Varese

Varese, la Bauer agli studenti: visitate il Memoriale della Shoah a Milano

Goti Bauer all'Insubria a Varese

Goti Bauer all’Insubria a Varese

In una Aula Magna dell’Università dell’Insubria affollata di studenti, silenziosa ed attenta, Agata Herskovits, più conosciuta come Goti Bauer, ebrea miracolosamente scampata al massacro di Auschwitz, ha raccontato la sua odissea, dal momento dell’arresto fino alla liberazione.

Un incontro inserito nell’itinerario “Giovani Pensatori”, ma che cade nell’imminenza della Giornata della Memoria. Ad introdurre la testimonianza drammatica di Goti, è il professor Fabio Minazzi, responsabile del ciclo di incontri, che in apertura auspica che la testimonianza  della superstite della Shoah possa servire a che la stessa tragedia possa non ripetersi mai più.

Tutto parte da un incubo, come racconta Goti, in quei lontani anni residente a Fiume: le leggi razziali che all’improvviso, nel 1938, rendono gli ebrei degli emarginati, li espellono dalla vita civile, negandogli la dignità, mentre “la maggioranza della gente resta indifferente”.  Con l’8 settembre, prosegue Goti Bauer, che nei campi di sterminio ha perduto genitori e fratelli, tutto peggiora, quando gli occupanti nazisti applicano le stesse leggi razziali tedesche, con una durezza prima sconosciuta.

A questo punto, la scelta decisiva: fuggire da Fiume e recarsi a Viserba come sfollati. Ma dato che si ingrossava il fiume di ebrei in arrivo nella località di mare, Goti e la famiglia cercano di espatriare in Svizzera. “Siamo giunti a Varese e poi, con un tram, raggiungiamo Ghirla – racconta Goti -. Con l’aiuto di alcuni ragazzi che, dietro ad un compenso, aiutano a passare il confine, con una lunga e faticosa camminata arriviamo a Cremenaga”. A questo punto gli spalloni lasciano la famiglia di Goti davanti ad una rete metallica: i ragazzi salutano gli ebrei. Ma qui scatta la trappola: un fischio, e vengono arrestati da poliziotti. E’ il 2 maggio del 1944.

Presi in carico dai tedeschi, inizia il calvario di Goti e della sua famiglia. Prima nel carcere di Varese, poi a Como, infine a San Vittore a Milano. Infine, sui vagoni-bestiame, partono dalla Stazione centrale di Milano verso Auschwitz, dove arrivano il 23 maggio del ’44.

A questo punto, tra selezioni e percosse, minacce e povertà, inizia la vita della detenuta Goti Bauer, numero A5372 tatuato sul braccio. “Ad una assistente del campo a cui avevo chiesto dove erano i nostri parenti, lei mi rispose: vedete quel camino? Quel fumo? I loro corpi sono già stati bruciati o stanno bruciando in questo momento”. Nel lager Goti si trova a contatto con il dolore e la sofferenza: “Ho sentito la disperazione in tutte le lingue d’Europa”. Ma soprattutto la vita di Goti è fatta di fame, freddo, lavoro da schiavi, ma soprattutto da “una profonda nostalgia per i miei cari”.

A distanza di tanti anni, conclude Goti, “resta una ferita molto dolorosa”. E invita a non dimenticare: “Nei sotterranei della Stazione Centrale di Milano è sorto un Memoriale. Andate a visitarlo, perchè racconta in maniera molto realistica ciò che accadde”.

23 gennaio 2014
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