Lettere

Le grandi opere e la ripresa

L’Italia è piena di grandi opere inutili o incompiute: strade, autostrade, ponti, viadotti, gallerie, scuole, ospedali, caserme, carceri, teatri e centri polifunzionali, musei, dighe, acquedotti, aeroporti, stazioni ferroviarie, stadi, piscine e strutture sportive varie, ecc., opere che gridano vendetta al cielo, iniziate spesso da anni e mai finite

rimaste a testimonianza dello scempio etico e ambientale, veri e propri monumenti allo spreco e all’insipienza politica. (Vedi su internet: “Il Fatto Quotidiano” – 320 opere incompiute in Italia).

Avranno anche dato temporaneamente lavoro, ma un lavoro provvisorio e improduttivo che si esaurisce nel tempo e poi lascia dietro di sé solo distruzione e rovine, dissesto e cementificazione del territorio con danni ambientali e paesaggistici irreversibili, spesso anche con ripercussioni negative sulla vita quotidiana, sull’agricoltura e sul turismo.

Mentre non si fanno né si programmano le opere necessarie e più urgenti, soprattutto quelle di ordinaria manutenzione, di prevenzione, di consolidamento e di salvaguardia del territorio e di recupero delle strutture esistenti, specie in un paese come il nostro soggetto a frane, smottamenti, alluvioni, incendi, terremoti e quant’altro. Eppure questi interventi produrrebbero più lavoro stabile nel tempo con un ritorno positivo per l’economia, il territorio e l’ambiente.

Perché allora in Italia si continuano a progettare nuove grandi opere, di cui il più delle volte i Cittadini non ne sentono affatto la necessità, anziché privilegiare gli interventi di cui sopra ? Perché evidentemente si concepisce il consenso basato solo su grandi progetti che, necessitando di notevoli finanziamenti, muovono grandi masse di denaro pubblico e vanno ad arricchire le tasche dei pochi fortunati che tali opere sono stati promotori ed esecutori. Non importa se poi non vengono completate : l’importante è cominciarle, poi si vedrà.

Finora questo è stato il “Sistema Italia”. Così la spesa improduttiva è aumentata, la disoccupazione pure, mentre il lavoro stabile e produttivo ristagna o viene trasferito all’estero.

Perché la politica si ostina a non capire e prosegue su una strada che conduce inevitabilmente alla recessione, all’impoverimento e alla miseria ? Non sarebbe ora di dirottare i pochi finanziamenti pubblici residui verso opere di risanamento ambientale, di prevenzione del dissesto idro-geologico, di recupero edilizio pubblico e privato e di messa in sicurezza di tanti edifici, soprattutto in zone a rischio sismico e alluvionale?

Ne trarrebbero vantaggio tantissime persone, si darebbe maggiore impulso al lavoro e all’economia soprattutto nelle zone meno fortunate del Paese, la ricchezza risulterebbe così meglio distribuita e non finirebbe solo nelle tasche di pochi.

Giovanni Dotti e Martino Pirone

17 marzo 2013
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