Storia

Settantesimo anniversario dell’8 settembre, la storia del militare Bertè

L'8 settembre una data drammatica nella nostra storia

L’8 settembre una data drammatica nella nostra storia

Domani 8 settembre è il settantesimo anniversario di un giorno fatidico: il proclama Badoglio con il quale si annunciava l’entrata in vigore dell’armistizio di Cassibile. L’ ignominiosa fuga della famiglia reale all’indomani del discorso alla radio di Badoglio e di tutto lo Stato maggiore da Roma verso Brindisi segnò la fine ingloriosa di una classe dirigente inetta.

Ma quel giorno pose anche le premesse di una grande opportunità storica di riscatto morale per una nazione che era affondata nella vergogna del regime fascista. Com’è noto la fine della guerra, aveva creato una grande confusione presso tutte le forze armate italiane in tutti i vari fronti sui quali ancora combattevano, e che, lasciate senza precisi ordini, si sbandarono. Oltre 600.000 soldati italiani vennero catturati dall’esercito germanico, e destinati a diversi lager con la qualifica di I.M.I. (internati militari italiani) nelle settimane immediatamente successive. Tra i tanti militari italiani fatti prigionieri vi fu il malnatese d’adozione l’architetto e poeta Enrico Berté .

La storia di E. Berté non è dissimile da quella degli altri commilitoni italiani catturati dai tedeschi. A lui venne chiesto, così come agli altri soldati italiani abbandonati a loro destino, se aderire alla neonata e fascista Repubblica Sociale di Salò “per salvare – come si diceva, facendo ricorso ad una consunta demagogia – “l’onore della Patria”, che però era stata già consegnata dagli stessi fascisti al padrone tedesco. Si trattava di scegliere se tornare a combattere al fianco dei tedeschi, o essere considerati dei traditori e trattati di conseguenza. Era un grande dilemma, ma dei tanti militari interpellati, solo un’esigua minoranza aderì. La stragrande maggioranza rispose, dicendo il suo “Nein” chiaro e forte e tra questi Enrico Berté, affrontando volontariamente con dignità la prigionia, nel lager di Shandelah, in Germania piuttosto che combattere nuovamente al fianco dei nazisti e dei fascisti.

Quella dignitosa scelta morale compiuta da Berté e da tanti commilitoni, lanciando un messaggio di lotta, di riscatto e di liberazione, interruppe quella sciagurata deriva storica in cui il fascismo aveva trascinato l’Italia. Questa scelta, assieme a quelle di tanti altri patrioti partigiani di varia estrazione politica e religiosa, fu una grande opportunità storica di riscatto morale per il nostro Paese dopo un ventennio di dittatura fascista.
Furono scelte difficili che, come ebbe modo di dire poco prima di morire Giaime Pintor, possono però “…essere il principio di un risorgimento soltanto se si ha il coraggio di accettarle come impulso a una rigenerazione totale; se ci si persuade che un popolo portato alla rovina da una finta rivoluzione può essere salvato e riscattato soltanto da una vera rivoluzione”.

Enrico Berté è un pluridecorato, insignito recentemente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri della medaglia d’onore. L’alta onorificenza gli è stata conferita nel 2013 a Malnate dal Prefetto di Varese. Oggi è un democratico antifascista novantenne che gira ancora le scuole, calandosi nell’abisso dell’orrore, per condividere il ricordo di una tragedia, per ricordare i suoi amici e compagni di sofferenza che non sono tornati . Egli è consapevole che con la scomparsa degli ultimi testimoni i negazionisti si faranno ancora più aggressivi con le loro menzogne per cancellare la memoria dello sterminio e rivolge agli studenti la domanda posta una volta per tutte dal poeta Paul Celan: «Chi testimonia per i testimoni?».
Prima di concludere i suoi incontri invita gli studenti a non dimenticare, a raccogliere il testimone e a diventare essi stessi “sentinelle della memoria”.

Romolo Vitelli

7 settembre 2013
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