Lettere

Il rilancio del Bel Paese

Talvolta, problemi che possono sembrare “futili”, o, quantomeno, non connessi tra di loro, mostrano, in realtà, uno stretto legame, giacché, nella vita dell’uomo, nulla può essere considerato “a compartimenti stagni”, quanto piuttosto un insieme che dovrebbe crescere in modo armonico. Non si sottovaluti, soprattutto oggi, che un rapporto presentato dal Ministero dell’Istruzione

una decina di anni or sono, dichiarava che i 2/3 degli Italiani sono vittime del fenomeno dell’analfabetismo di ritorno.

Si tratta di persone, tra le quali numerose diplomate, o laureate, che non sono in grado di comprendere con facilità neppure un breve articolo di giornale, oppure di seguire un discorso che chieda una certa attenzione su dati ed informazioni acquisite negli anni della scuola. Insomma, è il processo “critico” che latita, perché, in Italia, non si è abituati a “pensare”, bensì, per lo più, a delegare ad altri le scelte che ricadranno sulla società.

Colpa, in parte, della scuola stessa, ma, soprattutto, della mancanza di approfondimento, frutto di un’immagazzinarsi di notizie sovente percepite in modo affrettato che tutto semplifica nell’“usa e getta” dove la riflessione è sempre meno richiesta.

Si aggiunga, inoltre, una peculiarità italiana. Leggere la nostra storia, infatti, permette di spiegare oggettive difficoltà del rapporto tra gli Italiani e la cultura: l’obbligo dell’istruzione è una conseguenza soltanto dell’Unità Italiana, quindi successivo al 1861.

La “legge Casati”, approvata per il Piemonte nel 1859 andò avanti fino agli anni Settanta del secolo: l’analfabetismo, al giro di boa del Novecento si aggirava attorno al 90%.

Continuano ad agire nella società, pertanto, una serie di cause che hanno prodotto una continua difficoltà – ed anche “noia” e “timore” – negli Italiani verso la lettura e l’applicazione sulla ricerca: così, per lo più, il cittadino è sovente fagocitato dal sistema del potere, che predilige masse “bombardate” notizie, sovente “a priori” selezionate, le più disparate, ad un insieme di cittadini liberi dalle influenze, in grado, quindi, di accostarsi criticamente, e con relazione di parità, al pensiero altrui.

L’Italia è il fanalino di coda nelle classifiche per l’istruzione e per la cultura: di conseguenza, l’economia arretra, esattamente il contrario di quanto avvenne quando l’innalzamento culturale della popolazione accompagnò il miracolo economico tra la fine degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento: testimonianze preclare restano gli approfondimenti (anche televisivi) sull’Italia contemporanea curati da Guido Piovene e Mario Soldati.

Ai nostri giorni il 45,2 % degli Italiani possiede la licenza media contro il 27,3% per cento dell’Europa. Due italiani su quattro sono diplomati: in Inghilterra il rapporto è di 3 su 4. Eppure l’Italia potrebbe tornare a crescere, se solo la sordità della politica verso il mondo della cultura non fosse così congenita: né c’è da sperare per il futuro più prossimo, dato l’andazzo anche dalle parti del Parlamento.

Per secoli culla della cultura e dell’arte, nelle mani di “principi”, il nostro Paese ha ereditato in esse una grande risorsa anche economica. Come si può tornare a crescere, allora?

Non è incomprensibile, fuorché a chi dovrebbe tutelare la “salute” dei cittadini: il quotidiano, nella civiltà degli stati, discende dal connubio tra istruzione e cultura, come tra prevenzione e cura. Ma chi fa politica in Italia, per lo più, ne è inconsapevole: ed il pantano avanza…

Bruno Belli

10 aprile 2013
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7 commenti a “Il rilancio del Bel Paese

  1. ombretta diaferia il 11 aprile 2013, ore 09:52

    Gentil Bruno,

    ma siamo proprio sicuri che chi fa politica in Italia ne sia inconsapevole?

  2. D.A.M. il 11 aprile 2013, ore 10:26

    Il parlare di rilancio della cultura ritengo debba passare necessariamente per la questione complessa e particolarmente spinosa del concetto e, soprattutto, della pratica del pensiero nel contesto della nostra società..
    Da svariati punti di vista la crisi del gestire la cultura origina da forme malsane di percezione del pensiero che oggi vengono imposte agli strati acculturati della società prima che a quelli non acculturati o poco acculturati.
    L’immenso sviluppo culturale, per esempio, del Rinascimento si è sviluppato in una società totalmente analfabeta. Oggi l’analfabetismo di massa è del tutto inesistente. Eppure stiamo invocando disperatamente un “rilancio” della cultura di cui ci stiamo sentendo dolorosamente e sconsolatamente orfani.
    Capisco, però, che queste affermazioni vanno approfondite in diverse direzioni, se si vuole che esprimano un loro “senso compiuto”

  3. Bruno Belli il 11 aprile 2013, ore 15:44

    Gentile Ombretta, sì.
    Ne sono convinto.

