Milano

Operazione Dionisio, l’Arma stronca cartello mafioso per il narcotraffico

I carabinieri del ROS e dei comandi dell’Arma interessati hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal G.I.P. del Tribunale di Milano, su richiesta della locale Procura Distrettuale, nei confronti di 52 soggetti, indagati, a vario titolo, per associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, con le aggravanti della finalità mafiosa e della transnazionalità del reato. Gli arresti sono stati eseguiti in Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna, Calabria, Sicilia, Puglia e Basilicata.

I provvedimenti restrittivi scaturiscono dalle indagini avviate dal ROS sul contesto criminale nel cui ambito era maturato l’omicidio del pregiudicato Natale Rappocciolo, il cui cadavere era stato rinvenuto, a Pioltello (MI), il 27 giugno 2009. L’attività investigativa, sviluppata in direzione del locale di Pioltello, costituito nel marzo 2008 sotto la reggenza di Alessandro Manno, già affiliato al locale di Milano e tratto in arresto, nell’ambito della nota operazione “Il Crimine”, consentiva di documentare le dinamiche interne al sodalizio e la costituzione di un vero e proprio cartello fra le componenti milanesi appartenenti a diverse cosche calabresi, per l’approvvigionamento di ingenti quantitativi di cocaina dal Sud America.

In tale ambito, veniva anche accertata la compartecipazione al traffico di una proiezione milanese della Cosa Nostra siciliana facente capo a Giglielmo Fidanzati, figlio del noto Gaetano, elemento di vertice del mandamento di Resuttana Colli di Palermo e già condannato alla pena di 24 anni di reclusione per associazione di tipo mafioso.

Oltre ai rapporti funzionali al narcotraffico intercorsi tra Alessandro Manno ed esponenti di spicco della famiglia mafiosa di Gela, quali Salvatore Fiorito, rappresentante nel territorio di Busto Arsizio degli interessi criminali delle famiglie nissene Emmanuello e Rinzivillo,  le indagini delineavano il ruolo di mediatore svolto da Gaetano Fidanzati in favore degli indagati Denis Carminati, storico esponente dell’organizzazione denominata Mala del Brenta, e Cosimo Fiorito, figlio del citato Salvatore.

A questi ultimi infatti, il sodalizio calabrese aveva attribuito la perdita di un quantitativo di 70 kg di cocaina, occultato all’interno di un container proveniente dal Sud America, giunto nel mese di maggio 2010, all’interno del porto di Amburgo (Germania), alle cui operazioni di sdoganamento erano stati incaricati di sovrintendere.

Gli approfondimenti eseguiti in direzione del circuito internazionale, cui la struttura indagata faceva ricorso per garantirsi periodiche forniture di cocaina, consentivano di accertare i rapporti di manno con il broker ecuadoriano Feliberto Fabian Cuenca Rojas, rappresentante in Lombardia degli interessi di un’organizzazione fornitrice colombiana.

Veniva altresì documentato come la struttura transnazionale indagata, utilizzando le normali rotte commerciali, trasportasse la droga dalla Colombia e dall’Ecuador, introducendola in Europa attraverso i porti di Anversa e Amburgo, per poi commercializzarla in Belgio, Germania, Olanda, Austria ed Italia.

Dalle indagini emergeva, in particolare, il ricorso ad un consolidato modello organizzativo, che prevedeva l’invio in Sudamerica di un garante del gruppo acquirente, ed il parallelo arrivo, in Italia, di un emissario dell’organizzazione narcotrafficante, incaricato del recupero dei narcoproventi versati a Manno dalle diverse componenti acquirenti.

Proprio su tale fronte, significativo risultava l’intervento di riscontro promosso dal ROS il 25 giugno 2010, a seguito del quale veniva intercettato Giorgio Jerinò, esponente di spicco dell’omonima cosca capeggiata dal fratello Giuseppe, in possesso di una patente falsa intestata al cognato Domenico D’Agostino e di una somma di denaro contante ammontante a circa 325 mila euro, destinata a finanziare l’acquisto del narcotico.

Nel mese di Luglio 2010, l’arresto di Manno nell’ambito dell’operazione “Il Crimine” determinava un riassetto organizzativo della struttura indagata, il cui ruolo egemonico veniva assunto da Bruno Pizzata, esponente di vertice della cosca Strangio di San Luca. Quest’ultimo, peraltro, dopo essersi trasferito a Milano, nel mese di ottobre 2010, subentrava al Manno anche nella gestione dei rapporti con il gruppo fornitore sudamericano.

