Lettere

Paese di santi, navigatori e non-lettori

19503413Il Ministro dell’Istruzione Carrozza ha invitato gli studenti a chiedere ai loro professori di dare meno compiti per le vacanze e più letture. Nessun invito alla ‘ribellione’, né tanto meno alcun invito al lassismo e al disimpegno. Il Ministro sa che per leggere libri bisogna saper leggere e che leggere non è facile; ma sa anche che in Italia a differenza degli altri Paesi europei si legge pochissimo: i dati Istat, appena rilevati, dicono che in Italia i lettori sono scesi dal 46% del 2012 al 43% del 2013.

L’Italia è tra i quindici paesi europei al terzultimo posto per quantità di libri comprati; e poiché esiste un rapporto diretto fra la quantità di libri letti e la crescita del Pil, ne consegue che se si vuole far crescere anche economicamente oltre che culturalmente il Paese, è necessario invertire questo trend negativo, investendo nella lettura.

Sorge a questo punto una domanda: “Di chi è la colpa se in Italia, a differenza degli altri paesi europei, non si leggono che pochi libri e pochi quotidiani, mentre si vede molta televisione?” C’è chi dice, rispondendo semplicisticamente che la colpa è della “scuola che non insegna a leggere, scrivere e far di conto”. Certamente la scuola è preposta istituzionalmente all’insegnamento del leggere, dello scrivere e del far di conto e non solo a questo; ma bisogna vedere anche in quale contesto storico, sociale, economico e culturale operano gli insegnanti e qual è il loro livello di formazione ed aggiornamento.

“E’ di moda dare la colpa alla scuola” – dice il prof. R. Leporini – “Certo a scuola come all’università capita che ragazzi ferratissimi su caratteristiche e contraddizioni del Verismo non conoscono nemmeno la trama dei Malavoglia. Ma la realtà è che noi non siamo un popolo del libro, non abbiamo avuto la Riforma e non siamo stati abituati a leggere i testi sacri. Abbiamo sempre subito e goduto della mediazione della Chiesa che in questo senso ci ha viziati e ci ha resi molto più propensi alla cultura orale”. In sostanza non abbiamo mai avuto una classe borghese colta, non abbiamo mai avuto una nostra età del romanzo. Le ragioni delle difficoltà in cui periodicamente ci imbattiamo andrebbero quindi ricercate nel nostro lacunoso pedigree storico”.

Quindi la disaffezione per la lettura ha cause più profonde e complesse e non solo metodologiche; essa affonda le sue origini nella storia d’Italia e sui ritardi della nostra unificazione nazionale. Il linguista Tullio de Mauro nella sua Storia linguistica dell’Italia unita, ricorda che all’indomani dell’Unità solo il 2% degli italiani parlava italiano, mentre il restante 98% parlava solo i dialetti regionali e locali. Per non parlare della questione endemica dell’analfabetismo che nel 1861 toccava punte di 18 milioni di analfabeti, con il 77% della popolazione residente.

Oggi l’analfabetismo si è ridotto di moltissimo, è quasi scomparso, ma c’è ancora una piccola percentuale di persone che non sa né leggere né scrivere; mentre aumenta l’analfabetismo di ritorno: cioè di quella “perdita di capacità”- dice Tullio De Mauro – “che erano state acquisite a scuola, e che sono state dimenticate. Un analfabeta di ritorno è un cittadino che non sa riassumere, né comprendere, un testo semplice dopo averlo letto. Quindi riuscire a comprendere quanto sia rilevante il problema della scarsa competenza alfabetica degli adulti significa anche capire quanto la nostra scuola lavora, per così dire, in salita. L’insegnante che cerca di occuparsi del ragazzino o della ragazzina che viene da una famiglia in cui mai sono entrati un libro o un giornale fa una fatica spaventosa; così la scuola deve svolgere un compito immane. Del resto da anni Raffaele Simone, docente di filosofia del linguaggio, insieme ad altri specialisti di chiara fama, si interroga sul destino del libro e della lettura nell’attuale ‘civiltà dell’immagine’.

Lo studioso invita a riflettere sul fatto che “la lettura non è più l’unico ‘strumento di formazione’: ‘oralità e visività’ hanno aumentato la loro importanza e si va appannando la funzione della lettura e la lettura da nozione forte della cultura è diventata debole. La cultura del Terzo Millennio vedrà l’ avvento di una generazione di “Guardanti” anziché di “Leggenti”; ma in questa ‘civiltà dell’immagine’ e di ‘vedenti’ la lettura servirà ancora perché essa ha sue peculiarità che i mass media non hanno.” Il problema che si pone al mondo della scuola è come integrare il libro con il mondo multimediale. Queste sono alcune delle tematiche pedagogiche che penso arrovellassero la mente del Ministro, mentre invitava gli studenti alla lettura.

Romolo Vitelli

7 gennaio 2014
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