Lettere

Il Pd, gli “ex”, il futuro

Nell’approssimarsi dell’ Assemblea nazionale del Pd, che si svolgerà sabato 11 maggio a Roma, che dovrà prendere atto delle dimissioni di Bersani ed eleggere un nuovo segretario, il dibattito sulle sorti del partito si va ogni giorno sempre più intensificando, e il governo Letta avvia la sua difficile  navigazione in un mare molto agitato da polemiche per lo più incomprensibili, strumentali e pretestuose.

Sui quotidiani compaiono diverse interviste ed affermazioni dei vari leader del Pd che riflettono l’incertezza del momento, lo scoramento degli iscritti e degli  elettori.

Il dibattito registra anche una certa polemica sulla stessa  composizione dei membri all’interno del Governo Letta, composta in maggioranza, secondo anche alcuni commentatori politici, da ex – Dc; mentre la componente degli ex – Pci sarebbe stata penalizzata e quindi dovrebbe essere risarcita con l’incarico quantomeno  di un segretario del partito di area DS, espressione della cosiddetta “sinistra sociale”.

Dice giustamente a tal proposito Walter Veltroni: “Questa storia degli ex – Dc ed ex – Pci deve finire, quello non è il Pd, il problema non è avere due leader che parlano a due pezzi di elettorato, il problema è avere il Pd.”

Veltroni ha ragione nel dire che “questa storia degli ex – Dc e di ex – Pci deve finire e che il problema vero è avere un Pd”; ma se questa storia non è finita e si ripresenta puntualmente qualche ragione ci sarà pure. La verità è che questa annosa questione, come vado dicendo ormai da troppo tempo, non è stata mai definitivamente affrontata e chiusa all’atto della costituzione del Pd.

Siamo di fronte al classico esempio di un problema che, cacciato dalla porta, si è ripresentato prepotentemente dalla finestra.

Quello che sta accadendo è la logica conseguenza dei gravi nodi politici irrisolti e dalla divisione in correnti del partito, sin dalla sua costituzione. Quali nodi? Non intendo qui esaminarli tutti e vorrei perciò soffermarmi sul più macroscopico, quello dell’ ‘amalgama non riuscita’.

Il Pd è nato da una “fusione a freddo” tra le componenti comunista, cattolica e socialista, senza aver fatto prima una giusta analisi e riflessione su “ciò che era vivo e ciò che era morto” delle tre tradizioni: la ex-comunista, la ex- democristiana e la ex-socialista.

Il Pd non è nato quindi da una sintesi felice di ciò che era ancora vitale delle tre anime delle rispettive componenti. Purtroppo ognuno all’atto della costituzione di questo partito ha portato con sé la propria storia senza che ciascuna componente facesse quel bilancio necessario  per adeguare le rispettive categorie d’analisi e gli strumenti del pensiero alla comprensione e alla direzione di una società post moderna e globalizzata.

Ma differenze e molte incertezze c’erano anche sullo stesso versante della forma partito ( leggero, pesante, corpo intermedio ecc.) della comunicazione politica, dei contenuti, dei metodi e delle finalità da conseguire.

Troppo distanti erano le posizioni sulle questioni etiche, e bioetiche (chi non ricorda le posizioni della Binetti?) sui diritti civili, sulle riforme elettorali e costituzionali ecc.

Ma anche la sua stessa collocazione nel Parlamento Europeo è stata fonte di polemiche e discussioni: chi non ricorda le resistenze dei vari esponenti della Margherita, Fioroni, Rutelli ecc. nel non voler aderire al gruppo socialista? Ciò ha fatto sì, ricorda Cofferati, che lui oggi siede nel “gruppo dei ‘socialisti e dei democratici’, che si è chiamato così per poter accogliere noi italiani”.

Il non aver fatto questo bilancio preliminare né un’accurata analisi della società globalizzata, ha comportato che il partito nascesse senza la chiarezza necessaria, finendo poi per paralizzare e condizionare negativamente tutta la sua attività politica.

Oggi il fallimento di quel progetto è davanti agli occhi di tutti. “Messi di fronte alla prima vera responsabilità nazionale da quando siamo nati”- dice Bersani – nella prima intervista concessa a l’Unità, dopo le dimissioni – “abbiamo mancato la prova”.

Sorge a questo punto un quesito: è possibile salvare il progetto di un  partito nato per fare uscire il Paese dal berlusconismo  e ridare una speranza agli italiani o dovremo rassegnarci a morire tutti berlusconiani?

La situazione è  grave e pesante e come democratici abbiamo toccato il fondo. Nonostante ciò penso   che in questo frangente si debba fare ancora appello al “pessimismo dell’intelligenza e all’ottimismo della volontà”, confortati dal fatto, come ci insegna il poeta tedesco Friedrich Hölderlin, che “Là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva.”

