Milano

Lohengrin, alla prima scaligera protagonista la sostituta Dasch

 

Annet Dasch

Con l’esecuzione dell’Inno nazionale, ed un quarto d’ora di meritati applausi, si è conclusa ieri la tradizionale “prima” scaligera di Sant’Ambrogio, attesa con trepidazione soprattutto per una serie di imprevisti che riguardava il ruolo della protagonista Elsa. Dopo Anja Harteros, anche la sostituta, Ann Petersen, dava forfait per un’indisposizione e così, nella notte tra il 6 ed il 7, è arrivata da Berlino Annet Dasch, che ha debuttato nel ruolo wagneriano al festival di Bayreuth nel 2010.

Per un caso fortuito, l’avere posposto l’esecuzione dell’Inno nazionale al termine della serata ha sortito un meraviglioso effetto conclusivo, giacché, oltre all’orchestra, tutta in piedi, ha partecipato il coro, a scena aperta, creando un legame diretto con la sala – come non si sarebbe potuto sortire prima del preludio, ove il sipario sarebbe dovuto restare abbassato – tanto più che si sono visti due artisti stranieri come Jonas Kaufmann e Renèe Pape, cantare parola per parola (sic) il nostro inno.

Una preclara lezione – se mai ve ne fosse bisogno – che la cultura, di cui l’arte e una delle pietre fondanti, è in grado di appianare differenze, partigianerie, polemiche montate ad hoc, ed esprime la naturale equità di condizione tra tutti gli uomini e le personali tradizioni.

Venendo ora allo spettacolo, che possiamo definire, nell’insieme, più che buono, deludente è risultata la regia di Claus Guth, non certo per avere trasposto l’azione della “favola”, ma per non essere riuscito a trasferire le idee in esito ben definito. L’unico vero momento incisivo, e comprensibile in modo chiaro, è stato nel finale dove Guth ha realizzato compiutamente l’idea secondo la quale per Elsa vi era un’identificazione tra il fratello morto ed il cavaliere amato e sposato: sicché, alla morte di Lohengrin, Elsa rivolge l’ultima battuta “Mein lieber” (mio amato) al fratello che torna in scena liberato dal carcere, un giovane dai tratti vagamente somiglianti a quelli dell’eroe defunto. Guth non ci ha fatto assistere né ad obbrobri (ed è un merito il non volere “stupire” ad ogni costo), ma nemmeno ad intuizioni incisive.

Ottimi i cantanti, eccezion fatta per il rozzo Tòmas Tòmasson nel ruolo del diabolico Telramund, il cui canto sfogava nell’urlato con fastidiosi problemi d’intonazione, per giunta, accanto, invece, all’eccezionale Hevelyn Herlitzius, un’Ortrud di fervore scenico ed avvantaggiata, nel canto, da emissione sicura ed incisiva. Renèe Pape vestiva il ruolo del Re Enrico l’uccellatore: la nobiltà dell’accento e del fraseggio che contraddistinguono questo grande basso, a suo agio tanto in Mozart, quanto in Verdi ed in Wagner, grazie ad una tecnica costruita in modo certosino, ne hanno tratto un personaggio completo, così come riesce ad Jonas Kaufmann, vero “Heldentenor” (tenore eroico) wagneriano, ottimo anche come attore.

Grande plauso va attribuito ad Annett Dasch che – facilitata dall’avere già collaborato tanto con regista quanto con il partner tenorile – è riuscita ad inserirsi in pieno nell’azione: qualche emozione l’ha tradita al suo ingresso, ma, dal luminosissimo attacco del “sogno” in poi, ha deliziato per la perfezione del dettato e per la grazia fisica ben sposata a quella di Kaufmann – veramente belli nel secondo atto, il che, in uno spettacolo, mai guasta. Qualche riserva va rivolta a direttore, orchestra e coro.

Barenboim propone la sua consueta concezione di “Lohengrin” che ne privilegia l’aspetto tragico: densità sonora lutulenta (ancora più accentuata in roboanti uscite dei non sempre perfetti ottoni scaligeri, più volte imprecisi), poco luminosa (come sempre con lui, “legnoso”, anziché “trasparente”, il Preludio dell’atto I), atmosfera di austera tragicità talora portata allo spasimo, sicché, nel primo atto, il coro è risultato più volte “scollato”, entrando non sempre in perfetta sintonia con l’orchestra.

Bruno Belli

8 dicembre 2012
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7 commenti a “Lohengrin, alla prima scaligera protagonista la sostituta Dasch

  1. Mariella il 9 dicembre 2012, ore 18:54

    Grazie a Varesereport, per avere pubblicato anche una riflessione molto trasparente ed immediata sulla Prima della Scala.
    Complimenti a Voi tutti!

