Varese

Varese, una Hedda Gabler sul lettino di Freud al Teatro di Varese

OLYMPUS DIGITAL CAMERAImpeccabile l’Hedda Gabler portata, sul palco del Teatro di Varese, da Manuela Mandracchia (nella foto). Dolce e ambigua, annoiata e orgogliosa. La Mandracchia domina la scena da grande signora delle scene, offrendo agli spettatori varesini, purtroppo non numerosissimi, una serata di grande teatro. Si muove con grande fascino, la sua Hedda Gabler, nella sala della villa sovrastata dal ritratto del padre morto, al quale appartengono quelle pistole che stroncheranno prima la vita dell’ex amante e poi la vita della stessa Hedda, che chiude il dramma di Ibsen con un suicidio che consente il proseguimento del tran tran borghese degli altri personaggi.

E’ buia la scena, raramente illuminata da un fascio di luce che proviene, all’improvviso, dalla finestra aperta sul giardino. Hedda si contorce ed esprime le sue frustrazioni di donna maritata con un uomo che non ama. Ambiziosa, immagina vie d’uscita che affida, nella sua mente, ad altri uomini, benestanti o seduttivi. Si racconta, e non a caso la convincente regia di Antonio Calenda la stende su un canapé che molto ricorda il famoso lettino viennese di Sigmund Freud.

Attorno all’ottima protagonista, si muovono altri interpreti di solida impostazione, come Luciano Roman, che interpreta il giudice Brack, o Jacopo Venturiero, che propone la figura di un marito assente e inadeguato. Merita poi un cenno particolare Federica Rosellini, che veste i panni di una fragile e determinata signora Thea Elvsted, legata a Hedda da un rapporto di ambigua amicizia.

Insomma, una prova teatrale di gran classe, che conferma la stagione di Prosa del Teatro di Varese come ricca di proposte raffinate e di qualità, che meriterebbero maggiore attenzione da parte dei varesini amanti del teatro.

 

15 novembre 2013
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