Come se ne esce? Che fare? Può questo benedetto partito rinascere a nuova vita? Si può rifondarlo su basi nuove e solide, scuotendolo dal torpore programmatico, dalla vaghezza ideale e dal blocco correntizio e personalistico di questi anni, dandogli un’anima?

Io penso di sì  a condizione come dice Nietzsche che se si “vuole rinascere a nuova vita bisogna morire a se stessi”. Che cosa deve morire? Che cosa vuol dire Nietzsche con questo suo aforisma? L’indicazione che se ne ricava è che se vogliamo rifondare il partito bisogna far definitivamente morire quell’‘amalgama mal riuscita’, tra le tre componenti ex- comunista, ex- socialista ed ex-democristiana e questo dovrà essere il compito prioritario del prossimo congresso.

La rifondazione dovrà essere finalizzata a ridare finalmente un’anima al Pd che non potrà essere né quella comunista, né quella democristiana, né quella socialista; ma una nuova anima riformista e socialdemocratica  che tenga conto della migliore tradizione di “ciò che è ancora vivo ed utile” di queste tre componenti; sapendo però che questa è una condizione necessaria ma non sufficiente in quanto “chi è venuto prima ha fatto molto, ma non ha fatto tutto”, ci ricorda   Seneca .

E questo perché le generazioni possono  risolvere o almeno dovrebbero provare a risolvere  i problemi che si presentano nel proprio tempo, con gli strumenti adeguati alla loro comprensione e soluzione.

Il mondo di oggi è  un mondo inedito e complesso che ha bisogno di  categorie di pensiero e di analisi nuove, forme nuove di comunicazione e di organizzazione politica.

Nella comunicazione bisognerà continuare a “guardare negli occhi” i cittadini, ma bisognerà anche tener conto dei “vecchi media”: giornali, radio e Tv, sapendo che ancora l’80% dei cittadini si orienta politicamente con la televisione e che i “nuovi media” sono ormai lo “specchio del tempo”. “Il web”- dice G.Riotta – “che richiedeva  prima un computer da tavolo, poi la borsa e oggi, arriva in tasca con i cellulari, muta ogni sei mesi, i social media che scandiscono la nostra vita erano sconosciuti solo dieci anni fa”. Di questo bisognerà farsene una ragione.

Il Partito che dovrà uscire dal congresso non potrà essere un partito più leggero, né di un solo leader che non c’è più, ma un moderno corpo intermedio capace di usare sedi istituzionali, case democratiche, rete e vecchi e new media.

Il richiamo di Pierluigi Bersani al fatto che “senza un ordine non esiste un partito,” non significa un ritorno al vituperato “centralismo  democratico” né tanto meno deve significare mantenere in piedi quell’anarchismo correntizio, così diffuso nel Pd oggi, che tanti danni ha fatto e sta facendo al partito e all’Italia.

Il rispetto delle decisioni assunte è un dovere per tutti. Un minimo di disciplina è necessario in tutte le associazioni, dice Socrate, anche in quelle finalizzate  a delinquere. Perché – ricorda il filosofo – se nessuno rispetta ruoli, compiti e direttive anche la società a delinquere va a farsi benedire.

Perciò ogni militante del nuovo e rifondato Pd  dovrà sapere, come ricorda Bersani – “che se scegli di entrare in una libera associazione, decidi di devolvere a una comunità almeno una parte delle tue convinzioni, delle tue aspirazioni, delle tue ambizioni. Perché se si disperde l’idea che entrare in un collettivo è una scelta morale, di libertà e di responsabilità, noi non possiamo essere utili al Paese”. Il prossimo, vero congresso dovrà servire a riscrivere e costruire un “nuovo ordine” un nuovo progetto politico in grado di superare le correnti e ricostituire il senso di una relazione che tenga insieme: pluralismo, autonomia di giudizio, affidabilità, lealtà, solidarietà, spirito di appartenenza e di coesione.

Il Partito Democratico, fin dai colori del suo simbolo, è un partito nato per unire e riscattare la nazione. E’ il solo Partito, malgrado gli errori commessi, che possa porsi l’obiettivo di costruire una nuova speranza condivisa, una sorta di religione civile italiana: che, muovendo dalla Resistenza e dalla Costituzione, mobiliti le coscienze e organizzi le forze perché l’Italia si scrolli di dosso il pessimismo, il fatalismo, l’egoismo di questi anni, e che faccia sentire patrioti i nuovi italiani, i lavoratori immigrati e i loro figli nati sul nostro suolo.

Romolo Vitelli

 

8 maggio 2013
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