Lettere

Elogio del libro come rimedio al male

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo aver salutato il Salone Internazionale del libro di Torino come occasione di “incontri diretti con gli autori, occasioni di approfondimenti culturali e uno straordinario luogo di incontri e dibattiti”, ha definito la manifestazione: “la più grande libreria d’Italia”.

Nel messaggio ha voluto ribadire che “In Italia però si legge troppo poco, sono meno della metà gli italiani che leggono meno di un libro l’anno. Auspico che il Salone di Torino possa contribuire a combattere questo svantaggio collettivo”; ed ha aggiunto: “Bisogna avvicinarsi fin da piccoli alla lettura, persino quando non si sa ancora leggere”. Il Salone, ha detto il presidente, rappresenta anche una sfida economica in questo periodo di crisi. “Lasciatemi dire” – ha concluso -. “Il libro, la lettura, la cultura costituiscono pilastri insostituibili per il rafforzamento della democrazia, per lo sviluppo di una partecipazione consapevole e costruttiva alla vita politica e sociale, per il rinnovamento delle istituzioni e delle rappresentanze istituzionali. Quello, cioè, di cui abbiamo acuto bisogno nel nostro Paese”.

Nel meditare  su queste belle parole sul valore della lettura e dei libri in genere, pronunciate dal Presidente in questi difficili giorni di maggio per le sorti del nostro martoriato Paese, mi sono tornati alla mente i “roghi dei libri” del 10 maggio 1933, nella Piazza dell’Opera di Berlino, dove i nazisti bruciarono tutti i libri che non corrispondevano all’ideologia nazista.

Quel rogo segnò  l’inizio della persecuzione del regime nazionalsocialista contro il mondo della cultura “degenerata”, contro intellettuali di origine ebraica, o di fede marxista, contro chiunque  era ostile al Reich. In dieci giorni le squadre naziste guidate da Joseph Goebbels bruciarono di fronte alle università e alle biblioteche di Berlino un milione di libri. Pochi  furono i giornali tedeschi a prendere le distanze dai roghi. Tra di essi il “Frankfurt Zeitung. A Bonn, solo alcuni docenti di germanistica e di storia dell’arte riconobbero il grave danno simbolico recato da questo rogo: “L’anima ebraica”- si disse – “ era volata in cielo”. Però quelli che allora intuirono un nesso tra la distruzione dei libri e la creazione dei primi lager per l’incenerimento degli uomini furono veramente pochi: un’esigua minoranza.

Freud, a proposito del rogo dei libri, non presagendo quello che da lì a qualche anno sarebbe accaduto agli ebrei e a tante altre vittime innocenti, dichiarò: “Hanno bruciato soltanto i nostri libri? Come è avanzato il mondo: nel medioevo avrebbero bruciato anche me insieme con i miei libri!”

Povero Freud ignorava che i nazisti il 22 marzo 1933 a Dachau, poco prima del rogo dei libri del 10 maggio a Berlino, avevano aperto già il  primo lager destinato all’eliminazione degli oppositori politici.

Con l’annessione dell’ Austria del 1938 i nazisti cominciarono le persecuzioni contro gli ebrei e la stessa casa e lo studio di Freud a Vienna vennero perquisiti più volte.

Amici e famigliari gli consigliarono di espatriare. Il 4 giugno 1938 Freud, con la moglie e i figli, partì per Londra anche se lui, vecchio e malato, sarebbe voluto  rimanere a Vienna e trascorrervi gli ultimi anni di vita. I famigliari che rimasero, le quattro anziane sorelle di Freud, saranno deportate e incenerite nei campi di concentramento di Auschwitz e Theresienstadt. Freud muore meno di un anno più tardi, il 23 settembre 1939, senza conoscere il tragico destino dei suoi famigliari deportati nei lager, né la tremenda tragedia della Shoah.

In questi giorni com’è noto  ricorre l’80°anniversario dei “roghi dei libri”: bisogna dire che come allora  a Berlino anche  oggi in Italia bisogna amaramente constatare che sono stati veramente pochi i giornali che hanno ricordato e stigmatizzato il barbaro evento. Eppure Mussolini  aveva fatto togliere dalla circolazione, in omaggio alla politica antisemita di Hitler, tutti i libri di scrittori ebrei dal 1850 in avanti (compresi quelli della sua ex amante Margherita Sarfatti).

Del resto di che meravigliarsi? “La cultura non porta pane a casa”, recita un detto popolare; e da che mondo è mondo i roghi dei libri hanno accompagnato da sempre, sin dall’invenzione della scrittura, il cammino dell’umanità senza sollevare grandi proteste se non di intellettuali liberi ed illuminati, come il poeta inglese del Seicento John Milton e quello tedesco dell’Ottocento  H. Heine. Scrive Milton, nel 1644, nell’opera Areopagitica: “Uccidere un buon libro equivale a uccidere un essere umano; chi uccide un essere umano uccide una creatura ragionevole, l’immagine di Dio; ma chi distrugge un buon libro uccide la ragione medesima”;e il poeta tedesco, nella sua tragedia “Almansor”(1823)  ammonisce: “Eh ciò non era che un preludio appena;//Dove arde il libro, in fin si abbrucia l’uomo”.