La prosecuzione delle indagini rendeva quindi possibile identificare, nel ruolo di finanziatori dell’illecito traffico, numerosi esponenti delle cosche jonico-reggine, ed in particolare oltre al citato Jerinò, Carmelo Ielo, affiliato alla cosca Morabito di Africo, Francesco Strangio, affiliato all’omonima cosca di San Luca, Giuseppe Pelle, figlio di Antonio detto Gambazza a capo dell’omonima cosca sanlucota, Domenico Molè esponente dell’omonima cosca attiva nella Piana di Gioia Tauro e collegata a quella egemone dei Piromalli, nonchè Vincenzo Fazzari, appartenente all’omonima cosca capeggiata dal fratello Salvatore e collegata alla nota famiglia Bellocco.

Proprio in questa fase, la serrata attività investigativa consentiva anche di localizzare nel capoluogo lombardo una vera e propria base operativa, realizzata dalla struttura indagata all’interno di un appartamento, appositamente preso in affitto ed utilizzato dal Pizzata per svolgere periodiche riunioni finalizzate a pianificare con gli altri sodali le future importazione di cocaina dal Sud America.

Nel dicembre 2010, colpito da un provvedimento restrittivo dell’AG di Catanzaro, Pizzata riusciva a sottrarsi alla cattura riparando in Germania ove, grazie alla collaborazione instaurata dal ROS con il BKA tedesco, il 4 febbraio successivo, all’interno di un appartamento di Oberhausen, veniva localizzato e tratto in arresto.

L’immediato esame della documentazione commerciale e contabile rinvenuta all’interno del rifugio consentiva, inoltre, di risalire ad un container utilizzato dall’organizzazione per trasportare, nel precedente mese di gennaio, un ingente quantitativo di cocaina in Europa.

In tale ambito, l’efficace cooperazione assicurata dalla Polizia Antinarcotici colombiana, consentiva di intercettare il container segnalato nel porto colombiano di Santa Marta, sequestrando all’interno di un’intercapedine un quantitativo di circa 9 chilogrammi, residuo della precedente spedizione effettuata attraverso il porto belga di Anversa.

A seguito dell’arresto di Bruno Pizzata, il canale di approvvigionamento della cocaina utilizzato dall’organizzazione veniva definitivamente interrotto, mentre un nuovo filone investigativo consentiva di delineare il ruolo nel frattempo assunto da Rocco Zinghini, nel panorama del narcotraffico lombardo, per conto di esponenti della cosca “Morabito-Palamar-Bruzzaniti” di Africo.

I numerosi elementi di prova raccolti dalle indagini sviluppate a carico di Zinghini, narcotrafficante di estrazione platiota, residente a Trezzano sul Naviglio (MI), consentivano di neutralizzare rapidamente i canali utilizzati per distribuire la cocaina nell’hinterland milanese, promuovendo tra l’altro, il 2 giugno 2011, a Cantù (CO) e in data 18 aprile 2011 a Rho (MI), l’arresto di due sodali, con il sequestro di complessivi 2 kg. di cocaina.

Nel complesso, l’attività ha documentato ancora una volta lo straordinario rilievo assunto dalle cosche della ‘ndrangheta jonico-reggina nel panorama del narcotraffico nazionale ed internazionale, avvalendosi della consolidata capacità di riprodurre, anche nelle regioni del nord, i modelli organizzativi propri delle cosche di origine.

Oltre alla compartecipazione di più cosche calabresi alle sistematiche importazioni di narcotico dal Sud America, ove l’interesse comune impone anche il superamento di eventuali rivalità, le indagini hanno documentato anche l’attualità dei rapporti funzionali al narcotraffico tra esponenti di spicco delle cosche della ‘ndrangheta e qualificate proiezioni della Cosa Nostra siciliana in Lombardia.

Dall’operazione emerge, altresì, la centralità del capoluogo lombardo nel narcotraffico internazionale, confermando la solidità dei rapporti instaurati nel tempo dalle cosche calabresi con i broker sudamericani, rappresentanti degli interessi delle organizzazioni fornitrici attive nei Paesi produttori e di transito della cocaina.

 

18 ottobre 2012
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