Lettere

C’è futuro per il nostro Paese?

Lunedì mattina, come ogni mattina lavorativa, prima di entrare in ufficio sono andato a fare colazione in un bar. È il giorno dopo l’attentato che ha visto ferire due militi dell’Arma posti a guardia di Palazzo Chigi. È anche il giorno dopo il giuramento del Governo Letta. “Spiace dirlo, soprattutto per quelli che sono stati feriti, ma quello che ha sparato ha sbagliato obiettivo, doveva colpire più in alto.”

“Adesso vanno a giurare con la Panda o con la monovolume di dieci anni fa, le macchine vere le tengono nascoste”. Questi sono stati alcuni dei commenti che ho ascoltato e che, probabilmente, in molti bar, uffici, piazze del nostro Paese si sono sentiti nelle stesse ore. Devo essere sincero. Per la prima volta in molti anni mi sono chiesto se mai possiamo avere ancora un futuro come comunità nazionale.

Al di là di una falsa mestizia per i poveri agenti colpiti ( e non so perché, ma mi viene sempre in mente Pasolini quando vedo del sangue versato dai tutori della legge ) l’atteggiamento dagli avventori in quel bar è stato di sostanziale condivisione delle parole pronunciate da uno di loro.

Ma dove stiamo andando a finire? Possibile che nessuno si ricorda più cosa sono stati gli anni settanta per questo nostro Paese? Nessuno si ricorda più dove ci ha portato il linciaggio a parole di Calabresi o del ceto politico democristiano culminato poi con l’omicidio di Moro e di molti altri? C’è ancora qualcuno che si ricorda di Casalegno o di Guido Rossa? La politica nel nostro Paese ha grandi colpe. E, forse, quello che sta facendo Letta, è l’ultimo tentativo prima del “diluvio universale”, l’ultima chance di riscatto di un ceto che si vorrebbe classe dirigente.

C’è fuori dai palazzi del potere una umanità dolente che soffre e che sta perdendo la speranza per sé e per i propri figli. E, tuttavia, c’è anche un’altra classe dirigente che ha rinunciato ad esercitare il proprio ruolo responsabile. Sono quelli che fanno opinione. Sono coloro che sono divenuti i professionisti dell’opposizione a prescindere tanto da esaltare un “comico” divenuto capopopolo come l’uomo che può inchiodare i politici alle loro responsabilità.

Sono coloro che ammettono qualsiasi violenza verbale perché le parole, per loro, non sono pietre o pallottole, ma solo esercizio del diritto di critica. Sono coloro che guadagnano milioni di euro in tv, o nei giornali, ma che poi dicono che il male del Paese sono i costi della politica e dei politici. C’è un popolo nelle nostre strade che non ha lavoro. Che non ha da come arrivare a fine mese. Che non sa più a che santo votarsi. Un popolo che chiede di avere la speranza di ritornare a poter credere al “modesto benessere” che i padri hanno avuto. A questo popolo va il rispetto di tutti. Dei politici e di quelli che fanno opinione. E gli va detta la verità e cioè che siamo tutti responsabili di quello che è oggi l’Italia. Che da questa situazione se ne esce tutti insieme, senza lasciare in dietro nessuno. E lo si può fare assumendoci tutti la responsabilità di dire che la democrazia ha un costo.

Che lo stato sociale ha un costo. Che la libertà costa, ma anche il benessere. Che la politica è lo specchio del Paese e che dalla crisi non se ne esce con le battute da bar perché le battute da bar sono venti e più anni che le sentiamo e hanno ridotto un popolo a individui che vedono solo il cinismo in ogni fatto e che hanno smesso di sperare. Già la classe politica è lo specchio del Paese. Chissà se il Paese ha però voglia di guardare, forse avrebbe paura di vedere quello che siamo diventati.

Roberto Molinari

Segretario Cittadino PD Varese

29 aprile 2013
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Rispondi