Lettere

Bortoluzzi scrive su Piazza Repubblica

Abbiamo duramente criticato in passato la trasformazione di Piazza della Repubblica a Varese con la realizzazione del parcheggio sotterraneo perché avrebbe irrimediabilmente invitato le autovetture a recarsi in centro città. Abbiamo avversato anche la costruzione dell’edificio denominato Le Corti per la bruttezza dell’edificio che troviamo del tutto non qualificante la città

e inadeguato alla centralità della piazza che lo ospita.

Il parcheggio lo abbiamo anche bocciato per il suo impatto con l’edificato esistente che ha trovato compromissione evidente in alcuni edifici presenti in Piazza tra cui la caserma Garibaldi che mostra a tutt’oggi evidenti screpolature.

Ci siamo espressi più volte contro l’orribile albergo a Capolago di Varese costruito in zona agricola per le esigenze dei mondiali di ciclismo (realizzazione da noi ampiamente avversata e che costituisce un pericolosissimo precedente).

Questo lo diciamo ora poichè i soldi per l’acquisto della caserma sono arrivati al Comune anche dagli oneri derivanti dalla costruzione di questo albergo. Il Palazzo non ci ha mai ascoltato decidendo di testa sua di fare o di far fare tutte queste opere.

Leggiamo ora la proposta di Dino Azzalin riguardo la incerottata Caserma Garibaldi come detto acquisita recentemente dal Comune di Varese (far nascere al posto suo “Un grande giardino botanico fiorito d’inverno e d’estate, “Il Giardino della Città”). La trovo ampiamente condivisibile, soprattutto per una città, che, come Varese, si fregia dell’appellativo di città giardino.

Mi piace anche il commento di questa fatto da Giuseppe Battarino che, tra l’altro, così scrive: è proposto “Non un grande parco acquisito alla città dall’espansione urbana, come quelli che hanno fatto di Varese la città-giardino, bensì il révirement rispetto all’intensità antropica. Un’area di sospensione dall’affannato e talora inconcludente produttivismo che il ritmo urbano produce e impone, un segmento di cammino non solo fisico ma emotivo in cui il “normale” fruitore del centro della città possa trovare una pausa dal traffico, dal rumore, dal nervosismo, a favore della conversazione, della riflessione, del pensare che prelude a un agire migliore.

In questo senso immagino un contesto paragonabile al Parc de la Tour Saint-Jacques di Parigi o al Petit Sablon di Bruxelles. Ma il modello specifico mi pare possa essere quello della “villa comunale”, diffuso soprattutto nell’Italia meridionale. Il nome attesta in genere l’originaria proprietà pubblica e dunque della collettività di giardini urbani non molto estesi ma collocati nel cuore della vita della città, arricchiti da significativi elementi architettonici: si possono citare gli esempi della Villa Comunale di Salerno, nata intorno a una fontana destinata al ristoro dei viaggiatori; della Villa Nuova di Cosenza, creata preservando immediatamente”.

Reputiamo ora, che chi governa la città, debba svolgere un’attività educativa nei confronti dei governati, soprattutto dei più giovani, e consentire che tutti costoro possano conoscere la storia e le trasformazioni del territorio in cui vivono meditando e apprezzando la loro fortuna di abitare a Varese. Città in cui la loro qualità della vita cresce con l’aumentare degli spazi verdi che si possono godere. Spazi verdi sia da intendersi quali parchi da frequentare ma anche come paesaggio da osservare.

Verde che è stato considerevolmente diminuito negli ultimi cinquant’anni, ma che deve essere conservato e valorizzato tanto da costituire una attrattività turistica. Occorre proprio smetterla di disperderlo e che lo speculatore di turno l’abbia sempre vinta. Altrimenti in poco tempo finirà per non esistere più.

Non è quini solo il proprietario a dover difendere il suo verde, non deve essere solo la associazione ambientalista di turno a lamentarsi, ma devono essere i cittadini a dover strenuamente combattere per il verde a favore della propria qualità di vita.

Solo così, stando uniti e in tanti, si potrà mettere in atto una battaglia con prospettive di vittoria.

Va insomma fatto quel museo sulla distruzione del verde cittadino che tanto voleva Morselli per testamento e che il Comune aveva rifiutato di fare.

Saremo ascoltati ora?

Ciò detto e fermo restando il nostro apprezzamento, non possiamo però non scontrarci con quella che è la realtà data dalle deliberazioni istituzionali assunte, dai pubblici confronti svolti e dalle spese già fatte.

Realtà che non possono cancellarsi con una semplice movimento della mano.

La caserma Garibaldi poi è stata comprata con forte esborso di danaro da parte del Comune di Varese anche e soprattutto per soddisfare un più che cinquantennale interesse cittadino alla realizzazione del teatro che possiamo non considerare.

Si potrebbe dare retta a chi propone di realizzare il teatro altrove magari tenendo conto di quanto proposto dalla Società Oikos anni fa.

Non perdiamo però tempo ad assecondare un’esigenza popolare di cultura manifestata più volte negli ultimi anni se non c’è un ripensamento.

Non piangiamo sul latte versato e sul quello che si potrebbe evitare di versare.

Una città senza teatro è come un uomo senza un braccio, un corpo mutilato, una città incompleta e senz’anima.

Cercando, allora, di trovare una mediazione, proporrei di individuare alcuni accorgimenti per qualificare il nuovo teatro in primo luogo in materia di mobilità e di contenimento delle costruzioni che spetteranno al privato per vie del project financing di cartellone e di nominativo del nuovo spazio per il quale siamo a riproporre il nome di Apollonio i cui studi e libri non sono stati tenuti in conto quale elemento qualificante. Apollonio poi oltre ad avere insegnato al liceo classico di Varese ha avuto eccellenti allievi varesini all’interno dell’università Cattolica di Milano. Prima tra tutti una eccellente insegnante di teatro: la professoressa Anna Bonomi la cui passione viscerale per le arti è stata motivo di sequela per tanti.

La caserma dovrebbe divenire anche il luogo di conservazione dei progetti dei parchi realizzati in Comune di Varese e della compromissione degli spazi verdi e delle alberature che incessantemente si è fatta in città.

La politica dovrebbe, insomma, dare gli strumenti per far capire ad ospiti e varesini com’era la città giardino, come si sia compromessa e come si possa valorizzare il poco verde che rimane consentendo la sua conservazione e la produzione di ricchezza inducibile da uno sfruttamento sostenibile delle tante bellezze di cui disponiamo.

Arturo Bortoluzzi

Presidente di Amici della Terra Varese

31 agosto 2012
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