Lettere

E’ la comunicazione, bellezza

La segreteria del Pd varesina ha organizzato per i componenti del direttivo cittadino un seminario di approfondimento sulla comunicazione politica al De Filippi. Il dott. Alberto Negri, semiologo della comunicazione pubblica, dopo un’introduzione del segretario Roberto Molinari, che ha voluto fortemente questo seminario, ha esaminato la comunicazione politica dell’ultima campagna elettorale.

Il dott. Negri ha detto che a vincere le elezioni del 2013 è stata la comunicazione e che ancora una volta il potere di quest’ultima nel costruire il rapporto fiduciario con l’elettorato italiano è stato fondamentale. Ha vinto la comunicazione e hanno vinto anche i due migliori discepoli dell’imbonitrice Vanna Marchi: Silvio Berlusconi e Beppe Grillo. Loro hanno saputo costruire un patto fiduciario con l’elettorato estremamente efficace, che si è tradotto in un ampio consenso in termini di percentuali dei rispettivi partiti o movimenti. Berlusconi si è precipitato in tutti programmi televisivi per raccontare che in Italia c’è un nemico (Monti, la sinistra) che produce un danno al Paese. Questo danno ha un nome ben preciso: IMU. Questa tassa sulla casa è diventato il simbolo del male, che distrugge il rapporto dei cittadini con lo Stato, trasformandolo in un rapporto disforico (che fa piangere). Una volta identificati i nemici e le vittime (i cittadini), è pronto a scendere in campo l’eroe-salvatore, cioè “io Silvio Berlusconi”, che sa, può, vuole e deve rimediare al danno abolendo l’IMU e restituendo il maltolto agli Italiani.

 

Beppe Grillo da parte sua ha costruito il suo racconto del nemico, diffondendo dapprima attraverso il suo blog e poi nei comizi pre-elettorali l’idea forte che i nemici degli Italiani sono tutti i partiti, tutti i politici che siedono immeritatamente in Parlamento. A questi nemici sono stati attribuite tutti le peggiori connotazioni disforiche (che fanno piangere) correndo anche il rischio di assomigliare a un leader del passato che aveva portato l’Italia allo sfascio. Ma il valore aggiunto che Grillo ha dato al suo racconto, e che lo differenzia da Mussolini e da Berlusconi, consiste nel non proporre se stesso come eroe-salvatore della patria, ma nel proporre una narrazione partecipata che esprime un eroe collettivo, che si identifica nella gente comune, nei cittadini bravi e competenti, che non si riconoscono nelle strutture obsolete dei partiti.

 

Berlusconi è stato abile ancora una volta a utilizzare la televisione e i suoi salotti, in modo estremamente efficace, con abilità da intrattenitore-imbonitore, ma Grillo ha realizzato la comunicazione quasi perfetta. Grazie a un intreccio mediatico sinergico egli ha occupato contemporaneamente i tre luoghi deputati al patto fiduciario: il comizio in piazza della Prima Repubblica, la televisione della Seconda Repubblica e infine il web della futura Terza Repubblica (quella post-partitica del racconto a 5 stelle). Il suo comizio in piazza Duomo a Milano o in piazza S.Giovanni a Roma veniva trasmesso in diretta streaming sulla rete e in tutti i telegiornali: piazza, tv, web.

 

Chi ha perso queste elezioni ? Le ha perse sicuramente la non comunicazione di Bersani. Il leader del PD e il suo staff sono stati capaci di realizzare il grado zero della narrazione. Ovvero zero argomenti concreti veicolati nel suo messaggio. Zero dettagli a favore di un linguaggio general-generico, vago, approssimativo, fatto di “un po’ di lavoro, un po’ di tasse in meno, un po’ di…“ che non accende mai la narrazione non dico di effetti speciali, ma neppure di emozioni. Tanto buon senso comune ma zero passioni”…

 

Questo molto sinteticamente è il succo dell’articolata relazione del professore che ha toccato i nodi centrali della comunicazione politica. Il relatore ha detto però che la sconfitta del Pd deriva dal fatto che nella sinistra in genere c’è una profonda sottovalutazione della potenza della comunicazione audiovisiva e che è necessario che il prossimo congresso elabori nuove forme di comunicazione in grado di parlare alla pancia, alla testa e al cuore dei cittadini. Solo una comunicazione in grado di suscitare emozioni e che sappia aprire al futuro e ridare una speranza agli italiani potrà avere successo. Sarà questo uno dei nodi prioritari, accanto ad una forte e nuova identità progettuale per il Paese, che il prossimo congresso del Pd dovrà sciogliere. C’è stata poi una ricca e vivace discussione sulle tematiche sollevate dal relatore, di cui per l’economia della mia già lunga riflessione non potrò dare conto.

