Varese

Medaglia a Pisani, militare varesino rinchiuso in un lager. Ecco la sua storia

Il figlio del militare internato Antonio Pisati questa mattina. Alla sua sinistra, il Prefetto Zanzi

Il figlio del militare internato Antonio Pisati questa mattina. Alla sua sinistra, il Prefetto Zanzi

Tra le onoreficenze che sono state attribuite questa mattina a Varese, nell’Aula Magna dell’Università dell’Insubria, al varesino Tito Pisani, un riconoscimento ritirato dal figlio Antonio, molto commosso questa mattina. Una storia dolorosa ed emblematica, che è giusto ricordare per fare memoria di chi ci ha preceduto e consentito a noi di vivere nella libertà e nella democrazia.

Furono oltre 650.000 gli I.M.I. ((Internati Militari Italiani) che, catturati e deportati in territorio tedesco, furono costretti ai lavori forzati perché Adolf Hitler non li riconobbe come prigionieri di guerra, con il pretesto che il Regno d’Italia non era in guerra con il Terzo Reich (lo stato di belligeranza fu dichiarato dal governo italiano solo il 13 ottobre 1943).

Dalla Germania nazista essi furono infatti classificati dal 20 settembre del 1943: I.M.I. categoria ignorata dalla Convenzione di Ginevra del 1929, sui prigionieri di guerra, al fine di poterli utilizzare nei campi di lavoro in condizioni di schiavitù. Seguirono a ciò venti mesi di violenze fisiche e morali, di fame, di malattie. Oltre 80.000 I.M.I. persero la vita nei lager. I sopravvissuti furono ipocritamente etichettati dalla Germania nazista come «lavoratori civili volontari/obbligati».

La storia di questi lavoratori forzati si arricchisce di sempre nuove pagine: questa volta si tratta di un militare varesino, Tito Pisani, arrestato da tedeschi in Francia e deportato in Germania. La vicenda  che racconteremo è venuta alla luce per puro caso ed è stata  scoperta dal figlio, Antonio Pisani, di Varese, ignaro della tragica vicissitudine paterna, mentre sgomberava la casa della madre, appena defunta.

I documenti e le foto sono stati ritrovati in una scatolone nel fondo di un tiretto di una armadio, gelosamente e segretamente nascosti dalla moglie per volontà del marito, che aveva voluto preservare  l’infanzia e la fanciullezza del loro figliolo dalle atrocità e dalle brutture della guerra.

Presentiamo il racconto, vergato di proprio pugno, su un foglietto di quaderno delle elementari, dall’internato Tito Pisani.

“Sono partito dalla Francia l’8 settembre del 1943 e sotto scorta dei tedeschi, io e molti altri, fummo fatti salire su di un treno merci appositamente preparato dal comando tedesco. Sul carro ove io dovetti salire, ben altri 85 militari presero posto con me e con questo carico il carro venne chiuso e sprangato.

Da quel giorno la tristezza  prese posto in tutti noi. Tre giorni e due notti è durato questo penoso viaggio. Per fortuna non ci avevano privati dei viveri di scorta e con questi potemmo rifocillarci. Finalmente giungemmo a destinazione, le sbarre del carro furono tolte e le porte aperte e i militari tedeschi ci comunicarono di scendere. Scendemmo in 83, perché due dei nostri compagni erano morti e furono scaricati. Il comando tedesco fece ordinare l’adunata; a mio vedere saremmo stati duemila, e qui ci diedero il rancio. Mentre mangiavo, voltavo lo sguardo in direzione diverse e potei leggere (nome illeggibile).

Finita la consumazione del rancio fummo divisi in scaglioni da 30 a 50 uomini e fummo fatti proseguire a piedi con la scorta di 4 sentinelle per ogni scaglione fino al campo di concentramento. Da qui fummo inviati al lavoro; il mio scaglione è stato destinato alla grande fabbrica di automobili Mercedes Benz.

