Varese

Barbareschi istrionico nel “Discorso del Re” all’Apollonio

Una scena dello spettacolo al Teatro Apollonio di Varese

Una scena dello spettacolo al Teatro Apollonio di Varese

Grande attesa, ieri sera, per “Il Discorso del Re”, proposto nell’ambito della Stagione di Prosa del Teatro Apollonio di Varese. Un testo dello sceneggiatore David Seidler, portato in scena, in un’ottima pellicola cinematografica, da Tom Hooper. Ieri sera, invece, abbiamo avuto la possibilità di assistere alla versione teatrale portata in scena da Luca Barbareschi, nella veste di produttora, regista, traduttore, attore protagonista. Lo diciamo subito: ben poco ha a che fare con il film, la versione dell’attore-regista, che ha deciso di seguire tutt’altra traiettoria.

Barbareschi impersona la figura di Lionel Logue, logopedista e un po’ ciarlatano che, come in una favola d’altri tempi, stringe rapporti, lui oscuro attore mancato con grigia consorte al seguito, niente meno che con i membri della famiglia reale inglese. In un momento drammatico, che vede la resistibile ascesa del mediocre dittatore Adolf Hitler dominare la scena internazionale, fino allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Sulla scena Logue si prende carico di Albert, secondo genito del ruvido Giorgio V, afflitto da un’inguaribile balbuzie e dal panico di fronte alla folla, il tutto legato ad una filiera di vicissitudini giovanili che hanno reso il futuro monarca un debilitato aristocratico dallo sviluppo bloccato. Arriva allora Logue che, con inarrestabile vitalismo, conduce passo passo l’introverso futuro monarca al trono con il nome di Giorgio VI, dopo il breve regno di Edoardo VIII, che perse il trono per l’insignificante Wallis Simpson.

Barbareschi ha riletto l’opera teatrale a proprio uso e consumo. Trasformando tutto, la scena privata della famiglia reale, così come l’universo della geo-politica di allora, in un grande palcoscenico. Teatro del mondo, avrebbero detto gli Elisabettiani. Dunque se attore (fallito) è il logopedista Barbareschi, lo è anche il re d’Inghilterra, che davanti al popolo si deve comportare come un consumato interprete della volontà popolare, certo interprete democratico, a differenza di quell’istrione che è Adolf Hitler, che continua, per tutto lo spettacolo, ad essere presente attraverso spezzoni di documentari proiettati sul sipario.

Questa impostazione consente a Barbareschi di recitare da protagonista, qualche volta gigioneggiando, eccedendo con spunti comici, approfittando di qualche occasione (i momenti di casting in particolare) per lanciarsi in macchiette come quelle di un Calibano brasiliano e poi di un Calibano nano e sardo. Momenti che c’azzeccano molto con la storia raccontata nello spettacolo. Resta il fatto che, al di là di qualche eccesso istrionico, Barbareschi mette in scena un personaggio credibile e certamente molto gradito al pubblico varesino.

23 dicembre 2012
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