Lettere

Machiavelli e i dirigenti Pd

Napolitano nel suo bellissimo e commosso discorso di insediamento ha rivolto un vibrante richiamo al senso di responsabilità di tutte le forze politiche e, non facendo sconti a nessuno, ha ricordato che le contrapposizioni, le chiusure e gli irrigidimenti non aiutano a risolvere i problemi. La politica è l’arte del possibile e del compromesso

ed è quello che del resto ci ricorda Machiavelli quando afferma nei Discorsi che ci sono situazioni che esigono una politica intransigente e altre che richiedono disponibilità e compromessi. (Non sarebbe male che i dirigenti del Pd nel cinquecentesimo anniversario dalla pubblicazione de Il Principe andassero a rileggersi un po’ delle opere del “Fiorentino”, vi troverebbero pagine significative e stimoli fecondi per uscire dalla crisi).

Dopo la dura lezione di responsabilità impartita da Napolitano ai parlamentari delle varie forze politiche è necessario che tutti si facciano carico dell’impegno assunto con il Presidente nel cercare di far nascere il nuovo governo.

Tutto il Pd dovrà darsi una mossa e richiamare i propri dirigenti e parlamentari alla lealtà e alla responsabilità “turandosi il naso” e votando il nuovo Governo, che proporrà Napolitano, una volta consultate le forze politiche, per fare quelle riforme urgenti e necessarie al Paese. Il vero e buon politico, ricorda Machiavelli, pone il bene comune al di sopra di tutto.

Nella prossima riunione della direzione del Pd bisognerà invitare all’unanimità, non di facciata, il segretario dimissionario Bersani affinché congeli le sue dimissioni ed accompagni il partito in questa fase delicata sino al congresso.

Le sue dimissioni da segretario sono la logica conseguenza di quello che è accaduto; ma bisogna dire che tutte le decisioni da lui assunte sono state sempre approvate all’unanimità dal partito e Bersani paga di persona una sconfitta che è di tutto il centrosinistra. E’ un galantuomo, un politico onesto e un capace amministratore, senz’altro una delle migliori risorse della più genuina tradizione comunista. E’ un vero peccato che non abbia potuto dimostrare tutta la sua bravura di governo.

E’ stato un errore imperdonabile quello commesso da Grillo che con la sua sterile e rigida chiusura abbia prima impedito un governo di cambiamento con il centrosinistra e poi sbarrato, con la candidatura di Rodotà, l’elezione di Prodi a Presidente della Repubblica. Devo dire che una grave responsabilità la porta anche Rodotà che di fronte alla candidatura di Prodi e poi a quella di Napolitano avrebbe dovuto ritirare la sua. E’ una riprova del fatto di come si sia lasciato condizionare dai mai risolti rancori con i vecchi dirigenti dell’ex-PDS e dalle sue rigidità caratteriali e tutto questo non è un bene per un politico che deve essere duttile. Però ciò non inficia la sua grande, onesta e nobile storia politica. Rodotà è e rimane una risorsa per il Paese.

Ma quale successo può accampare Grillo oggi, dopo l’elezione di Napolitano? Basti vedere la soddisfazione di Berlusconi che ringrazia sia la compattezza sterile del M5Stelle, che le divisioni laceranti del Pd per vedere che il bottino dei grillini è fallimentare su tutti i fronti ed apre la possibile strada al Quirinale a Berlusconi, quando fra non molto Napolitano lascerà la carica.

Il risultato del Pd nel Friuli Venezia Giulia, che premia il lavoro di squadra della brava Serracchiani e punisce il populismo di Grillo, dimostra che vincere si può e che gli elettori di sinistra che avevano seguito il M5Stelle non sono stati persi definitivamente. I cittadini hanno compreso che il movimento di Grillo non vuole il cambiamento ma solo sfasciare il sistema.