Contro i libri, la cultura e la scuola da sempre si sono accaniti le dittature e il potere, accompagnati da giustificazioni quali: “il mestiere del contadino non ha bisogno di studio;” (Pietro il Grande, di Russia); “Il ciabattino non deve studiare a lui basta un po’ di catechismo” (Monaldo Leopardi, padre di Giacomo). Ma anche qualche tempo fa Tremonti non ha trovato di meglio che affermare: “la cultura non si mangia”. L’infelice sortita richiama tristi precedenti, dal “quando sento parlare di cultura, metto mano al revolver” del nazista Goebbels, al “culturame” di scelbiana memoria, rinverdito qualche tempo fa da Brunetta con il suo disprezzo verso gli intellettuali.

Ora c’è da chiedersi: perché il potere è stato sin dall’inizio contro il libro e la cultura ?

Due giustificazioni significative a questa domanda ce le offrono le due affermazioni che seguono: la prima, sul valore del libro di Shakespeare; la seconda, sul valore della cultura in genere, di Caterina Seconda di Russia.

Shakespeare, nella seconda scena del terzo atto della tragedia La tempesta, fa dire all’ottuso schiavo Calibano, nel tentativo di convincere Trinculo e Stefano ad uccidere l’umanista Prospero: “nel pomeriggio, come ti dicevo, ama dormire: allora lo puoi uccidere: – ma, prima, cerca di levargli i libri – …Prima, ricorda di levargli i libri: senza libri, è uno sciocco come me, e nessuno spirito potrebbe obbedirgli; …Ma brucia i suoi libri! ”

La Sovrana di Russia, parlando con un suo fedele ministro ebbe a dire: “Mio caro la cultura non la possiamo dare a tutti i nostri sudditi perché altrimenti noi saremmo costretti ad ubbidire loro come oggi ubbidiamo a noi stessi.”

In verità leggere un libro – qualsiasi libro – è stato considerato da sempre un delitto gravissimo e questo è testimoniato dai saggi di vari autori, valga per tutti il libro: Fahrenheit 451,di R. Bradbury.

L’autore di questo stimolante romanzo, ci invita a riflettere sul fatto che il potere vuole obbedienza cieca e prona al suo volere; e ci ammonisce sui pericoli che corre una società massificante, che segue un concetto semplicistico e aberrante di uguaglianza: nessuno deve eccellere, nessuno deve diversificarsi dagli altri! Una società che usa la televisione per sopire le coscienze, livellare le intelligenze, travisare la realtà e più docile da sottomettere.

Non bisogna leggere i libri perché leggere non è mai un atto neutro: un libro non lascia indifferenti, ma scuote le coscienze, “destabilizza le certezze vigenti, i dati inconfutabili, fa vacillare le persuasioni culturali e psicologiche del lettore, depotenzia il reale per potenziare il possibile e il fantastico, per cui davvero chi non legge è un carcerato nel mondo.” (U.Galimberti).

I libri e la cultura rendono l’uomo libero. Non bisogna infatti dimenticare che il vocabolo libro ha la stessa radice lib- di libertà.

I libri fanno pensare e invitano i cittadini ad essere critici, avvertiti, e responsabili. Ed è quello che ha voluto ricordare il Presidente Napolitano nel suo messaggio al Salone del libro di Torino.

In Italia purtroppo stiamo assistendo da anni ad un pesante taglio delle risorse destinate al mondo della scuola, della cultura e dello spettacolo; e purtroppo si continua a pensare in certi settori economico-politici che con la “cultura non si mangia”.

In verità è ora di sfatare anche questo luogo comune perché cultura e ricerca sono fattori di sviluppo e di progresso economico, sociale e culturale. Lo sanno bene quei Paesi emergenti che pur in presenza di gravi crisi economiche hanno investito su queste risorse, raggiungendo traguardi economico-sociali e livelli di vita sino ad allora impensabili.

Dal momento che vent’anni di televisione commerciale berlusconiana hanno fatto perdere ai giovani qualsiasi interesse per la cultura, la lettura dei libri e quella dei quotidiani e dal momento che il denaro è diventato, soprattutto negli ultimi anni, il generatore simbolico di tutti i valori, è necessario che l’Italia investa in cultura, ricerca e scuola e promuova valori autentici, duraturi e veri. Infatti non c’è buona economia  se si ignorano fattori quali  l’immaginazione, l’etica o la responsabilità sociale.

Solo potenziando queste qualità  potremo aiutare il risveglio dell’economia, rinvigorire  la democrazia nel nostro Paese e fare dei nostri cittadini oltre che dei “vedenti” anche dei“leggenti”,critici e responsabili.

Mi auguro che il Pd, nel suo prossimo serio e vero congresso, faccia di tutto per rimettere al centro del dibattito politico la scuola e la cultura, perché esse oltre ad essere essenziali e fondamentali per la salute della democrazia, lo sono  anche per la crescita economica, morale e civile  del nostro  popolo, ancora troppo condizionato negativamente da un preoccupante “analfabetismo di ritorno”. Vorrei che a sinistra non si dimenticasse quello che Di Vittorio, il sindacalista di Cerignola, affermava a proposito del valore della cultura: “Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere che aspirano alla cultura, che si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado del sapere che permetta loro non solo di assicurare la propria elevazione come persone singole, di sviluppare la propria personalità, ma di conquistarsi quella condizione che conferisce alle masse popolari un senso più elevato della propria funzione sociale, della propria dignità nazionale e umana.

La cultura non soltanto libera queste masse dai pregiudizi che derivano dall’ignoranza, dai limiti che questa pone all’orizzonte degli uomini: la cultura è anche uno strumento per andare avanti e far andare avanti, progredire e innalzare tutta la società nazionale”.

 

Romolo Vitelli

20 maggio 2013
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Rispondi