Milano

Prima alla Scala con il Lohengrin. Ma non tutti applaudono

Il Teatro alla Scala

Ed eccoci arrivati all’appuntamento dell’inaugurazione della stagione del Teatro alla Scala, momento importante non solo per Milano per l’Italia intera, giacchè molti appassionati al mondo si collegano con la capitale lombarda per seguire quello che avviene al “Piermarini”. Soprattutto per la musica (La Scala è ancora indice di qualità, per molti), ma anche per il “gossip” inevitabile sulle “mise” e sule “toilettes”.

La scelta di inaugurare la Stagione 2012 – 2013 con il “Lohengrin” di Wagner ha innescato alcune polemiche tanto tra gli appassionati d’opera, quanto tra alcuni critici. Il contendere si innesta attorno al bicentenario che vede protagonisti tanto Giuseppe Verdi, quanto Richard Wagner.

Secondo alcuni appassionati (ma anche qualche critico sposa volentieri tale tesi), il problema principale sarebbe il direttore Barenboim che non “sente” Verdi, mentre è un attento cultore di Wagner. Sempre gli intransigenti fanno osservare che a dirigere le opere successive firmate da Verdi, a parte un paio di nomi grossi (Harding e Dudamel), ci sarebbero direttori «fragilini».

Molti, poi, si chiedono se non si fosse potuto invitare qualche direttore “verdiano” come Riccardo Chailly – che ha di recente inciso, proprio con l’Orchestra del Teatro alla Scala, alcune ouvertures verdiane ed i ballabili da “Jerusalem” per la Decca – o Daniele Gatti, per non parlare di Riccardo Muti, il quale ha aperto con il “Simon Boccanegra” di Verdi la stagione del Teatro dell’Opera di Roma.

Taglia corto Fournier Facio, coordinatore della Direzione artistica scaligera: “E’ vero che apriamo con Wagner, ma la prima opera che va in scena nel 2013 sarà “Falstaff’” di Verdi e l’ultima, a dicembre, sarà “La traviata”, sempre di Verdi. La cornice dell’anno del bicentenario e’ dunque verdiana. Fra ‘Falstaff’ e ‘Traviata’ la Scala, unico fra i teatri italiani, mette in scena ben otto titoli del compositore di Busseto, dei quali sei sono nuove produzioni, contro cinque di Wagner”.

Sul palcoscenico del Teatro milanese, infatti, si succederanno, da gennaio 2013, “Falstaff”, “Nabucco”, “Macbeth”, “Oberto conte di San Bonifacio”, “Un ballo in maschera”, “Don Carlo”, “Aida” e, infine, “La Traviata” che inaugurerà la stagione 2013-2014

Attendiamo dalla Scala esiti di qualità, cominciando proprio da “Lohengrin”, dove non si vede entrare il tradizionale cigno, giacché il regista Claus Guth, spiegando di non essere “interessato all’immagine del cigno in sé, perché quel che conta e’ il fratello di Elsa, che si nasconde dietro quell’immagine”, punta su una “lettura” intimistica dell’opera, che, di fatto, è percorribile in tale lavoro.

Altra novità l’ambientazione che, dal Medioevo, si trasferisce ai tempi del compositore. Afferma, in proposito, Guth: “Sicuramente conta molto l’epoca in cui il compositore è vissuto, quando si ponevano le basi per quel sistema capitalistico-finanziario e politico, nelle cui conseguenze, ci troviamo a vivere oggi”. Non c’è male, per uno spettacolo d’arte…

Bruno Belli

 

7 dicembre 2012
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6 commenti a “Prima alla Scala con il Lohengrin. Ma non tutti applaudono

  1. Mariella il 7 dicembre 2012, ore 20:58

    Caro direttore, nel ringraziarla per l’attenzione con cui segue il mondo della cultura in generale, Le chiedo se abbia “ingaggiato” Belli anche per una recensione dello spettacolo.
    Mi piacerebbe sapere qualcosa in proposito non solo dell’interpretazione musicale, ma anche della “strana” regia.
    Attendo, se puo rispondere. Grazie mille.

  2. Giovanni Dotti il 9 dicembre 2012, ore 14:13

    Ho assistito all’opera sul grande schermo del Cinema Garden di Gavirate (chi si contenta gode!). Bellissima la musica e bravissimi i cantanti, brutta – a mio avviso – la coreografia, che travisa qella atmosfera magica e fiabesca della saga medievale che Lohengrid ha sempre cercato di tasmettere. La politica non dovrebbe stravolgere lo spirito e la sacralita’ originaria di un’opera “classica” come questa. Il cui significato recondito va lasciato all’interpretazione dello spettatore.

