cinque anni dopo esserne divenuti proprietari, è stato dettato più da forza maggiore piuttosto che frutto di una originale scelta iniziale. Non si poteva lasciare una struttura di simili dimensioni vuota e priva di manutenzione. Agli uffici del comune, poi, si sono aggiunte alcune sale espositive e il Museo Tattile.

A proposito, ma che fine ha fatto l’idea di trasferire allo chalet il centro di Documentazione dei Sacri Monti?

Fatte queste premesse provo qualche considerazione. L’assenza di un progetto di sviluppo del comparto in tutti questi anni ha fatto si che si siano persi tempo, occasioni e si sia trasformato il luogo in una sorta di “vestito di arlecchino” neanche tanto organico. Quando si amministra una città si può avere un “sogno” nel cassetto, una idea capace di “modificare” il presente e di gettare uno sguardo sul futuro.

Ora, io ho sempre pensato che la cultura sia un po’ il nostro “petrolio”, la nostra industria “pulita”, che crea lavoro e che genera “ricchezza” materiale e non. E, in tempi di crisi economica come quelli che stiamo vivendo solo il cielo sa di quante nuove “industrie” avremmo bisogno. Ecco, allora, il mio “sogno”, la mia suggestione. Io immagino che villa Baragiola debba divenire il luogo espositivo per eccellenza della città di Varese.

Immagino un grande complesso museale che “collegato” con il castello Mantegazza costituisca il principale “polo” attrattivo per interventi culturali capaci di andare oltre i confini cittadini. Immagino a come potrebbe essere “utilizzato” il polmone verde che circonda la villa, per certi versi anche questo un museo a cielo aperto e quale luogo suggestivo e naturale per concerti all’aperto, per esposizioni o anche per reading possa divenire e con quale diversa vivibilità quotidiana possa essere messa a disposizione dei varesini. Immagino, finalmente, un “Santa Giulia” anche per Varese capace di portare migliaia di visitatori nella nostra città e farci rinnovare in quel ruolo di “porta” di entrata per Milano e per la val Padana che vivemmo nei secoli scorsi e di passaggio verso la Svizzera e l’Europa, ruolo che ci ha reso città prospera.

Immagino un concorso “internazionale” capace di disegnare questa parte di Varese così come è avvenuto in molte altre città del vecchio continente che hanno dovuto uscire dai “tradizionali” comparti industriali e inventarsene di nuovi. Abbiamo perso dei “treni” importanti in questi anni. Pensiamo a quali opportunità avremmo avuto se questa suggestione fosse stata costruita per tempo oggi che viaggiamo verso Expo 2015. Questo non è avvenuto, ma forse l’ultimo treno per “innovare” una parte del nostro territorio non è ancora passato del tutto.

Roberto Molinari

21 marzo 2014
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