Varese

Varese, “Tomaino a Varese”? Dimostra che un’altra città è possibile

Un momento della presentazione del volume "Tomaino a Varese"

Un momento della presentazione del volume “Tomaino a Varese”

A Varese l’occupazione di piazze e strade con sculture, di piccole, medie o maxi dimensioni, acquistate o donate poco importa, non è sempre un’esperienza riuscita, almeno per i varesini che vi assistono, qualche volta sorpresi, qualche volta sgomenti, qualche volta ormai in preda alla rassegnazione sul fatto che qui il bello non è di casa. Ci sono piazze terribili che, ancora oggi, a causa delle opere che vi abitano, sarebbe meglio vedere libere e desolate, piuttosto che patetiche ed occupate.

Fortunatamente ci sono anche iniziative che, rivolte agli spazi pubblici, hanno un senso, una durata determinata, un piccolo segreto che si offre, timidamente, al passante. Certamente è stato il caso dell’iniziativa voluta da Alberto Lavit, fotografo, che negli ultimi anni, con il suo spazio cittadino e con l’associazione Parentesi, si sta rivelando un importante punto di riferimento culturale. Stiamo parlando di “Sculture rosse in città”, la mostra tenutasi a Varese, in piazza Monte Grappa e sul Campanile del Bernascone, dal 14 aprile al 3 giugno 2012, con la grandi sculture rosse di Giuliano Tomaino, collocate nella piazza dall’archistar ticinese Mario Botta.

Il Cimbello, Houdini, la famosa Mano, Leggera, Italo, ora sono tornati in città. Le grandi figure rosse ritornano tra noi grazie ad un volume fotografico realizzato a memoria di quell’inedita esperienza d’arte. Certo, non era la prima volta che una grande mostra en plein air occupasse una piazza di Varese, ma per ricordarla occorre retrocedere di parecchi anni, quando la cultura non era ancora la Cenerentola vittima delle varie spending review. La pubblicazione, bilingue, di grande formato, un centinaio di pagine con gli “scatti” firmati dallo stesso Lavit, con il titolo – invero non originalissimo – “Tomaino a Varese”, è stata presentata allo Spazio Lavit, come sempre affollato di presenti, e con la presenza di sindaco di Varese, Fontana, e assessore alla Cultura del Comune, Longhini, il quale ha rimarcato che non sempre felicissime sono le coabitazioni tra opere d’arte e piazze. Abbiamo anche noi un paio di esempi, ma qui non è il caso. Erano poi presenti anche il Toma, vero protagonista della serata, e l’architetto Botta, oltre a Laura Orlandi, che nel volume cura una intervista all’artista e che all’epoca curò la mostra “I conti del carbonaio” allo Spazio Lavit, e naturalmente allo stesso Lavit.

Le immagini del volume ci restituiscono il sapore di quell’itinerario rosso vermiglio. Ma ancora di più il lento, progressivo, anarchico rapporto della città con quelle grandi figure che occupavano spazi di tutti. Un esperimento interessante, che tra l’altro – lodi, lodi, lodi a Lavit – non vede mischiate cialtronescamente parole ed immagini. Parole all’inizio, parole alla fine, e, al centro, una lunga galleria di immagini a colori. Nessuna didascalia stupidina, nessuna fastidiosa interruzione, nessun titoletto o capitoletto inutile e fuorviante. Elementi del volume che subito lo mettono su un altro piano.

Resta il fatto che la nostra resta una città senza il Pgt, un’assenza che va ben al di là della piccola polemica politica. Un’assenza che la dice lunga sul fatto che la partecipazione a ridisegnare il futuro della città è un elemento del tutto secondario a Varese, tutto confinato nelle stanze dei professionisti della politica, con qualche colpetto di spillo da parte di questa o quest’altra realtà che appartiene alla società civile solo per modo di dire. Ecco, forse l’impresa di Lavit e dell’associazione Parentesi, ben documentata dal volume, è un modo diverso di agire, cercando di entrare nel cuore della città per migliorarla con un pizzico di buona cultura in più.

Speriamo non sia l’unica che si possa vedere in questa città dalle piazze tristi e senza arte. Perchè – è del tutto chiaro a tutti, tranne che ai politici di professione – che Varese avrà un futuro vero solo se inizierà a prendere molto più sul serio chi fa cultura, con passione, senza croci al merito, senza majors alle spalle. Un po’ come fanno Lavit e l’associazione Parentesi.

 

29 settembre 2013
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2 commenti a “Varese, “Tomaino a Varese”? Dimostra che un’altra città è possibile

  1. alberto lavit il 29 settembre 2013, ore 10:53

    Grazie Andrea e soprattutto di aver parlato del LIBRO che altrove è stato lasciato in secondo piano per dar posto all’annuncio della “donazione” . Un grazie di stima. Lavit

  2. laura orlandi il 29 settembre 2013, ore 16:46

    Grazie Andrea, spero che il libro abbia tutto il successo che merita, tra i varesini e non.. :)

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