Lettere

De profundis per il Classico?

Con la riapertura delle scuole si è dibattuta tra gli addetti ai lavori, la questione del grande calo un po’ in tutta Italia delle iscrizioni nei licei classici. Il fenomeno riguarda anche il nostro liceo “E. Cairoli” di Varese, che continua purtroppo a perdere iscritti.

Il dato delle ridotte iscrizioni ai licei classici è interessante perché indica una linea di tendenza: c’è un disamore nelle nuove generazioni per la cultura classica; però a ben riflettere questa incapacità della cultura umanistica di essere interessante ed attraente per gli adolescenti non è fenomeno circoscritto all’oggi. Già nell’Ottocento il problema dell’ utilità degli studi classici si poneva tra i giovani, come ci racconta il grande storico della letteratura italiana F. De Sanctis che dopo aver cercato di invitare appassionatamente un giovane a studiare le humanae litterae si sentì rispondere a malo modo: “Filosofia, letteratura, storia, latino, greco a che prò ? per finire ammalato in uno ospedale?” Oggi il distacco dallo studio del greco e del latino si è accresciuto e i “nativi digitali” si orientano verso i licei scientifici, linguistici e gli istituti tecnici, scegliendo una formazione più attenta al contemporaneo, più spendibile sul mercato.

Ma allora non c’è più speranza per i licei e gli studi umanistici in genere in questo mondo multimediale e tecnologico? Penso che una pur flebile speranza di continuare ad attingere al grande patrimonio del passato possa essere ancora coltivata a condizione però che ci si liberi da due false e simmetriche convinzioni. Quali? La prima, quella che ritiene che solo lo studio del latino e del greco antico sia in grado di fornire le coordinate giuste per comprendere il mondo attuale; la seconda, quella secondo cui gli studi classici non abbiano più nulla da dire ai ‘nativi digitali’, ai figli della rete perché l’ambiente/ contesto in cui si sviluppano l’istruzione e l’educazione dei nostri giovani è profondamente cambiato sia a livello personale, lavorativo, culturale, sociale, politico che tecnologico. E continuerà a cambiare sempre più velocemente.

Coloro che affermano una superiorità assoluta del greco e del latino, rispetto alle altre discipline, nella formazione dei giovani, portano avanti una concezione dura a morire che non ha fatto molto bene allo studio dei classici in genere. Già nel 1916, il filosofo e pedagogista statunitense John Dewey polemizzava con chi identificava l’ ‘umanesimo’ con la conoscenza del patrimonio culturale ed artistico del mondo classico e con l’insegnamento del greco e del latino, trascurando deliberatamente le possibilità educative di altre discipline. “La conoscenza è umanistica”- diceva – “ non perché è rivolta ai prodotti umani del passato, ma in virtù di quel che fa per la mutua comprensione umana. Qualsiasi disciplina che raggiunge questo risultato è umanistica, qualsiasi disciplina che non lo raggiunge non è nemmeno educativa”.

Parimenti falsa e parziale è la convinzione di coloro che affermano che in un mondo tecnologicamente avanzato lo studio del passato non abbia più nulla da dire oggi.

Gli studi classici – obiettano giustamente i grecisti – proprio in virtù della loro peculiarità, di dare una visione olistica, cioè d’insieme, del tutto, possono offrire una migliore e più completa educazione alla complessità, e il nostro mondo attuale, ipertecnologico e globalizzato, è un mondo straordinariamente complesso. Ciò è vero però questa educazione alla complessità potrà essere meglio assicurata se si sarà capaci di rivedere quell’impostazione metodologica troppo grammaticale – traduttiva, tuttora imperante, che allontana i giovani dallo studio dell’antico.

Come se ne esce? Occorre riformare la scuola a misura del presente, dandole un nuovo principio educativo sostitutivo di quello gentiliano ormai in crisi da tempo; una riforma scolastica che sia in grado di collegare in un nesso strettissimo la cultura classica e la cultura scientifica, al fine di fornire alle nuove generazioni una conoscenza critica del passato, un’ esperienza del presente e valide prospettive per il futuro.

Romolo Vitelli

4 novembre 2013
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3 commenti a “De profundis per il Classico?

  1. annina il 4 novembre 2013, ore 19:57

    quando all’estero assumeranno volentieri laureati in materie umanistiche, laureati in Italia, anche i figli dei lavoratori (dipendenti o autonomi) sempre piu’ poveri, forse qualcuno, per quelli scolasticamente piu’ bravi – affrontera’ costi e rischi. Certo per questi, e anche per gli altri figli di nessuno, non ci sono, in questo Stato, posti ad “intuito personam” (scritto giusto?), solo l’emigrazione.

  2. giovanni dotti il 5 novembre 2013, ore 10:57

    Caro prof.Vitelli, tutte belle considerazioni ma la politica in materia scolastica cosa ha fatto di concreto? D’accordo che “con la cultura non si mangia”, come ebbe a dire un nostro”acculturato” Ministro, ma è pur vero che senza cultura l’uomo diventa solo una macchina per produrre e far soldi, e qui si vedono i limiti -ed i rischi- della nostra civiltà capitalistica. E col “comunismo” è andata anche peggio. Dal Fascismo in poi nessun Ministro della Pubblica Istruzione ha pensato di riformare seriamente la Scuola italiana. Che così com’è appare antiquata e anacronistica, sopratutto per quanto riguarda i Licei, con la dicotomia -inutile e assurda oggidì- tra studi classici e studi scientifici. L’ho già scritto in altre occasioni: perché non accorpare il tutto in un Liceo Unico, con un triennio uguale per tutti e indirizzi differenziati solo nel biennio finale? E abolendo o rendendo facoltative certe materie,come ad es. la lingua greca antica, per sostituirle più proficuamente con lo studio sopratutto delle letterature,delle arti e delle filosofie “classiche”, in modo da dare a tutti -anche a chi in seguito opterà per l’indirizzo scientifico – una formazione umanistica di cui si gioverà per tutta la vita? E introducendo maggiormente lo studio di lingue e letterature straniere e di nuove materie, come sociologia e psicologia, se non anche un po’ di psicoanalisi? Solo così la scuola potrà formare non solo dei “tecnici” preparati nei loro rispettivi campi di lavoro, ma anche delle persone capaci di comprendere la complessità dello spirito umano e la variegata realtà mondo contemporaneo. Perché i Ministri si occupano solo di “tagli” e di quadrature dei bilanci, e non anche di riformare e aggiornare la Scuola secondo criteri più duttili e moderni? Dalla politica attenderemmo proposte concrete e costruttive, non solo distruttive com’è stato finora.

  3. RomoloVitelli il 8 novembre 2013, ore 19:56

    Caro Dotti le tue considerazioni e le tue proposte mi trovano d’accordo. Nelle Scuole Europee, quando vi insegnavo, c’era qualcosa di analogo. Contrariamente a quello che dice Tremonti con la cultura si mangia e progrediscono cittadini e nazioni. In Italia purtroppo le forze politiche di centro, destra e in parte anche di sinistra non hanno investito, come si sarebbe dovuto, nella ricerca, nella cultura e in una riforma seria di tutto l’impianto scolastico (cosa che del resto ho scritto e denunciato sino alla nausea). Un caro saluto RV

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