Il risultato del Friuli V. G. ci dice che potremo evitare, parafrasando lo scrittore G. Bufalino – di dover scegliere “tra imbecilli che vogliono cambiare tutto e mascalzoni che non vogliono cambiare nulla”; perché tra i due corni del falso dilemma, tra il tutto e il niente cioè, c’è di mezzo il poco e quindi si può cominciare a cambiare qualcosa.

Come se ne esce? il Pd dovrà fare nel prossimo congresso chiarezza e sciogliere tutti i nodi irrisolti sinora. Dovrà selezionare nuovi dirigenti che abbiano l’esperienza necessaria per dirigere ed amministrare, elaborare forme nuove di comunicazione che tengano conto sia dei vecchi mass media (Tv, giornali, radio ecc.) che dei nuovi (web, rete, facebook ecc.); ed infine definire un progetto organico per l’Italia del Terzo Millennio.

Ma una seria progettazione del futuro dovrà evitare ogni pragmatismo deteriore, ed avere un aspetto utopico. Diceva infatti Machiavelli, “Per mirare giusto nel bersaglio devi mirare più in alto.” Se si vogliono risvegliare le passioni e spingere gli uomini all’impegno militante occorre ridare la speranza in un mondo migliore. Quindi è necessario seguire sino in fondo il suggerimento del “Fiorentino” non “ lasciar passare questa occasione acciocché la Italia vegga dopo tanto tempo apparire un suo redentore”.

Questa è l’ultima possibilità di riscatto che hanno davanti il centro-sinistra e le forze autenticamente democratiche per contribuire veramente alla rinascita civile d’Italia.

Cambiare si può, uscire dalla crisi anche, ma solo se si ama la “propria patria più dell’anima”, ricorda il nostro grande Machiavelli.

Romolo Vitelli

 

23 aprile 2013
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7 commenti a “Machiavelli e i dirigenti Pd

  1. L. Ariele il 23 aprile 2013, ore 15:11

    Solo leggendolo tutto in sarcasmo può aver senso questo articolo. La prego, ci dica che è così…

  2. Bruno Belli. il 23 aprile 2013, ore 17:44

    Direbbe Mina: “parole, parole, parole…” – anche un po’ troppo “retorichette” e “fuori parte”…
    Ma perché mai, per lo più, da tempo annoto che gli “intellettuali” di sinistra ed i cattolici (“cattocomunisti”?) che sono confluiti nel PD, o sono vicini alle “idee” della Sinistra (per altro, sovente, apportatrice di eccellenti e fondamentali conquiste nel campo del sociale, cui tutti dobbiamo, lo ammetto con tutta sincerità e senza ipocrisia, ché è atteggiamento che non mi appartiene) si aggrappano sugli specchi per dimostrare che il gruppo sia sempre di successo e che ogni scelta dello stesso sia l’eccellenza?
    Credo, poi, che, oggi, nella condizione disastrose in cui si trovano gli Italiani – quelli veri, che lavorano (se non hanno perso ancora il posto o la professione), insegnano per “far crescere” realmente, s’improvvisano funambuli per arrivare alla fine del mese, i parenti degli imprenditori e dei pensionati che si sono suicidati e che ancora lo faranno – il Machiavelli sia il teorico della politica meno adatto da chiamare in causa.
    Non è il momento di quella politica – che il PD attua, ahimè, proprio oggi – la quale si è tanto perpetuata da far dire a Napoleone III che “la politica non ha viscere!”
    Al Machiavelli, infatti, interessava solo giustificare il potere – che egli vedeva accentrato in un unico uomo, tra l’altro (e, in concreto, nel Valentino Borgia – e tutte le scelte che il suddetto potere operava a vantaggio dello stesso. Il fine giustifica i mezzi, se non proprio così formulata, è il pensiero del Machiavelli nel suo “Il Principe”.
    Ed è questo, dopo l’Illuminismo, che vogliamo in un paese condotto allo stremo da una politica scellerata effettuata negli ultimi 20 anni tanto dalla sinistra quanto dalla destra?
    Beh, professor Vitelli, mi perdoni, ma avrei preferito un riferimento, magari, a Voltaire che, guarda caso, scrisse un celebre “L’Anti Machiavelli, o saggio critico sul Principe” e cercava di difendere la dignità dell’uomo.
    Io credo molto più semplicemente che il PD dovrebbe “svecchiarsi”, partendo proprio dalle idee e, per non tradire il suo apporto “giovanile” che ha dimostrato lungo il Novecento, “inventarsi” un modo più pragmaitco, chiaro, diretto, nuovo di fare politica.
    O meglio, in Italia, siamo arrivati al punto di rifondare in toto il modo di fare politica, riappropriandoci di quella che dovrebbe essere “vera”: un’amministrazione corretta delle esisgenze del cittadino, nel rispetto della dignità individuale, cui mai alcun potere dovrebbe attentare.
    Bruno Belli.