    Se, fino a qualche anno fa, potevamo ritenere che la politica prediligesse cittadini “succubi” per “lavorare” e “gestire” senza difficoltà, oggi, molti degli stessi “analfabeti di ritorno” sono quelli che troviamo tra i candidati e che, in effetti, di tutto parlano tranne che di possibili strade concrete per levarci dal pantano socio economico attuale.

    La qualità generale delle persone – e, tra le qualità, ritengo quelle più strettamente “umane” – si è impoverita: si predilige il numero (sia esso un insieme di individui che possano “divenire” utili, o la cifra in banca) alla tutela dei diritti dei singoli.
    Tale sordo individualismo è frutto di un sempre minore interesse verso le qualità morali che, guarda caso, sono il principio ed il fine di ogni dottrina filosofico sociale da cui sono scaturiti i principi fondanti delle costituzioni moderne (tieni presente la “lotta” degli “Illuministi in proposito), dei valori cantati dalla poesia, ritratti dall’arte, applicati scienze volte alla ricerca dei mezzi per migliorare l’esistenza dell’uomo (medicina, ecc..)

    Se anteponiamo il “numero” – ad esempio, quello delle Lobby internazionali d’accentramento economico, della “produttività” a minor costo possibile, delle “cordate” di potere (politico, economico, culturale…) – allora neghiamo il ruolo della centralità dell’Uomo nel quotidiano, ovvero il cardine su cui si è fondata la cultura dell’Umanità per secoli e sempre dovrebbe fondarsi.

    Io ci rifletterei con una certa serietà, perché qui c’è il rischio – vero – di uno scontro vitale tra la “cultura dell’individualità” e quella della “comunità” – e lo scrive uno che non si definirebbe mai “comunista” (nel senso “classico” del termine).

  4. Mariella il 11 aprile 2013, ore 18:08

    Ho l’impressione che Belli a Varese sia come una corazzata nello stagno.
    Chi oggi, avrebbe coraggio di parlare di “morale” e “moralità”?
    Belli, Lei è controcorrente, ma, in realtà, penso che la veda nella giusta ottica.
    Quello che molti non vedono è che, quando si dovrà uscire dal pantano, perchè se ne dovrà usicre, non sarà un passaggio facile per nessuno, anzi, sarà uno scossone.

  5. Giulio G. il 12 aprile 2013, ore 20:47

    Egr. dottor Belli, Lei fa un’analisi attenta ed anche condivisibile, tanto nel pezzo, quanto nel commento.
    Ma, come si può cominciare a risolvere il problema? Quale cultura e, soprattutto quale politica? O meglio quali politici?
    Ormai, politica e vita civile mi sembrano ampiamente lontane.
    Che ne pensa?

  6. Bruno Belli. il 13 aprile 2013, ore 10:48

    Gentile Giulio, grazie per quello che scrive.
    Certo, non è semplice. Il primo passo, a mio parere, è rendersi conto non solo della difficile situazione, ma del fatto che se ne debba uscire il più presto possibile.
    Per questo motivo, chi è in grado, chi può, chi se la sente, chi si ritiene “impegnato” in qualche cosa, non deve temere di “denunciare” le magagne, di riprenderle, di farle conoscere il più possibile ai cittadini.
    La gente non è stupida – tra l’altro – come si vorrebbe far credere (veda, ad esempio, proprio la discussione in atto, di questi giorni, sugli alberi ai Giardini Estensi).
    Parlare direttamente, con semplicità, con convinzione: questo è alla base di un qualunque “progetto” serio, anche la “riqualificazione” – vera – del nostro Paese (nel sociale, nella cultura, nel lavoro, ecc.)
    Ed in questo, i primi a farlo dovrebbero essere i giornalisti, ma difficilmente avviene (fatte le debite eccezioni, tra le quali annovererei VARESEREPORT): forse, infatti, non ha torto un mio amico che, sovente, mi ricorda – e mi punzecchia – “Ma, in Italia, esistono davvero i giornalisti?”
    Spero di averLa soddisfatta.
    Cordialmente,
    B.B.

  7. Mirella il 13 aprile 2013, ore 13:27

    Forse il suo amico ha proprio ragione. Per lo più, l’informazione è soggetta agli interessi degli editori e dei politici stessi.
    Ed è difficile trovare spazio, così, per chi non si conformi. Eh, sì: Piovene, Soldati, ma anche Montanelli, Mario Borsa, eccetera!!!

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