  2. Daniel Mag il 10 dicembre 2012, ore 10:59

    Caro Sig. Pruno Pelli,
    prima di criticare l’ottimo Tomasson, impari Lei a scrivere i nomi degli interpreti! Gli ha sbagliato quasi tutti: Annet o Annett invece di Annette, Renèe ( accento sbagliato e con la doppia “e” la forma femminile!) invece di René, Hevelyn invece di Evelyn. Piuttosto non scrivere gli accenti che sbagliarli!
    Inoltre, la battuta di Elsa ( che sone le penultime, perché l’ultima è “Ach” che significa “ah!”) non è “Mein lieber” ( che significa piuttosto “mio caro” perché “mio amato” sarebbe “Mein Geliebter”) ma “Mein Gatte” che significa “mio consorte”.
    Secondo me e probabilmente anche secondo Wagner, Telramund non è per niente diabolico, ma solamente geloso e ferito nel suo orgoglio, perché rispinto da Elsa. Lui è indotto dalla moglie Ortrud che a sua volta è diabolica.
    Cordiale saluti
    D.M.

  3. Alex il 10 dicembre 2012, ore 11:16

    Sono d’accordo con Belli: l’esecuzione dell’inno nazionale alla fine dell’opera è stata di molto maggiore effetto, perchè ha permesso alle intere masse degli artisti la partecipazione diretta con la Sala.
    All’inizio, invece, sarebbe stata la sola orchestra…

    Grazie, poi, a Belli che, pur dandoci le annotazioni “di contorno”, con poche parole e chiare, da critico di seria professionalità, senza spocchia, ma rivolgendosi a tutti, traccia l’analisi artistica della serata, che resta sempre il fatto principale a teatro.

  4. Bruno Belli il 10 dicembre 2012, ore 16:58

    Ad affermare il vero l’ultimissima battuta del libretto non è nemmeno “Ach”, ma “Weh’!” (Il che significa “Ahimè! – l’accento è giusto).
    Può confrontarlo nell’edizione critica italiana curata da Marco Beghelli.

    “Pruno Pelli” mi piace moltissimo, sia perché “pruno” è usato anche come sinonimo di “spina” (per ovvi motivi) e non mi spiace essere una spina nel fianco di tutti coloro che si soffermano, come lei, Daniel (sempre che si chiami così) alla superficie delle cose, senza andare al nocciolo delle questioni.

    Dovevo recensire un’opera musicale, innanzi tutto, sotto l’aspetto artistico e questo ho fatto.

    Se Lei si volesse deliziarsi di quanti refusi sui nomi stranieri vi siano sui Giornali, solo per restare alla musica, le consiglio di partire dal “Correre della Sera” degli anni Settanta del Novecento per arrivare a “Il Giorno”, così come su qualche Zeitung tedesco (vede che ricordo che tutti i sostantivi in Tedesco vanno maiuscoli anche se nomi comuni, mentre in Italiano no?) troverà altrettanti refusi verso le parole italiane.

    Ben più grave sarebbe per un italiano scrivere – per restare in materia musicale – Donizetti con due zeta, che non, ad esempio, Werther con la “V” (anche perché è stato fatto: veda il melologo musicato da Mayr, un tedesco che si fece italiano e che accettò la “V” invece della “W” , per l’eroe goethiano; oltre ad avere permesso la mancanza della “h” – “Verter”, che scandalo!!! – vero?!?)

    Ah, è garantito: a proposito dei Tedeschi, Boito scrive proprio “lurco”, usando il termine che già Dante riferiva ai “magioni” e “beoni” d’Oltralpe.

    Quindi, se Lei è un Tedesco, mi scuso per avere offeso l’ortografia (nessuno è perfetto, ed io sono il primo ad ammettere sempre la mia mancanza di sapere, per questo leggo molto…e penso) se, invece, è un Italiano, mi rammarico del fatto che l’Italia sarà sempre nave in gran tempesta perché qui si confonde sempre l’erudizione con la cultura, che son due cose affatto differenti.

  5. Bruno Belli il 10 dicembre 2012, ore 17:11

    P.S.

    Le mie scuse, doverose, vanno ad Annette Dasch, per avere scritto in modo scorretto il Suo nome, ma credo che l’Artista capirà senza offendersene, così come è più volte capitato anche a me, quando, innavertitamente, sono stato chiamato ad esempio “Paolo” (un refuso fatto da un collega appassionato di programmi TV serali, mi dissero)

  6. Giovanna il 10 dicembre 2012, ore 17:21

    Ho letto articolo e commenti.

    Un tempo dicevano che “sbaglia anche il prete a dir messa” e qui c’è chi se la prende per un nome straniero (tra l’altro di un’interprete giunta all’ultimo mometo, quindi non riportata nemmeno sulle locandine) non scritto correttamente.
    Credo che Bruno Belli abbia fatto il suo lavoro di “ascoltatore” serio e scrupoloso come sempre e come dimostra da più di 15 anni su quotidiani e su periodici specializzati e mi augro di leggerlo ancora in futuro.

    Certo che Belli deve proprio dar fastidio a tanti, redo per la sua capacità di emergere grazie alle sole doti perdsonali e non alla “amicizie” (che ci sono in TUTTI i settori!!!)

  7. Stefano il 11 dicembre 2012, ore 10:57

    Concordo con Belli sulla cattiva interpretazione di Tomasson e mi stupisco del livore di qualcuno nei confronti di una pagina stesa con molta serenità ed obiettività, caratteristiche che sono proprie della professionalità dell’autore, come dimostra da tempo soprattutto sui periodici di settore.
    Ma Bruno Belli è un aristocratico della cultura (e non solo di essa): lo dimostrano anche le scuse (forse, in fondo, nemmeno dovute) alla bravissima Annette Dasch.

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