 

Nel corso del mio intervento ho cercato di dare una spiegazione della colpevole sottovalutazione da parte dei dirigenti della sinistra del ruolo che la comunicazione audiovisiva in genere ha nel condizionare e nell’orientare gli elettori.

 

Il Pd dimentica che ancora oggi l’80% dei cittadini ha come mezzo d’informazione privilegiato la televisione; e fa fatica a comprendere che la televisione non è un semplice “elettrodomestico gentile”, come si soleva chiamarla un tempo, un semplice mezzo neutrale di comunicazione.

 

Come hanno spiegato i grandi teorici della comunicazione a partire da Marshall MCLuhan la televisione non è soltanto uno strumento di comunicazione; è anche al tempo stesso paideia, ovvero formazione nel senso classico, è uno strumento “antropogenetico,” un medium che genera un nuovo “anthropos” un nuovo tipo di essere umano”.

 

Da dove nasce questa sottovalutazione dei dirigenti della sinistra per i mezzi audiovisivi?

 

Dal fatto che essi, salvo eccezioni, sono figli della cultura idealistica e crociana di stampo gentiliano in cui la prassi è considerata l’umile ancella della teoria. Com’ è noto il filosofo Gentile diceva: “Chi sa, sa anche insegnare”; e non c’è quindi bisogno di pratica didattica.

 

Tant’è che sotto e Gentile e sino a qualche anno fa si poteva uscire dall’Università come futuri insegnanti, ad esempio di latino, senza aver sostenuto un esame di didattica dell’insegnamento della lingua latina con le conseguenze sugli alunni che tutti possiamo immaginare.

 

La ricerca scientifica ha dimostrato falso questo assunto gentiliano: un conto è conoscere bene una materia un altro conto è saperla efficacemente insegnare. Come un conto è essere un buon segretario politico, capace di mediazioni ed analisi ed un altro conto essere un efficace comunicatore, in grado di “bucare” il video. “Oratore si diventa”, dicevano i latini, ma lo si diventa con una lunga pratica e soprattutto con la conoscenza approfondita dei meccanismi teorici della comunicazione. Ma spesso i dirigenti non hanno riflettuto a proposito della comunicazione su una verità elementare che non si “comunica ciò che si emette ma ciò che gli altri recepiscono ed assimilano” di quella comunicazione; e che se gli altri non li seguono è semplicemente perché non sono stupidi; ma perché il messaggio non è passato in quanto la comunicazione è un processo biunivoco: al comunicare deve corrispondere l’apprendere, pena il fallimento della comunicazione medesima. Perciò nella comunicazione in genere e in quella politica in particolare bisognerebbe fare molta attenzione ai destinatari, a ciò che si dice e a come lo si dice.

 

La verità è che la maggioranza dei dirigenti della sinistra è figlia di una civiltà grafica Otto/Novecentesca, con una fortissima componente verbalistico e con una presenza eccessiva dell’oralità e della scrittura, a detrimento del linguaggio iconico, dell’immagine, che ha uno spazio molto ridotto; e questi dirigenti non si trovano a loro agio con gli strumenti che utilizzano parole, suoni ed immagini. Sono ancora pochi i circoli che usano negli incontri i mezzi audiovisivi per comunicare più efficacemente . Eppure indagini rigorose dicono, e non da oggi, che le immagini sono gli elementi portanti di un linguaggio sempre più immediato e diffuso.

 

I mezzi audiovisivi si diffondono a un ritmo vertiginoso, e il perché di questo boom è presto spiegato. Gli scienziati e i ricercatori di tutto il mondo hanno verificato che nel meccanismo dell’apprendimento esistono diverse fasi di coinvolgimento del cervello. In particolare è stata elaborata una vera e propria scala dei livelli di memorizzazione in relazione alle sollecitazioni sensorie della vista e dell’udito. Si è scoperto così mentre ognuno di noi ricorda generalmente il 20% di quanto ascolta e il 55% di quanto vede, memorizziamo in media 87% di quanto abbiamo visto e contemporaneamente ascoltato. Di qui la riconosciuta utilità di una comunicazione e di una propaganda politica con gli audiovisivi.

 

Ma per la verità al fondo di questi ritardi vi è una concezione della cultura italiana che ha impregnato e seguita a condizionare di sé la formazione di base di insegnanti, manager, dirigenti politici ecc..

