Cultura

Dino Azzalin e il suo “viandare” al convegno dei dottorandi di Tor Vergata

Dino Azzalin

Il deserto, una dimensione oltre l’umano, oltre la quotidianità asfissiante di tutti noi. C’è chi si è misurato con questo mondo nei suoi testi narrativi e poetici: Dino Azzalin, come ha illustrato, al V° Convegno dei Dottorandi di ricerca dell’Università di Roma che si è svolto a Tor Vergata agli inizi di giugno di quest’anno,Ilaria Batassa, dottoranda di Ricerca presso la Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Tor Vergata.

Una relazione ampia e articolata dal titolo: “La bussola di Dino Azzalin: prosa e poesia in viaggio”. Testi di riferimento per ripercorrere l’itinerario del medico e poeta varesino Dino Azzalin il racconto Il segreto del Sahara e la poesia Deserti. 

Come dice la studiosa, “se nella prosa il deserto si configura come spazio, nella poesia esso è il luogo. Tuttavia la base di partenza è la medesima: Azzalin viaggia spostando il baricentro dell’andare: non è l’uomo che va, ma il luogo che entra nell’io. Il viaggiatore non si pone mete, non stabilisce a priori tappe e approdi, ma costruisce un cronotopo che si sposta con l’io, e non con la geografia”. Insomma, risulta fondamentale il tema del “viandare”: “È lo spazio del nomade, di colui che vaga, fermandosi qua e là, di colui che sogna rimanendo, però, meravigliato dalla realtà effettiva delle cose. È uno spazio limbo, che tanto ha di concreto quanto tanto ha di segreto: «qualcosa di così fisicamente forte e, nello stesso tempo, invisibile»”.

Prendiamo il caso de Il segreto del Sahara, esergo della raccolta Diario d’Africa. ”Per esemplificare: «chi dice che il deserto è terra inospitale e senza vita o chi pensa a una enorme distesa di sabbia si sbaglia: il Sahara custodisce una vita segreta: piante, animali, esseri umani sono frutto di una precisa selezione naturale»; oppure: «Ciò che lasciavamo alle spalle non era il “già dimenticato”: rimaneva dentro di noi, nei nostri discorsi, come una specie di brain-storming, una tempesta del cervello. Le nostre due auto procedevano a non più di duecento chilometri al giorno, e sulla strada dei francesi le soste non mancarono». 

E’ poi la volta della poesia. Per cogliere la particolarità di questo attaccamento al reale la ricercatrice analizza la poesia Deserti, inclusa nella raccolta Deserti, la quale comprende poesie composte tra il 1986 e il 1991. Il reale è trasfuso in un esistere a prova di memoria, come ha sottolineato Andrea Zanzotto nell’introduzione a un’altra raccolta poetica di Azzalin, Prove di memoria. 

Continua la Batassa: “Secondo Zanzotto, Azzalin, nelle sue poesie, sottopone il dato vissuto a una prova di resistenza e di memoria, nel tentativo di registrare non più l’esperienza del concreto, ma quella emozionale. Il limine è superato: la vita di carne, così forte nella prosa, si sublima nella vita del sogno silente e parlante. Il deserto, da spazio circoscrivibile perché attraversabile e vivibile, si fa luogo: luogo dell’ultima zona dell’essere, la soglia in cui si transita prima del naufragio nel nulla; è un luogo residuale, in cui la dimensione privilegiata non è più quella del sentire, ma quella dello svanire. L’itinere geografico lascia il passo a un itinere spirituale, caratterizzato dall’acqua (parola chiave ricorrente e dominante), archetipo magico-simbolico, in voluta opposizione al deserto”. 

 ”Il senso del parallelo che ho proposto – conclude la studiosa – è quello di mostrare come il doppio uomo Azzalin, medico da un lato, artista dall’altro, si ricomponga unitariamente nel viaggiatore, che ha deciso di scandire il suo percorso in maniera chiara: la prosa, specchio più fedele dell’uomo medico Azzalin, è deputata a descrivere, a creare immagini verificabili, perché realmente esistenti, perché spazi geografici collocabili (ed è per questo motivo che rimane ancorata al reale, al tangibile); la poesia, momento del qui e dell’ora, staccato dal contingente, sublima lo spazio, facendolo diventare un luogo dell’anima, il luogo dell’io, il luogo del sogno, in cui tutto sfuma e si risolve in una prova di memoria”.

11 luglio 2013
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Un commento a “Dino Azzalin e il suo “viandare” al convegno dei dottorandi di Tor Vergata

  1. Giusy Nuzzo il 9 luglio 2013, ore 11:52

    I deserti non sono quelle solitudini
    Che animano i confini del Sahara ma i silenzi
    Che nascono dentro,
    Quando si smette di sognare.

    ( Deserti – Dino Azzalin )

    Il deserto rappresenta l’altrove rispetto al concreto e l’altrove è il sogno per cui si vive. Il sogno alimenta l’anima e il “perché” del vivere. Quando esso manca, ecco che la solitudine si impadronisce dell’io. Senza sogni si è vuoti. Dino Azzalin corre per il mondo e corre dentro se stesso dove una vita fatta di carne e un’altra fatta di sogni si completano. I sogni possono sbiadire nel tempo ma morire mai, è questo il messaggio che Azzalin mi trasmette ogni volta che leggo le sue poesie. Straordinario scrittore.
    Giusy Nuzzo

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