Lettere

La mia idea di cultura a Varese

Mariangela Melato se n’è andata in silenzio, come accade a chi sa di aver fatto la sua parte e non vuole clamori, perché, in certi momenti, rispetto e riflessione sono d’obbligo. E’ stata una grande attrice, eclettica, versatile, impegnata, colta, completa, come sapevano essere le dive di un tempo, quando lasciavano trapelare, in ogni ruolo, una carica di umanità che ce le rendeva amiche.

Tante cose mancano, nel vuoto prodotto dall’ignoranza di chi detiene il controllo anche della cultura ed “invidia, superbia ed avarizia” infiammano talmente i cuori da inquinare anche il mondo della conoscenza.

Durante un incontro nella sala della pasticceria Zamberletti, dove si celebravano “Dieci anni di civiltà varesina”, in un locale gremito di bellissima gente, appassionata ed affamata di sapere, mi sono trovata a riflettere su tante cose che venivano dette. E’ vero, Varese è una città provinciale, abitudinaria, un po’ snob ed elitaria, in lenta, ma inesorabile decadenza anche nella sua identità migliore oltre che nella sua forma reale (tanti negozi, industrie, piccole e grandi aziende sono state piegate dalla crisi o pilotate verso altre mete per altro tipo di interessi), ma è anche lo specchio di quello che anche noi potremmo diventare se non manteniamo viva la fiamma della conoscenza.

Non ho voluto intervenire nel dibattito, perché avrei tolto spazio a relatori che catalizzavano l’attenzione del pubblico presente con un’analisi amara sulle condizioni della “Varese culturale”, ma anche proiettata su prospettive positive e possibiliste. Andrea Giacometti, direttore di “Varesereport”, l’amico Matteo Inzaghi direttore di “Rete 55”, Diego Pisati, responsabile di “Cultura e spettacoli” de “La Prealpina”, dopo aver espresso le loro considerazioni sul tema, hanno rivolto alcune domande ai due grandi protagonisti dell’anniversario: Bruno Belli, coordinatore e conduttore dei suoi ormai famosi “ venerdì” e Angela Zamberletti, proprietaria del “Caffè” omonimo, eccellente padrona di casa, donna “illuminata”, in grado di coniugare le sue esigenze di imprenditrice rispondendo, con disponibilità gratuita, alle molteplici richieste di spazi liberi dove poter diffondere proposte di cultura a vario titolo.

Certamente questa azione congiunta rappresenta una bella sfida alla crisi, un esempio che molti dovrebbero imitare, perché non è il luogo della cultura a fare cultura e a creare altre opportunità, ma la qualità di quello che si offre. E’ un modo efficace e semplice per creare sinergie aperte in grado di rispondere a più esigenze realizzando, nel contempo, più obiettivi simultaneamente.

La nuova cultura deve, a mio avviso, sapersi muovere in ogni ambito, abbandonare la sua veste cattedratica e conservare la prerogativa dei contenuti, deve sapersi avvalere di chiunque possa e voglia dare un contributo alla divulgazione del sapere.

Io ho trascorso gran parte della mia vita in cattedra e ci sono ancora. Ho insegnato anche nei corsi serali di Istituti Tecnici e Professionali, dove ho incontrato alunni straordinari, di diversa estrazione sociale, stanchi dopo otto ore di lavoro, ma più motivati e consapevoli di tanti altri sul fatto che la formazione fosse un dovere necessario per comprendere la vita. Da loro ho ricevuto molto di più, in fatto di stima e riconoscenza, di quanto non mi abbia dato la docenza in Istituti apparentemente più prestigiosi.

Nel panorama “intellettualoide” – perché l’intellettuale è persona intelligente e sensibile – sono poche le persone che si danno con il cuore, che non vogliono essere autoreferenziali e neppure parlarsi addosso con il linguaggio del cattedratico narcisista che suscita commenti del tpo: “E’ stato bravissimo, ma non ho capito niente”, “E’ competente, colto, erudito, ma manca di passione e di empatia, quindi non trasmette”.

La cultura, secondo la mia visione personale, quella che vorrei applicare come Presidente di UNI3Varese, deve essere apertura, dialettica, comunicazione, dibattito, libertà, rispetto degli altri, condivisione e scambio di conoscenze.

Per questo rivolgo un invito a tutti coloro che condividono questa impostazione, che è l’unica che possa unire nel rispetto delle reciproche differenze e dare un segnale forte sulla indispensabilità di un confronto aperto a 360°, che sia, nel contempo, circolazione del libero pensiero e sistema dialettico di una democrazia capace di interrogarsi e cercare risposte su tutto.

Pertanto “Chi ha qualcosa di valido da proporre lo regali agli altri o faccia silenzio, perché l’autocelebrazione è la pratica di chi non vuole interlocutori perché non è in grado di confrontarsi con nessuno.

Giuseppina De Maria

Presidente di UNI3Varese

 

 

 

13 gennaio 2013
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