Varese

Varese, Monelli della Motta, cinquecento anni di “monellate” in città

Il falò di Sant'Antonio in piazza della Motta a Varese

Il falò di Sant’Antonio in piazza della Motta a Varese

Ne parlava già Giovanni Antonio Adamollo, nel 1619: i monelli della contrada avevano contribuito, a mani nude, a scalzare pietre dalla Motta per portarle, su carretti, fino a San Vittore (allora in costruzione). Trecento anni dopo, il 17 gennaio 1914, un cronista assai critico nei confronti dei ragazzi della Motta racconta quanto avvenuto la sera prima: ”E’ abitudine di ragazzi di andare a raccogliere tutto il legname usato che capita loro sottomano per portarlo sulla piazza ad alimentare il falò, attorno al quale anche ieri sera abbiamo visto una folla di sfaccendati che si divertivano ad osservare l’opera vandalica del fuoco. Perchè qui non è costume, in altri paesi in uso, di portare ciascuno un ceppo del proprio focolare per alimentare il falò: qui invece è l’opera vandalica dei ragazzi che provvede al combustibile. Essi si danno attorno a raccattare legna, là dove la possono trovare a portata di mano; e quando, come avviene di solito, non la trovano, vanno a rubare nelle case gli attrezzi fuori uso, le scale, gli usci rotti, le sedie sgangherate, i tavoli senza gambe, e li portano al fuoco…”.

Oggi come allora altri ragazzi, orgogliosi pronipoti di quei monelli, si fanno carico di ripetere la tradizione, sotto gli occhi di chi, come Angelo Monti, presidente onorario, è stato “monello” per tutta la vita.

I tempi, fortunatamente, hanno addolcito la visione del cronista. Se allora “il falò ardeva abbruciando attrezzi che venivano portati un po’ da tutte le parti, senza il permesso dei loro proprietari, e nessun vigile ha pensato di comparire per frenare un po’ lo zelo eccessivo dei piccoli vandali” oggi i Monelli sono un gruppo organizzato che sovraintende a tutte le fasi della festa. Dalla raccolta della legna, allo stand gastronomico dove vengono cucinate le famose salamelle, e quest’anno anche i famigerati pesìtt, alla benedizione degli animali ed al lancio dei palloncini, è tutto frutto del lavoro (è il caso di dirlo, visto che molti di loro prendono uno o due giorni di ferie ogni anno per la sagra) dei ragazzi di contrada. Il più anziano ha più di ottant’anni, la più giovane…è appena nata! Ci sono alcune famiglie, con due o tre generazioni, e gli “anziani”, in ossequio ad un sano criterio di ricambio generazionale, lasciano spazio (e fatica) ai più giovani.

Non è un caso che, da qualche anno, il “maestro fuochista” sia un giovane ingegnere, figlio di monelli, il cui compito fondamentale è la costruzione di una pira strutturata di bancali, mobili e legname in grado di bruciare alla perfezione. Una bella evoluzione, rispetto al 1914! Coadiuvato da un team di ingegneri, geometri, semplici manovali, i Monelli cominceranno a costruire giovedì mattina. Il frutto della loro fatica sarà cenere entro l’una di notte. Nel frattempo altri monelli si occuperanno della cucina, preparando salamelle da metà mattina fino a notte fonda.

E, se allora “un signore che, rincasando, ha sorpreso quattro ragazzi in casa sua che gli rubavano della legna” e “su questo fatto noi abbiamo già richiamato l’attenzione dell’autorità fin dallo scorso anno, ma si vede che la nostra voce non fu ascoltata” oggi sono proprio le autorità (in testa Sindaco e Prevosto, in rappresentanza del potere temporale e religioso) ad accendere, e ad essere i primi fan, di questa magnifica, secolare tradizione.

10 gennaio 2014
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