  3. Romolo Vitelli il 25 aprile 2013, ore 18:52

    Gentile dott. Belli,

    la ringrazio del suo commento che mi dà l’opportunità di chiarire meglio il mio pensiero. Non è mia abitudine e chi mi conosce lo sa perfettamente, difendere aprioristicamente la politica del Pd, di cui sin dalla nascita ho criticato e stigmatizzato con la solita franchezza, durezza e passione limiti ed errori; e questo l’ho fatto per iscritto in tempi non sospetti e negli interventi orali nelle sedi opportune. E’ sufficiente andare a rileggersi i mie articoli più recenti su La Prealpina e sui vari periodici on line (RMF on line , Varesenews, Punto e a capo ecc.) o quelli meno recenti su La Provincia di Varese per trovare una conferma in tal senso. Perché fare riferimento a Machiavelli oggi? Contrariamente a lei penso ( e in questo sono in buona compagnia di illustri studiosi) che il riferimento al pensiero del Machiavelli, come dice acutamente – Maurizio Viroli, prof di teoria politica all’Università d Princeton, sia il più opportuno per tentare di comprendere come i nostri vizi attuali siano antichi ed affondino nei meandri della storia d’Italia e come tali acutamente denunciati dal Fiorentino nei suoi vari scritti.

    Machiavelli invita a studiare la storia e in particolare quella italiana. Pochi, nella nostra lunga storia, hanno capito l’Italia come lui. “Machiavelli ci appare dunque un consigliere com­petente, certamente del tutto disinteressato e che ha a cuore il bene dell’Italia. Trovarne un altro con le stesse qualità è assai difficile”, conclude Viroli. A proposito degli italiani e dell’Italia scrive :

    “E veramente nelle città di Italia tutto quello che può essere corrotto e che può corrompere altri si raccozza: i giovani sono oziosi, i vecchi lascivi [ con vecchi dissoluti, pensava con largo anticipo a quel signore del bunga bunga?] e ogni sesso e ogni età è piena di brutti costumi; a che le leggi buone, per essere da le cattive usanze guaste, non rimediano. Di qui nasce quella avarizia che si vede ne’ cittadini, e quello appetito, non di vera gloria, ma di vituperosi onori, dal quale dependono gli odi, le nimicizie, i dispareri, le sette; dalle quali nasce morti, esili, afflizioni de’ buoni, esaltazioni de’ tristi.” (questa parte, non riportata nel testo su Varese report la può leggere nelle lettera su Varesenews: “Si può uscire dalla crisi? Del 23 .4 . 2013 ). Non vede quanta quanta analogia ci sia tra questa denuncia (“quella avarizia che si vede ne’ cittadini, e quello appetito, non di vera gloria, ma di vituperosi onori, dal quale dependono gli odi, le nimicizie, i dispareri, le sette”) fatta da Machiavelli e quello stomachevole spettacolo venuto fuori dalle ultime vicende parlamentari?

