Varese

Premio Chiara: se un fotografo (Lotti) fotografa un fotografo (Scianna)

Giorgio Lotti scatta una foto a Scianna, mentre autografa un libro che appartiene a La Rosa

Giorgio Lotti scatta una foto a Scianna, mentre autografa un libro che appartiene a La Rosa

Una domenica, quella di ieri, dedicata alla fotografia. Dopo la proclamazione dei vincitori del Premio Riccardo Prina, una conversazione a 360 gradi da parte di uno dei maestri (anche se lui ironizza su questo appellativo) della fotografia italiana. Ferdinando Scianna, nell’ambito del Premio Chiara-Festival del Racconto, ha tenuto una “lezione” a Villa Recalcati, con il titolo “Bibliografia dell’istante”. Una amabilissima chiacchierata che è stata introdotta da un creativo varesino, Paolo Zanzi, che ha disegnato un sintetico quadro della lunga avventura artistica di Scianna, grande amico del grande Leonardo Sciascia.

Le immagini di Scianna scorrevano sullo schermo, “scatti” e copertine di libri firmati dal fotografo. Come dice lui stesso “ho sempre pensato che le fotografie dovessero finire in un libro per essere davvero reali”. Ma prima di cominciare, fotoreporter e giornalisti cercano di parlare con Scianna. In particolare c’è un maestro di fotografia di casa nostra, Giorgio Lotti, che non perde tempo e con la sua macchina fotografica immortala Scianna mentre autografa un libro. Glielo ha portato un bravo artista che condivide le radici con il fotografo-relatore, Giovanni La Rosa. E’ un attimo e Lotti fotografa il fotografo. E viene a sua volta fotografato da noi. Un gioco di specchi alla Borges.

Al di là dei divertissement, Scianna ha ripercorso la sua lunga esperienza, gli incontri, i viaggi, la sua filosofia dello scatto. “Ho 70 anni e da 50 faccio fotografie -esordisce Scianna -. E per me la macchina fotografica è stata sempre uno strumento, e mai un fine: strumento di relazione con gli altri”. Più in particolare, Scianna ha dato una bella definizione della fotografia: “La fotografia è racconto e memoria. E quando è racconto diventa subito dopo memoria”. Tanti lo chiamano maestro, ma lui si schermisce con grande humour. E propone un paradosso del suo amico Manuel Vazquez Montalban; “Se uno fa delle cose appena appena decenti e non muore giovane, diventa un classico”. Parole che lo fanno ridere a voce alta. Mentre quando parla di Sciascia, per lui un incontro decisivo, la sua voce si tinge di malinconia. E la memoria, oltre che con la fotigrafia, si capisce che ha rapporti anche con la sua vita.

23 settembre 2013
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