Varese

Al Teatro di Varese Moni Ovadia dà voce al sentimento dell’esilio

Un momento dello spettacolo varesino di Moni Ovadia

Un momento dello spettacolo varesino di Moni Ovadia

Sono state diverse le edizioni dello spettacolo “Cabaret Yiddish” che ieri sera l’attore bulgaro-milanese Moni Ovadia ha proposto sul palco del Teatro di Varese. “Questa sera avete celebrato con noi delle nozze d’argento: questo spettacolo lo portiamo in giro da 25 anni”, ha detto Ovadia al termine dello spettacolo. L’edizione delle “nozze d’argento” è parsa densa ed equilibrata, un percorso nell’esperienza teatrale di Moni, con i temi più amati, con le melodie più struggenti, con la consueta, insopprimibile ironia come punto di vista sul mondo e sul sacro. Vero pungiball, nel corso dello spettacolo, la serie di pregiudizi e stereotipi dei quali si alimenta l’antisemitismo e l’intolleranza. E che, nell’umorismo ebraico, diventano materia viva per scorribande irresisitibili.

Un percorso che corre veloce, senza cadute, nonostante qualche piccola difficoltà audio. Sul palco pochi elementi essenziali, una sedia, gfli strumenti musicali, due-tre libri posati a terra. Ma in quella scena spoglia Moni evoca un mondo strabiliante, fiabesco e tragico, quello degli esuli: è l’esilio la chiave con cui l’attore e regista guarda all’ebraismo. “Una cultura dell’esilio – dice – che nulla ha a che fare con il concetto di nazione e, ancora meno, con il nazionalismo”.

E così, nel giro di un paio d’ore, Moni, accompagnato da quattro musicisti di vaglia, bussa alla porta di personaggi, storie, parentele, ma anche “si affaccia sull’abisso”, quando evoca la tragedia della Shoah. Ma nulla di astratto o di teorico: tutto ha un volto, due braccia, due gambe, una famiglia (soprattutto una mamma). Tutto è terribilmente concreto, ma soprattutto assolutamente comune a tutti in quanto profondamente umano.

 

18 gennaio 2014
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