    Quanto poi al fatto come dice lei che “Al Machiavelli, infatti, interessava solo giustificare il potere – che egli vedeva accentrato in un unico uomo…. Il fine giustifica i mezzi, se non proprio così formulata, è il pensiero del Machiavelli nel suo “Il Principe”.

    Vorrei dirle con Maurizio Viroli, prof. di teoria politica all’Università di Princeton:“E che dire di questa storia che «il fine giustifica i mezzi» che si trova, aggiungo io – per l’esattezza non ne Il Principe, ma formulata nei Discorsi “che tutti dicono essere la sintesi dell’insegnamento politico di Machiavelli? Una sciocchezza simile Machiavelli” “non l’ha mai scritta. Il passo in cui ha sostenuto una tesi che può richiamarla è quello in cui tratta di Romolo, che, per riordinare lo Stato romano, uccise il fratello Remo e acconsentì alla morte di Tito Tazio Sabino che aveva condiviso con lui il regno. Ecco le parole di Machiavelli:«E debbesi pigliare questo per una regola generale: che mai o rado occorre [avviene] che alcuna republica o regno sia, da principio, ordinato bene, o al tutto di nuovo, fuora degli ordini vecchi, riformato, se non è or­dinato da uno; anzi è necessario che uno solo sia quello che dia il modo, e dalla cui mente dependa qualunque simile ordinazione [fondazione]. Però, uno prudente ordinatore [fondatore] d’una republica, e che abbia questo animo, di volere giovare non a sé ma al bene co­mune, non alla sua propria successione ma alla comune patria, debbe ingegnarsi di avere l’autorità, solo; né mai uno ingegno savio riprenderà alcuno di alcuna azione straordinaria, che, per ordinare un regno o constituire una republica, usasse. Conviene bene, che, accusandolo il fatto, lo effetto lo scusi; e quando sia buono, come quello di Romolo, sempre lo scuserà: perché colui che è violento per guastare, non quello che è per racconciare [riassettare], si debbe riprendere» (Discorsi, I. 9).In primo luogo Machiavelli non dice «giustifica», ma «scusa». La differenza è notevole: giustificare vuoi dire rendere giusta un’azione; scusare vuoi dire riconoscere che è sbagliata o illecita, ma che ci sono attenuanti. In secondo luogo, non tutti i fini giustificano quale si voglia mezzo, ma soltanto fini nobili e grandi quali il bene co­mune e la redenzione di un popolo, o la riforma degli or­dini politici per liberare la repubblica dalla corruzione.”

    A differenza di lei, signor Belli, non farò, analizzando il suo commento, riferimento alla canzone di Mina , né dirò che le sue sono soltanto “parole, parole”, anche un po’ troppo “retorichette” e “fuori parte”… no, non lo farò, ma mi consenta di invitarla ad una lettura meno riduttiva e schematica del pensiero del Fiorentino; percepisco questa sua lettura come viziata dai pregiudizi tipici della polemica dei gesuiti contro il Nostro. Oggi, a 500 anni dalla pubblicazione della sua opera più importante Il Principe, il pensiero del Machiavelli è stato rivisitato da studiosi di vaglia che avranno modo di ricordarle che “l’Illuminismo e il Settecento francese e inglese, senza riabilitare il Machiavelli, lo riammettano tra gli uomini di pensiero degni di considerazione. Le sue opere sono ristampate, e le sue tesi maturano in Montesquieu e nell’Enciclopedia.”

    In Italia Alfieri, Foscolo, De Sanctis, per tutto l’arco del ‘700/’800 hanno riconosciuto al Machiavelli una posizione profetica rispetto all’unità. Pensatori quali Gramsci, Croce lo hanno studiato a fondo, e recuperato in Italia, la sua piena attualità politica, esaltando la sua riflessione sull’ autonomia della politica dalla morale.

