Lettere

Essere disoccupati

Faccio un lavoro strano, io. A volte non è simpatico il mio lavoro. Qualche giorno fa è venuta da me una persona a chiedere informazioni. Voleva sapere come doveva comportarsi perché era appena stato licenziato. Si dirà, “cosa abbastanza comune in questo momento.” Vero, infatti, il problema non è questo, ma quello che sta dietro.

Voleva sapere cosa poteva fare. E’ stato chiamato dal capo del personale e gli è stato detto che da quel momento doveva uscire dalla ditta, lasciare tutto e ritenersi licenziato perché la società aveva richiesto dei tagli al personale. Lui era il responsabile logistica, era un quadro. Le sue funzioni, da lì in avanti, le avrebbe fatte il suo superiore.

Gli avrebbero pagato il preavviso e anche alcune mensilità aggiuntive. Ho chiesto “l’azienda è in crisi?” “Lo è stata un anno fa, ma ora viaggiamo a pieno ritmo”. Ho chiesto “da quanto tempo lavora lì?”, mi ha risposto “sei anni”. Ho visto piangere questo uomo. Ha più di quarant’anni, una famiglia e si sente perduto. Non conta quanti soldi l’azienda propone di mettergli in tasca per liberarsi di lui, si sente perduto.

Essere disoccupati è uno stato devastante. Lo so perché l’ho vissuto. Essere disoccupati ti porta a sentirti inutile. Non hai più il rispetto per te stesso, ti senti incapace e inadatto a fare qualsiasi cosa. E più passa il tempo, più pensi di non farcela a risalire la china. E perdi la speranza.

Ho pensato, le nostre sono “leggi imperfette”. Non conta quanti soldi puoi avere per risarcimento da un licenziamento. Quello che vuoi è un lavoro e questo non è una legge dello Stato che te lo può dare. Il lavoro è la tua dignità, è il rispetto negli occhi di chi ti guarda, dei tuoi amici, della tua famiglia e di chi ti sta vicino. Il lavoro è una speranza accesa sul futuro. Ho pensato, ci vuole uno Stato efficiente, capace di dare opportunità a chi perde lavoro perché il lavoro non si ha per decreto legge.

Ho pensato, non è più un problema di art. 18 o della Legge Fornero, è il problema del non avere più chi crea lavoro, è il problema del vedere che i figli degli imprenditori fanno “finanza” e chiudono le aziende, è il problema del vedere che le nostre banche non sostengono idee, ma preferiscono scommettere su prodotti finanziari, per guadagnare e guadagnare di più. Ho pensato, leggendo quanto ha dichiarato il sindaco di Londra, “l’avidità è un valore essenziale dell’attività economica” che non mi piace una umanità guidata dall’egoismo. E ho pensato che l’unica voce che si è alzata a criticare il capitalismo in questi anni è quella della Chiesa.

Non sono un clericale. Papa Francesco, ancora qualche giorno fa, ha puntato il dito contro la finanza che distrugge posti di lavoro, ho pensato, diranno che è di sinistra anche il Papa. E ho pensato alle nostre piccole cose, ai nostri conflitti politici e alle nostre primarie. Ho pensato a quella distanza che oggi c’è tra la politica e le vicende quotidiane delle persone. Mi sono chiesto se ha ancora senso fare politica.

La risposta me l’ha suggerita un amico gesuita venuto a Varese per parlare alla “Fondazione dei Popolari varesini” ricordandomi le parole di Papa Francesco “il credente deve partecipare adempiendo a quello che è il compito di ciascuno, a qualsiasi tradizione di pensiero appartenga: articolare e incarnare nella giustizia e nella solidarietà, nel diritto e nella pace, una vita sempre più umana”.

Roberto Molinari

30 novembre 2013
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