Gallarate

Piacioni e affabulatori, al Maga applauditi Ammaniti, Cacucci e Veronesi

 

Da sinistra, Ammaniti, Cacucci, Bambi Lazzati, Veronesi

Il Premio Chiara al Maga di Gallarate per la vetrina della finalissima con i tre big: Niccolò Ammaniti, Pino Cacucci e Sandro Veronesi. In una sala con divani bianchi e foto in bianco e nero appese alle pareti, si sono presentati i tre scrittori che domani, domenica 28 ottobre, alle Ville Ponti, sapranno, insieme al pubblico, chi dei tre è il supervincitore. Tanta gente, pile di libri tra le mani da fare autografare, banchetto con in vendita i volumi subito svuotato.

I finalisti si guardano attorno, fanno scivolare lo sguardo sulle pareti, sugli alti soffitti, sulle immagini. Due almeno, Cacucci e Veronesi, perchè Ammaniti sta guardandosi la collezione permanente e raggiunge i due colleghi con passo lento, dopo essersi soffermato al banco dei libri ed essersi accertato che si acquisti pure la sua raccolta di racconti.

Parlano l’assessore alla Cultura Nicosia, Emma Zanella, Bambi Lazzati, e poi i tre big decollano, “provocati” dalle domande di Romano Oldrini. E’ la prima volta che si confrontano tutti e tre insieme, perchè Ammaniti ha dato forfait all’incontro milanese (sta seguendo la promozione del film di Bertolucci tratto da un suo romanzo). E proprio Ammaniti attacca. “Il racconto è uno sport che assomiglia allo scrivere romanzi – dice lo scrittore romano -. Ho sempre voluto pubblicare i miei racconti, ma le case editrici si rifiutavano: il momento è delicato, mi hanno sempre detto. E alla fine, quando ho pubblicato questi racconti, li ho intitolati proprio ‘Il momento è delicato’”.

Inevitabile, per il toscano Sandro Veronesi, soffermarsi sul suo racconto forse più affascinante “Profezia”. Il racconto della morte e dell’agonia del padre, il racconto non facile con cui lo scrittore ha scelto di aprire la raccolta. “Quando l’ho scritto avevo già metabolizzato il dolore, e se così non fosse stato, non lo avrei scritto: i professionisti, quando stanno male, smettono di scrivere, i dilettanti iniziano a scrivere”. Per Veronesi il problema era quello di rendere il racconto un fatto di letteratura e non una confessione privata. “Allora ho preso ispirazione dall’Apocalisse di Giovanni, che rispetto al Vangelo dello stesso Giovanni, è un testo brutto, farraginoso”.

I presenti ascoltano con attenzione: gli scrittori iniziano a carburare. In prima fila il poeta Franco Buffoni. Entra in gioco ancora Ammaniti, che racconta la vera storia da cui ha tratto ispirazione per il racconto “La figlia di Shiva”: una vicenda ambientata nel corso di un viaggio in India, dove appare un Topolone spacciatore, un rifugio per falsi lebbrosi, un Baba Giorgio, sciamano made in Italy, una sete infernale che lo scrittore cerca di placare con acqua che lui tenta di disinfettare con una pastiglia che si rivela un disinfettante potentissimo, che lo porta allo svenimento. Un racconto stralunato che suscita risa e applausi tra il pubblico del Maga.

Più filosofico Pino Cacucci, che parla dell’amato Messico: “Mi ha insegnato a dubitare di tutto, che la verità non è univoca, che occorre accettare serenamente ciò che non si comprende”.

Schegge sulla settima arte, frequentata dai tre big della nostra narrativa. Tutti sono dell’idea di non farsi troppo coinvolgere in una pellicola tratta da uno dei loro libri. “Devi cedere il tuo bambino ad altri – dice Ammaniti, che sta seguendo il decollo dell’ultimo film di Bertolucci  -. Lo faranno crescere e magari non è detto che lo riconoscerai”.  Veronesi dona ai presenti il ricordo di un suo rapporto con Alberto Moravia, che non ne voleva sapere nulla dei film tratti dai suoi romanzi. “Ho un po’ disobbedito al suo consiglio di tenermi fuori – dice lo scrittore che ha collaborato con l’amico Nanni Moretti per “Caos calmo” (brutto il film, bello il libro). – E’ un’occasione per rompere la solitudine del lavoro dello scrittore”. Infine Cacucci parla di Salvatores, che mentre lavorava al film “Puerto Escondido”, tratto da un romanzo di Cacucci, riceve la notizia dell’Oscar per “Mediterraneo”.  Da Cacucci la zampata finale: “Boris Vian sembra che sia morto alla prima di un film tratto da un suo libro”.

Parole, applausi, domande. E poi il rito degli autografi e delle dediche, con tanti che fanno la fila per farsi firmare il volume da Ammaniti. Decisamente meno quelli che si rivolgono a Veronesi e Cacucci. Anche questa una profezia?

27 ottobre 2012
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