    Cordialmente

    Romolo Vitelli

  4. Bruno Belli il 26 aprile 2013, ore 10:52

    Egr. professor Vitelli,
    Lei, citando numerosi studiosi del Machiavelli – quasi tutti, tranne il Gramsci, puramente “teorici” della politica, ma quasi mai direttamente “politici” essi stessi – torna sul fatto che il Nostro non scrisse “Il fine giustifica i mezzi”, come io stesso ammettevo.
    Che, poi, non sia riferibile a “Il Principe”, da uomo che pensa in modo libero, e che, sovente, si è trovato a “contestare” alcuni degli stessi suoi insegnanti universitari (sovente, proponendo “letture” che, “digerite” e “pensate”, mi sono state riconosciute come debitamente originali e per nulla campate per l’aria), mi domando se, un qualunque lettore, arrivato all’ultima pagina de “Il Principe”, non ne ricavi sì, l’acutezza del Fiorentino (e condivido la portata culturale dello stesso), ma anche una certa disinvolta aridità “umana”.
    Ed è qui che mi permetto di dissentire ancora, sebbene i “difetti” degli Italiani, come Lei ricorda, siano riconosciuti in modo esemplare dallo stesso Machiavelli.
    Forse che non li stigmatizza anche il di lui contemporaneo Guicciardini? Ricordiamo tutti l’attenzione al “particulare” (sic) che è l’esiziale difetto degli Italiani incapaci, pertanto, di farsi governare, preferendo sempre un “salvatore”? (E lo intuì benissimo Mussolini che, se contestabile su diverse scelte politiche, resta uno statista di massimo rango, nolenti o volenti, ammesso che non ci trinceriamo dietro preconcetti: ma, se siamo “intellettuali”, dobbiamo rifuggire questi ultimi come il diavolo fugge l’acqua santa).
    Vede, allora credo che un Machiavelli, riflettendo da ciò che ricavo nei suoi scritti, oggi, per l’Italia, indicherebbe preferibile un “dittatore”, rispetto ad una pur zoppicante democrazia: con l’aria che tira, me ne guarderei bene di cercare i modelli per “far politica” in un autore che non disdegnava, di fatto, i Neroni, gli Alessandri VI, i Cesari Borgia…
    Preferisco, pertanto, negli Illuministi, non il riconoscimento che giustamente tributarono alle doti del Machiavelli “storico politico”, ma l’invito alle “democrazie” dei Beccaria, dei Verri, dei Filangeri, tanto per restare in casa Nostra.
    Gli “Intellettuali” italiani d’oggi, se pur ve ne siano ancora di debitamente seri, dovrebbero voler dimostrare meno la loro competenza da un pulpito arido, ma cercare di formare un maggiore pensiero critico – conversandone con la gente, in modo semplice, pratico e diretto – in rapporto tra il trascorso ed il presente (che, è, poi la “vera cultura”, quella che permette di mantenere vive le figure del passato, traendo da esse nuova linfa e nuove proposte):
    La ringrazio di avermi risposto, e mi scuso per essermi dilungato, così che mi ha permesso d’esprimere come, a mio contestabile e modesto parere, dovrebbe cominciare a comportarsi attivamente certa parte della popolazione dell’Italia odierna, se volesse realmente uscire dalla melma…

  5. Romolo Vitelli il 26 aprile 2013, ore 20:28

    “Leggi non per contraddire e confutare; non per credere e per accettare come sicuro; non per trovare chiacchiere e discorsi; ma per riflettere e considerare”. F.Bacone

