Varese

Vera Vigevani, da piazza De Majo ad Auschwitz via Varese. Cercando il nonno

Vera_1Vera Vigevani Jarach quel 3 marzo 1939 mentre saliva a Genova sulla nave che l’avrebbe portata in Argentina aveva 11 anni. Era una ragazzina ebrea. La famiglia Vigevani al completo, madre, padre, due figlie, di Modena, colpita dalle leggi razziali di Mussolini, aveva deciso di lasciare l’Italia rompendo gli indugi che sarebbero costati a chi era rimasto, qualche anno dopo, durante la Repubblica di Salò, la deportazione e in molti casi la morte nei campi di sterminio del Reich (nella foto Vera Vigevani Jarach).

Il solo che non aveva voluto seguire la famiglia Vigevani, era stato Ettore Camerino, il nonno di Vera, fratello della madre. Antiquario, veneziano, 74 anni, da poco tempo vedovo, si era chiesto cosa avesse mai fatto di male per dovere fuggire. Una domanda che in quei fatali 1938-1939 si erano posti quasi tutti i circa 40 mila ebrei, l’uno per mille della popolazione italiana. Avevano rivendicato a ragione la loro italianità e la loro adesione al fascismo, i maggiori valori ideali, ancora più importante dei beni materiali. Gran parte degli ebrei, la parte più istruita e scolarizzata della popolazione italiana, ministri, cattedratici, medici, notai, avvocati, scienziati, magistrati, militari era fiera di essere italiana. Più di un ebreo portava sul petto la medaglia al valore.

Ettore Camerino, combattente della Prima Guerra Mondiale, non aveva voluto sentire ragioni. Aveva fatto solo un piccolo sforzo: da Venezia si era trasferito a Milano con negozio in centro città. Si era avvicinato, in caso di estremo bisogno, alla linea di confine con la Confederazione Elvetica. Forse aveva programmato un itinerario di fuga com’era accaduto in tanti altri casi

Infatti il 3 dicembre 1943, a tre giorni esatti dall’emanazione dell’Ordine di polizia n. 5 di Guido Buffarini Guidi che prescriveva l’arresto di tutti gli ebrei italiani e stranieri e il sequestro-confisca dei loro beni, era stato sorpreso alla rete metallica, fra Ponte Tresa e Cadegliano, e arrestato dalla Guardia di Finanza. Dopo un breve soggiorno in carcere a Varese, affidato ai tedeschi, era stato portato a Milano-San Vittore e il 6 febbraio 1944 aveva fatto il suo ingresso ad Auschwitz con il convoglio partito il 30 gennaio 1944 dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano. Vecchio, segnato dal terrore, era stato giudicato inabile al lavoro e subito gassato.

A settant’anni dalla morte, Vera Vigevani Jarach, la “nipotina” di allora, oggi 86enne, ha voluto vedere di persona i luoghi dove il nonno materno era stato arrestato e detenuto. Due luoghi simbolo: Ponte Tresa e Cadegliano-Viconago, e il carcere dei Miogni di Varese. Per farlo è venuta direttamente da Buenos Aires dove per trent’anni ha fatto la giornalista, corrispondente dell’Ansa per l’Italia.

Vera una donna minuta, i capelli candidi come la neve, il sorriso sfumato, una roccia nell’animo, fiera combattente per la libertà, è stata una delle fondatrici dell’Associazione delle “Madri di Piazza de Majo”. L’unica figlia Franca, diciottenne, studentessa del “Colegio Nacional” di Buenos Aires, era stata arrestata il 25 giugno 1976 con 103 compagni di scuola dai militari golpisti di Videla, torturata nella caserma dell’Esma, gettata viva dall’aereo nell’Oceano.

Vera Vigevani Jarach non ha più nessuno. E’ un simbolo della nuova Argentina.

Ho fatto a questa donna da “compagno di viaggio” lungo questo estremo calvario durato un’intera giornata mentre per le strade brillavano le stelle natalizie. Come prima tappa siamo andati al confine ammantato di neve come forse era allora, al tempo della Shoah italiana, con Pietro Roncoroni, il bravissimo sindaco di Lavena-Ponte Tresa; poi fra le celle del carcere di Varese in compagnia dall’Ispettore Capo Enrico Murru.

Vera ha voluto conoscere ogni particolare. Le ho detto tutto quello che sapevo. Ha trattenuto a stento le lacrime ma non ha mai pianto. Alla fine della giornata mi ha regalato il suo ultimo libro “I ragazzi dell’esilio” “Argentina 1975-1984” (24 marzo Onlus, Roma 2013, Euro 18,00) con la struggente dedica “A Franco nel ricordo di Franca”.

Poi ha infilato la mano nella borsetta, ha cavato fuori una manciata di monete e mi ha detto: “Dalle ai mendicanti”. Qualche ora prima parlando della odierna Varese, le avevo confidato, ed era stata molto colpita, che da queste parti era in corso da mesi con un certo vigore e molta pubblicità “la caccia ai mendicanti”. Forse, ma è una mia idea, Vera prima di darmi le monete era tornata con il pensiero alla “caccia agli ebrei”, a quella violenza dell’uomo sull’uomo. La molla scatenante in fondo, fatte le debite proporzioni, era sempre la stessa. La diversità.

Franco Giannantoni

 

30 dicembre 2013
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