Lettere

Renzi uno, due e tre

Il 15 dicembre Matteo Renzi è stato “confermato” Segretario del PD. E’ passata un’epoca da quando nel 2012 si assistette alla vittoria di Bersani alle primarie per la premiership del centrosinistra. Sono cambiati i gruppi parlamentari, la classe dirigente e il quadro politico. Bersani nel 2012 si pose come il continuatore della storia di una “ditta” che aveva percorso il secolo “breve” e che voleva finalmente essere “socialdemocratica”.

Sappiamo come è andata a finire. Bersani, nella convinzione di aver già vinto le elezioni, nel tentativo di non scontentare nessuno, fece proposte deboli. Il post elezioni poi fu un susseguirsi di errori che portarono il PD sull’orlo di una crisi di nervi oltre che ad una pericolosa empasse istituzionale.

Le primarie del 2012 si erano aperte però con il protagonismo di Renzi che dell’idea della “rottamazione” aveva fatto la sua bandiera.

Lì abbiamo conosciuto un primo Renzi. Un Renzi che sosteneva la necessità di chiudere con una generazione di politici, di chiudere con il patto di sindacato stretto da ex comunisti ed ex popolari che aveva portato alla creazione del PD, ma anche alla convinzione più o meno radicata che il PD non fosse un partito contendibile e che fosse la prosecuzione di quella storia nata nel 1921.

Le ragioni dell’allora sconfitta del sindaco furono, probabilmente, oltre al fatto di essere percepito come un corpo estraneo al PD, il parlare come se in campo ci fosse stata la segreteria del partito e non la premiership, l’arroganza dei toni e la vaghezza dei contenuti.

L’insuccesso di Bersani e i modi in cui questo è maturato hanno aperto le porte a Renzi.

Così, in questo 2013 sino alla sera dell’8 dicembre scorso, abbiamo assistito ad una seconda fase politica, ad un secondo Renzi. Un Renzi che per tutta la fase congressuale ha parlato molto di quello di cui ha bisogno il Paese per uscire dalla recessione e poco del PD e spesso si è messo all’attacco di Letta e del Governo delle larghe intese.

Come non dimenticare le battute sulla lentezza delle decisioni, sulla necessità di superare l’alleanza con il PdL e la polemica sul ministro Cancellieri. Tutti temi cari alla pancia del partito, all’elettorato più deluso e a quella parte che in passato non lo aveva votato.

Frutto di questa strategia è stata prima la vittoria tra gli iscritti del PD, anche se di misura, ma comunque netta e poi l’affermazione alle primarie aperte.

Con domenica 15 dicembre però si è aperta una nuova fase, un terzo Renzi. Un Renzi in grado di frenare i “renziani” della prima ora, quelli che vogliono la “pulizia etnica”, tant’è che ha offerto a Cuperlo la presidenza del partito e affidato un posto importante ad un uomo del terzo arrivato nella segreteria.

Non solo dialogo con gli sconfitti, ma anche toni nuovi rispetto al Governo Letta e, vera novità, il lancio del guanto di sfida nei confronti di Grillo e quindi uno stop a chi nel PD voleva lo spostamento dell’asse politico in direzione di una improbabile quanto preoccupante alleanza PD, SEL, Grillo.

In questo contesto, il suo “dialogo” con Landini leader della FIOM, ha dato il segno, poi, di un pragmatismo senza pregiudiziali.

Così si è rimesso in movimento il quadro politico. Il Governo appare aver intrapreso la strada di una “competizione virtuosa” nei confronti del Segretario del PD e si ritorna a parlare di riforma elettorale e istituzionale con qualche chance.

Renzi ha dichiarato che non farà la corrente, questo potrà voler dire che forse nel futuro del Pd potrebbero non più o solo esserci, come protagonisti attivi, i renziani della prima ora, ma bensì tutti coloro che hanno a cuore le sorti del partito anche se non sposano le tesi del Sindaco. Probabilmente con la vittoria di Renzi si è veramente chiusa una storia, ma che non è solo quella della “ditta” che sa di “rosso antico”. Si è chiusa definitivamente anche la storia dell’altra “ditta”, quella che proveniva dalla “balena bianca”. Ora, il dubbio che dovrà essere sciolto è se, con il leader post ideologico che Renzi sembra incarnare, siamo entrati nella prospettiva davvero di una “nuova sinistra” capace di muoversi pragmaticamente e in grado di contendere gli elettori prescindendo da qualunque voto in passato abbiano espresso o se, viceversa, ci troviamo di fronte solo ad un nuovo leader, buon comunicatore e con piglio decisionista. Un po’ poco per sperare nel futuro del PD e del Paese.

Roberto Molinari

componente direzione p.le PD

Varese

20 dicembre 2013
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