 

Qual è la caratteristica di questa cultura? Ce lo dice uno studioso Michele Pellerey che sin dagli anni ’70 ha denunciato questo stato di cose: “ i docenti delle scuole di ogni ordine e grado possono divergere nell’interpretazione e nella valutazione di parecchi punti della problematica, politica e sociale, ciò che sembra tuttavia accomunarli è la comune formazione razionale. Parlo qui di una razionalità di base, che impregna ogni comportamento non solo didattico, ma anche culturale e relazionale. La conoscenza è vista e posseduta, nel migliore dei casi, nella sua sola dimensione critica. Non è conoscenza organizzata in funzione dell’agire, ma del sapere; non del risolvere problemi, bensì del giudicare.” Da qui si capisce una certa propensione più ad agitare i problemi che a risolverli. Un esempio di quanto vado affermando lo si è potuto plasticamente è stato offerto dal modo come la mozione sulla revoca della cittadinanza a Mussolini è stata presentata, discussa e respinta per pochi voti 16 a 11 .

 

La discussione in consiglio comunale ha rivelato una profonda sottovalutazione da parte dei sostenitori della mozione dell’importanza politica e della posta in gioco che essa rivestiva.

 

Questo appariva chiaro già da come era stata depositata senza una forte motivazione politica e culturale e senza l’accordo con gli altri gruppi e forse senza un’accurata e preventiva discussione nel gruppo consigliare democratico. Si capiva durante la discussione che non era stata definita prima una linea di condotta unitaria per affrontare i punti essenziali della tematica da sviscerare in consiglio, definendo anche una ripartizione dei compiti da assegnare ai vari membri durante la discussione. Comunque stando così le cose più di tanto non si poteva ottenere.

 

Comunque un certo risultato politico è stato ottenuto e nella cittadinanza la questione è stata sollevata nella città lo si è capito dal dibattito sollevato pro e contro sulla stampa dalla presenza del pubblico numeroso intervenuto in consiglio. Segno questo che il problema era sentito e che ci sono valori democratici di libertà e di rispetto della Costituzione antifascista, non meno importanti del lavoro e del pane (“non si vive di solo pane”) per i quali i cittadini si muovono e vogliono dire la loro. Ma se si esclude l’intervento del capogruppo Mirabelli, che opportunamente ha ricordato tra l’altro la questione della vittima Marrone, e quello della Oprandi, con il forte richiamo ai valori costituzionali, il gruppo ha mostrato limiti culturali e politici molto seri e soprattutto un’ insufficiente efficacia comunicativa incapace di aprire spazi ed inserirsi nelle contraddizioni evidenti della maggioranza, per poter incidere ed indirizzare il dibattito verso un esito positivo.

 

Si sono utilizzati per lo più male i pochi minuti a disposizione della minoranza, perdendo tempo nel gioco di rimessa, dando anche addosso alla stampa che non sarebbe così presente quando si discute di cose concrete, non accorgendosi che così facendo di portava acqua al mulino della maggioranza e si sminuiva l e ragioni della battaglia democratica e costituzionale di difesa della libertà.

 

Insomma anziché attaccare al cuore il problema per aprire fratture e spazi tra gli incerti, pur presenti nella stessa maggioranza, il gruppo consigliare nell’ illustrazione della mozione e negli interventi ha messo in luce i propri limiti di una cultura antifascista debole e fiacca .

 

Gli interventi erano poco convinti senza spessore culturale e politico, per lo più senza pathos, senza calore emozionale perciò poco efficaci e poco credibili per spostare coscienze e portare a buon fine la mozione.

 

Questa vicenda se fosse stata diretta e coordinata accuratamente anziché essere lasciata alla spontaneità e libertà dei singoli interventi dei consiglieri di minoranza, avrebbe avuto probabilmente un altro esito. Insomma si è trattato del classico caso in cui si fa politica agitando i problemi solo per agitarli, ma non per risolverli. Purtroppo da questa vicenda vengono fuori i limiti dell’organizzazione, della gestione e della direzione politica del gruppo consigliare. E’ una questione questa che dovrà essere affrontata al più presto possibile in una prossima riunione del direttivo cittadino per evitare che simili inconvenienti abbiano a ripetersi, altrimenti seguitando così non si andrà molto lontano.

 

Credo che si sia persa un’occasione favorevole per revocare al capo del fascismo una cittadinanza che certamente non fa onore né a Varese, né ai varesini e soprattutto offende la memoria del concittadino Calogero Marrone, morto nel lager di Dachau e quelle di tante altre vittime innocenti.

 

Romolo Vitelli

 

 

 

 

7 giugno 2013
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