Locarno

66° Festival di Locarno, con “Sangue” di Delbono torna in gara il cinema vero

Pippo Delbono

Pippo Delbono

Prima o al di là delle polemiche già sorte, il film “Sangue” di Pippo Delbono, unica pellicola italiana in Concorso internazionale al Festival del cinema di Locarno, merita la massima attenzione. Certo, di polemiche vive ogni rassegna, Locarno inclusa. Ma pare davvero azzeccata puntare su una pellicola minimalista quanto ai mezzi tecnici (il documentario è girato in parte con un iPhone e in parte con un mini camera da 300 euro) e profonda per quanto riguarda i contenuti.

Il film di Delbono, autore poliedrico di fama internazionale, accende i suoi riflettori sul più grande tabù odierno: la morte. Una doppia morte: quella della madre del regista, documentata come esito di una parabola raccontata nel film, e quella della moglie del “compagno di viaggio” Giovanni Senzani, ex dirigente delle Br. Di due storie lontane e apparentemente divergenti, la morte costituisce il punto comune. E tutto il film ruota su questo elemento comune, questa condizione comunitaria tra le storie singole. Due storie corrono indipendenti e si ritrovano nel dolore e nella morte.

A rendere la pellicola ancora più profonda, sprofondata – si potrebbe dire – nella ricerca di senso del fine vita, proprio dove il senso si nega e si nasconde, il racconto che Senzani fa di un’altra morte, quella legata all’omicidio di Roberto Peci, un momento scioccante del film, nella sua netta presa di distanza da sensi di pentimento e redenzione. Ma c’è anche il funerale di Prospero Gallinari (implicato nell’omicidio di Moro) a rendere la pellicola ancora più articolata e complessa. E a rendere questa edizione di Locarno attenta al nuovo e al cinema che ci parla di noi, nonostante tutto, polemiche comprese.

13 agosto 2013
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2 commenti a “66° Festival di Locarno, con “Sangue” di Delbono torna in gara il cinema vero

  1. CAROLUS il 16 agosto 2013, ore 08:47

    Chissà perché quando gli assassini sono comunisti, non vengono presentati per quello che sono in realtà, cioè dei criminali comunisti senza tanti fronzoli .
    La violenza comunista ha insanguinato l’Italia eppure si vedono ancora ,durante certe manifestazioni, sventolare bandiere rosse con falce e martello in mano a “rifondatori” della peggiore dittatura che la storia ricordi.

  2. a.g. il 16 agosto 2013, ore 16:19

    Sulla peggiore dittatura, qualche pensierino lo farei anche per i regimi fascisti e, soprattutto, nazisti con tanto di olocausti al seguito…

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