Il lavoro era molto: 12 ore al giorno, però il mangiare era poco e pessimo. Il 25 novembre alle ore 19 circa la fabbrica fu semidistrutta da un violentissimo bombardamento aereo che durò una mezz’ora. I superstiti, il giorno seguente, furono mandati in un’altra località, io sono stato destinato a Freiburg. In questa città mi ammalai, al punto di essere esonerato dal lavoro. Credevo che la mia vita fosse finita, però non disperai; andai al consolato d’Italia per essere rimpatriato, fui respinto; mi dissero che non era possibile. Dopo varie settimane potei incontrare un dottore tedesco che parlava discretamente l’italiano, questi mi aiutò in tutto e fece di tutto per avere il nulla osta per il mio rimpatrio. Così il 2 marzo 1945 a piedi, mi incamminai per la via dell’Italia e arrivai a Varese il giorno 3 aprile.”

Fin qui lo scritto dell’ex internato militare, che ha mantenuto vivo per tutto il periodo dei lavori forzati, l’amore per i suoi cari, come testimonia la commossa lettera di condoglianze inviata alla vedova, in occasione della morte di Tito Pisani, avvenuta a Varese, all’età di 72 anni, dal suo amico e compagno di lavoro e prigionia.

Ne riportiamo qui di seguito un significativo stralcio nel quale il commilitone siciliano rievoca alcuni momenti vissuti insieme ed in particolare quello drammatico durante il bombardamento di Friburgo.

“(…) Anch’io con l’animo addolorato lo ricordo, me lo vedo davanti: una persona seria e rispettabilissima, lavorare davanti ad un motore della Mercedes Benz a Freiburg, sempre calmo e buono a differenza di me un po’ nervosetto per la lontananza dei miei cari in Sicilia (circa 18 mesi senza avere notizie dei miei). Mi rincuorava sempre con i buoni incoraggiamenti fraterni.

Purtroppo ci conoscemmo in un triste periodo della nostra vita e mi è rimasto un ricordo caro di quel tempo. Mentre la città veniva bombardata, lui mi fece vedere una fotografia con la moglie e il figliolo (penso unico) nel centro, vestito alla marinara e che oggi avrà l’età sui 45/47 anni circa, o mi sbaglio?(…)”

Il sergente Tito Pisani poi ha avuto, al rientro nel dopoguerra dal Governo Italiano, tre croci al merito di guerra una delle quali per internamento in Germania e la qualifica di Invalido di Guerra.

Questa in sintesi la storia di uno dei tanti Internati militari Italiani cui il Governo Italiano, con colpevole ritardo, solo nel 2006, con la legge 27dicembre n. 206, ha decretato il riconoscimento morale per l’alto significato delle sofferenze patite come militari e civili, avviati ai lavori forzati nei campi di prigionia nazisti dopo 1’8 settembre 1943.

Ma il sergente Tito Pisani, fu Giuseppe, nato il 26.02.1911 a Golferenzo prov. di Pavia, residente in via Staurenghi n. 20 a Varese, deceduto a Varese nel 1983, non ha potuto avere purtroppo dal Governo la Medaglia coniata dalla Zecca dello Stato in metallo che riporta da un lato lo Stemma della Repubblica Italiana con intorno la scritta “Medaglia d’Onore ai Cittadini Italiani Deportati ed Internati nei Lager Nazisti 1943-1945″ e dall’altro il nome e cognome dell’internato o del deportato dentro un cerchio di filo spinato. Solo in data 16 gennaio 2013, il Governo Italiano si è ricordato di lui.

Il Presidente del Comitato per la concessione di una medaglia d’onore all’ex IMI Pisani ha  esaminato l’istanza presentata dal figlio Antonio Pisani e l’ha  accolta.

Così oggi 2 giugno 2013, in occasione della Festa della Repubblica Italiana, il Prefetto di Varese, Giorgio Zanzi, nell’Aula Magna dell’Università dell’Insubria, ha consegnato al commosso figlio Antonio Pisani, attorniato dai famigliari, l’ambito riconoscimento.

 

RomoloVitelli

 

2 giugno 2013
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