Lettere

La metamorfosi del Professore

La metamorfosi del professore da tecnico super partes a politico ha preso in contropiede un po’tutti: dirigenti di partito, opinionisti e semplici cittadini. E’ vero che Monti ci ha messo del suo per convincerci che lui era lì per puro spirito di servizio, perché chiamato e che come un Cincinnato qualsiasi sarebbe tornato dopo l’esperienza di governo ad occuparsi di quello che faceva prima.

Ma quello che sta meravigliando un po’ tutti non è solo il suo  sostegno al centro di Casini e Montezemolo ecc., ma l’accelerazione imposta alla campagna elettorale con il suo impazzare sui mass media, prima dell’entrata in vigore della par condicio.  L’11 dicembre è andato a Uno mattina, poi dopo la conferenza stampa di fine anno si è recato da Lucia Annunziata, ieri l’altro era a Radio anch’io, ieri di nuovo a Uno mattina, questa sera  sarà a Otto e mezzo.  Monti ha invaso gli organi d’informazione con un’irruenza e una frequenza che ricorda quella di Berlusconi, cui da anni siamo abituati e con un linguaggio a tratti arrogante, tagliente ed offensivo. Perché questo suo  cambio di passo? Perché questi toni così insoliti, che lo ha portato ad abbandonare il suo proverbiale “a plomb” sino a farlo scadere nell’insulto, col suo accennare alla «statura» di Brunetta?

“Quello che però colpisce di più”- dice Jacopo Jacoboni su La Stampa – “non è la quantità di questa presenza, è la qualità”. Il fatto che Monti ha totalmente abbandonato quella che la studiosa Giovanna Cosenza ha definito «comunicazione elitaria», per tentare una trasformazione in animale da campagna elettorale, un animale che «gronda bonomia da tutti gli artigli. Dopo aver preso in contropiede, tutti quelli che l’hanno lealmente sostenuto (e forse lo stesso  suo mentore il Presidente Napolitano) che  lo invitavano a starsene alla larga dall’impegno attivo, invitandolo a mettersi “a disposizione della Repubblica”, si è buttato in prima persona nella mischia per portare a termine la sua “Agenda per L’Italia”.

In molti sostengono, in primis Bersani e Renzi, che Monti con questo suo schierarsi al centro, mettendo nello stesso calderone gli estremismi conservatori  di Brunetta e Fassina, con un linguaggio che richiama quello della Dc contro “gli opposti estremismi”, stia “sciupando un patrimonio di consenso” faticosamente e meritatamente guadagnato, anche con il supporto del Presidente della Repubblica.

Ma perché sta rischiando tanto entrando pesantemente nell’agone politico? Penso che ad  indurre Monti a schierarsi vi siano ragioni ed eventi interni ed internazionali, che sono con il tempo andati maturando. Innanzitutto le pressioni dell’America. Il Presidente Obama in particolare che considera il professore un alleato prezioso ed autorevole nella sua politica verso un’Europa unita ed alleata degli USA. Ma le pressioni su Monti sono venute anche dai dirigenti del Ppe, riuniti a Bruxelles, allarmati dal ritorno in campo di Berlusconi. Gli autorevoli dirigenti Ue che hanno abbandonato  lo screditato Berlusconi in crisi guardano sempre con più interesse alle competenze e all’ affidabilità di Monti. C’è poi la Chiesa, che vede di buon occhio un centro guidato da un cattolico serio, per non parlare poi del sostegno offerto dagli industriali, intenzionati a condizionare e a sbarrare la strada a Bersani e Vendola. Queste appena  ricordate sommariamente sono le motivazioni di ordine internazionale e nazionale che hanno certamente fatto presa su Monti, spingendolo all’impegno.

Quanto  poi al suo impazzare in Tv e ai  nuovi  toni pesanti ed insoliti usati la loro spiegazione non va solo ricercata nel tentativo di radicalizzare lo scontro, alzando un polverone per coprire i bassi sondaggi (gli ultimi parlano di un 12,5% ) che la sua “salita in campo” gli sta riservando e ‘l’armata Brancaleone,’ come l’ha chiamata Berlusconi, dei vari Cesa, Casini, Fini e Montezemolo ecc. gli sta portando in dono. Ma  nel non aver sciolto sino in fondo il vero nodo politico a base della sua “salita in campo.” Che avrebbe dovuto fare Monti? Avrebbe dovuto, con in un colloquio riservato con Napolitano, e poi in una conferenza stampa, rinunciare alla carica di Senatore a vita, tentare di federare una destra decente e presentarsi alle elezioni, sperando di vincerle. Ma non aver avuto il coraggio di trarre le conclusioni sino in fondo da questa vicenda, lo costringe a ricorrere ad artefici verbali, a toni aggressivi e a sperare che con il Porcellum e i risultati elettorali del Senato: “Bersani convinca ma non vinca”. Questo fa dire a Bersani e Renzi riuniti piacevolmente a tavola per arginare il montismo: «Questa è la solita, vecchia teoria politica di Pier Ferdinando Casini. Comanda chi ha meno voti…». Francamente per il bene dell’Italia, speriamo proprio di no.

Romolo Vitelli

5 gennaio 2013
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