    Gentilissimo dott. Belli,

    dalla sua risposta ricavo un’idea della sua personalità critica più vicina alla mia di quanto non venisse fuori dal suo commento precedente; e la cosa non può che farmi piacere e mi esime dall’entrare nel merito sulle cose che ella dice. Siccome spesso chi non mi conosce azzarda giudizi trancianti e poco meditati sulla mia persona e sui miei scritti, sono costretto mio malgrado, come ricordava Gramsci, a “riaffermare con forza, quello che gli altri negano” e spesso questo crea qualche problema . La precisazione sui Discorsi, quale fonte della vituperata affermazione “il fine giustifica i mezzi”, attribuita perversamente e strumentalmente dai Gesuiti a Machiavelli, per la verità ,non era rivolta tanto a lei, ma a chi lo va affermando ancora. Ho apprezzato molto che lei abbia detto: o “qualcosa di analogo”. In cinquant’anni lei è uno dei pochi, tra quelli che amano citare Machiavelli e questo l’ho notato, ad usare un’ espressione così;quelli che non lo conoscono, ma amano citarlo, dicono che “Il fine giustica…”
    Il “Fiorentino” pensa che per raggiungere certi fini occorrano mezzi congrui, adeguati, in altre parole, per curare il cancro non si può usare “l’acqua santa”, ma il bisturi. E’ questo perché è l’autonomia della morale dalla politica a regolare le vicende politiche umane e in questo, tra l’altro, sta la grandezza e l’originalità del Machiavelli.
    Caro Belli, lo scopo dei miei scritti e dei miei interventi, per chi mi conosce , non ha altra finalità che quella che emerge dalla citazione che qui di seguito le riporto:
    “E renderò pubblico quel poco che ho appreso affinché qualcuno, di me più esperto, possa suggerire il vero, e con la sua opera dimostri e condanni il mio errore. Posso così rallegrarmi almeno, di essere stato uno strumento attraverso cui la verità è giunta alla luce”. A. Dürer
    Cordialmente
    Romolo Vitelli

  6. Alex il 30 aprile 2013, ore 16:17

    Molto interessante lo scambio di idee e di opinioni tra Romolo Vitelli e Bruno Belli: forse un po’ troppo “elevato” – eppure con suggerimenti sopraffini da entrambi gli studiosi – affinchè possa essere compreso dai nostri politici (locali e non) che non sono nemmeno “terrestri”.

  7. Giovanni Dotti il 1 maggio 2013, ore 20:31

    Leggo solo ora l’interessante diatriba su Machiavelli tra i due esimi professori.Anche se non posseggo la loro cultura vorrei anch’io esternare una mia considerazione. Se ai tempi del Segretario fiorentino era d’uso considerare la politica una cosa a parte dalla morale,e quindi avvallare se non anche giustificare certi comportamenti eticamente riprovevoli (imperavano allora in tutta Europa regimi autocratici e assolutisti), ai nostri giorni (e sopratutto dopo l’Illuminismo, le Rivoluzioni e le dittature dei secoli passati) la mentalita’ generale e’notevolmente cambiata e certi metodi (antidemocratici) del passato non risultano essere piu’ tollerabili. Se quindi Machiavelli nei suoi scritti prendeva atto e poteva anche elogiare certe scellerate azioni se intese al raggiungimento di un fine politico”superiore”(il mantenimento o l’incremento del potere del principe), certi metodi oggidi’ non dovrebbero piu’ essere ammessi o tollerati. In un regime che si vuole definire “democratico” non si dovrebbero tollerare certi comportamenti e certe azioni politiche atte a minare il sistema delle istituzioni e scardinare una morale comune consolidata dalla tradizione, e cio’non in difesa di un moralismo bacchettone ma di quei VALORI oggettivi che stanno alla base del comportamento e della convivenza civili (ad es, la corruzione,l’evasione fiscale,ecc.sono comportamenti nocivi alla societa’ e contribuiscono all’impoverimento di una parte di essa). I “Satrapi”,per dirla alla Sartori, o i”Caimani”,alla Moretti, non dovrebbero piu’ trovare spazio in una societa’moderna e democratica:purtroppo dobbiamo constatare attoniti che grazie a classi dirigenti incapaci e conniventi dell’opposizione(?)essi vengono non solo tollerati ma perfino accolti”democraticamente”come(graditi)compagni di viaggio, in barba all’opinione deilla maggioranza dei propri elettori che vengono messi di fronte a delle scelte senza nemmeno cosultarli

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