  3. Emiliano il 9 dicembre 2012, ore 21:32

    Ho soltanto ascoltato l’opera alla radio, senza vedere alcune immagini relative allo spettacolo, ma… da quanto ho sentito non ho alcun rammarico per non averle viste.
    Continuo a ritenere Wagner un caso a sè nella storia della musica: egli non è solo autore di tanta meravigliosa musica, ma anche dei libretti, dunque trovo assolutamente sbagliato mancargli di rispetto inventandosi di volta in volta regie con ambientazioni e periodi più disparati, dal passato all’imprevedibile futuro…
    Come si rispetta la sua Musica lo stesso si dovrebbe fare per il testo: ma se pensiamo che, a partire proprio dai suoi pronipoti Wieland e Wolfgang, si è fatto di tutto per “dissacrare” e prendere le distanze dall’alone mitico che nonostante tutto continua a pervadere misteriosamente la sua opera, so di combattere una battaglia persa dicendo questo.
    A consolarci rimane sempre la musica.

    Quanto alle polemiche verso un grande direttore d’orchestra, Daniel Barenboim, di notevole statura wagneriana, esse sembrano veramente futili, in quanto si sa che Wagner è da molti anni in cima ai suoi interessi. E basta con la ritrita “rivalità” (inventata da noi italiani) tra Verdi e Wagner, perchè la statura dei due è di molto differente: il primo sarà pure il Re dell’Opera, ma il secondo è senz’altro un Dio della Musica.

    Infine nota stonata… Perchè farci ridere dietro da tutto il mondo imponendo (sembra da Monti in persona a Barenboim) l’esecuzione dell’inno di Mameli poco dopo la fine dell’opera, interrompendo l’incantesimo wagneriano? Mi è parsa un’autentica arroganza, indegna di un paese civile e acculturato quale dovremmo essere, specie in un luogo come il Teatro alla Scala. Tanto che bene ha fatto il direttore ad eseguirlo con tempi e toni da zumpapà verdiani, mettendo ulteriormente in risalto e ridicolo l’arroganza e prepotenza di chi ha voluto imporlo.

    Chissà le risate di Riccardone Wagner da lassù…

  4. a.g. il 9 dicembre 2012, ore 21:45

    La nota stonata è che non si sia eseguito l’Inno italiano all’inizio, come sarebbe stato doveroso in un Paese civile…

  5. giorgia il 10 dicembre 2012, ore 16:05

    A mio avviso l’opera é stata bellissima, sia per i cantanti, bravissimi, sia per la scenografia, moderna ma senza esagerazioni. Devo precisare che , a mio parere, non é stata una brutta idea aprire la stagione lirica con un`opera di Wagner, sarà perché sono un`appassionata delle sue opere… in qualsiasi caso la stagione comprende anche opere di Verdi, tanto che l`opera di chiusura sarà Traviata. Concordo però sul fatto che l`inno andava suonaro prima dell`inizio dello spettacolo; alla fine c’ é stato davvero male. Un`altra.nota stonata é stato il finale modificato; sapevo che dovevano morire solo Elsa e Friedrich, non ho capito il motivo per cui anche Lohengrin, e tanto meno Ortrud hanno dovuto finire così… se lo sapete, me lo potreste far sapere? Grazie a tutti.

  6. Bruno Belli il 10 dicembre 2012, ore 20:51

    Gentile Giorgia, provo a venirle in aiuto, semmai ci riesca, avendo compilato l’articolo che Lei ha avuto la bontà di leggere. Dico, semmai ci riesca, perché mi sono riletto le dichiarazioni di Guth e le note della regia, in proposito, sul programma di sala, pertanto devo “interpretarle” ed è sempre difficile mediare le idee altrui, ma è, ad ogni modo, compito del mestiere ingrato del “critico”.

    Nell’originale – ma qui, come Lei ben sa, vi è una lettura della trama operata dal regista in chiave psichica, come ho accennato nella recensione sempre pubblicata da VARESEREPORT – Elsa cade esanime nelle braccia del fratello, mentre Lohengrin s’allontana nella navicella non più guidata dal cigno (che altri non era che Goffredo trasformato da Ortrud per sortilegio) ma da una colomba discesa per miracolo dal cielo.
    Quindi non muore Gottfried che diverrà, a pieno titolo, duca di Brabante, né Lohengrin che ormai è lontano.

    Sottraendo alla storia ogni elemento favolistico, il regista percorre un’altra strada che non è, poi, così campata per aria.
    Lei, scrive, è appassionata della musica e del teatro di Wagner, quindi saprà meglio di me che un “Leitmotiv” dell’arte wagneriana è il tema del sacrificio che libera la persona amata, o amica, da uno stato di perenne dolore sulla terra (da Senta ne “L’Olandese volante”, a Santa Elisabetta nel “Tannhauser”, fino alle Walkirie ed al racconto di Parsifal molte sono le figure che si immolano consapevoli per salvare l’“altro”).
    In tal senso si può leggere la morte di Lohengrin al posto che l’allontanamento forzato: togliendo ogni tema poetico fantastico e virando verso un crudo realismo, ritengo che in tal senso si possa leggere la regia di Guth il quale, come avrà notato, fa suicidare anche Ortrud in scena, quando vede tornare vivo il fratello di Elsa.

    Infine, meglio di tutti ci soccorre Wagner stesso che ha chiarito il significato di “Lohengrin”, affermando che in quest’opera la situazione tragica corrispondeva alla solitudine, al destino d’incomprensione dell’artista rispetto al mondo a lui contemporaneo.
    Bruno Belli.

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