Lettere

L’Italia, un Paese diseguale

Recentemente l’Ufficio studi di Confcommercio ha ricordato che la pressione fiscale reale in Italia è al 55%, la più alta al mondo, complice un’economia del sommerso pari al 17,5% del PIL ed un’evasione fiscale che ammonterebbe a circa 154 miliardi di euro (il 55% di 280 miliardi di imponibile evaso)

Secondo Confcommercio si parla del maggiore aumento di tasse degli ultimi 12 anni fra il 2002 e il 2012, + 3,4%).

Ricordate? E’ accaduto solo vent’anni fa! Berlusconi, con manifesti elettorali formato 6 x 3, prometteva: “Un impegno concreto: Meno Tasse per tutti!” Questo slogan l’ha mantenuto e rinnovato di anno in anno sino al 2011 (prima di dimettersi e lasciare il posto a Monti) allorché è stato costretto, come egli stesso ha detto, a “mettere con il suo cuore che grondava sangue, le mani nelle tasche degli italiani.”

A questo punto uno si chiede: dopo aver portato il nostro Paese sull’orlo del baratro, c’è qualche dirigente nel centro-destra che fa un minimo di autocritica, o seguita a parlare, dopo aver portato la tassazione a record mondiali, di riduzione delle tasse? Da non crederci! Purtroppo non solo nessuna autocritica sulla gestione fallimentare dell’era berlusconiana viene fatta, ma si insiste ancora con nuove accuse ai media, “che hanno nascosto e nascondono i successi del governo di Berlusconi – Bossi”. Ed è addirittura di questi giorni una sorprendente dichiarazione rilasciata alla stampa dal portavoce del PDL, Capezzone, circa l’ipotesi di una nuova candidatura di Berlusconi: “Tutti con Berlusconi. Silvio Berlusconi, Angelino Alfano e tutto il Pdl lavoreranno nella direzione attesa da tantissimi italiani: una proposta liberale centrata sul trinomio meno debito, meno spesa, meno tasse”(sic!). E’ proprio vero che costoro fanno affidamento sulla memoria corta degli Italiani.

E la stampa di destra che dice a proposito delle tasse? Libero e Il Giornale della famiglia Berlusconi, solo per citarne un paio, non fanno passare un giorno senza sparare ad alzo zero contro Monti che “tartassa gli Italiani.”

Il 31 luglio scorso Vittorio Feltri titolava: “Grazie alle tasse: Fuga di soldi all’estero. 300 miliardi di euro.” Feltri si domanda dove sono finiti questi 274 miliardi. “Probabilmente in Svizzera, ma non escludiamo altri porti dove la ricchezza non è considerata un delitto, un peccato.”  Naturalmente il giornalista con un’impudenza che rasenta il ridicolo dice che se i capitali fuggono all’estero la colpa è di Monti che ha “dichiarato guerra al denaro, ma è stato sconfitto.”

Questo modo di trattare la questione è un sofisticato e perfido metodo di manipolazione del lettore ed è un’ulteriore conferma della concezione malsana che il centro destra e i suoi fiancheggiatori hanno della questione fiscale.

La lotta agli evasori (in data odierna il 38% degli scontrini è risultato irregolare) della Guardia di Finanza agli ordini del governo Monti viene presentata da Feltri subdolamente come “lotta al danaro;” i “paradisi fiscali” come innocui “porti” cui approdare; gli evasori non sono dei delinquenti che sottraggono furtivamente soldi allo Stato, non pagando le tasse, ed usufruendo parimenti dei servizi sociali, ma dei benemeriti che portano i soldi in paesi dove “la ricchezza non è considerata un delitto, un peccato”. Chi ha detto che la ricchezza accumulata lecitamente sia un delitto o un peccato?

Non Monti, né Bersani, né Casini, né altri. Si cita la Svizzera, ma si dimentica che quel Paese fa pagare le tasse a tutti. Queste affermazioni di Feltri sono possibili solo in Italia senza che si sollevi una reazione sdegnata: in nessuna altra parte d’Europa troverebbero spazio nemmeno sulla cosiddetta “stampa spazzatura”.

Negli stati moderni vige un principio No Taxation without Representation (nessuna rappresentanza politica senza tassazione). In Italia con i Governi che ci hanno governato in questi ultimi anni abbiamo avuto una “tassazione senza rappresentanza.”

Con quali risultati? Un dato su tutti: l’ Italia è il primo Paese nella UE a 27 membri per la pressione fiscale (42,6 per cento) sui redditi di lavoratori dipendenti e pensionati, ma siamo penultimi per aliquota sulle rendite finanziarie (le ha più basse di noi solo la Grecia, nonostante l’aumento dal 12,5 al 20 per cento deciso da Monti). Le tasse sulle rendite incidono sul totale delle entrate fiscali italiane solo per il 5,9 per cento. Invece l’Irpef, l’imposta sui redditi, rappresenta il 38. Ed è pagata al 91 per cento da lavoratori e pensionati.

L’Italia è un Paese diseguale. Secondo i dati della Banca d’Italia, il 10 per cento più benestante delle famiglie italiane possiede il 45 per cento della ricchezza. Il 50 per cento più povero possiede invece solo il 10 per cento. Gli ultraricchi, l’1 per cento è composto da una ristretta cerchia di 2.400 famiglie, possiede patrimoni per 1.290 miliardi di euro, il 15 per cento dell’intera ricchezza nazionale. Cioè quanto 363mila famiglie di media ricchezza italiana.

Come applicare l’art. 53 della Costituzione, che recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”? La soluzione, secondo Confcommercio, passa attraverso “precisi meccanismi di restituzione delle maggiori imposte riscosse – attraverso la lotta all’evasione e all’elusione – ai contribuenti in regola per mezzo dell’abbassamento contestuale delle aliquote legali”.

Ma per riequilibrare il sistema contributivo italiano con equità bisognerebbe introdurre anche un prelievo progressivo sui grandi patrimoni. I francesi chiamano la loro tassa sui ricchi “imposta di solidarietà sulla fortuna”. Tassare il 10 per cento più benestante delle famiglie italiane che possiede il 45 per cento della ricchezza porterebbe nelle casse dello Stato 15 miliardi e visto il suo patrimonio Berlusconi pagherebbe qualcosa come 80 milioni l’anno. Si capisce perché in Italia sinora non si è applicata la patrimoniale, che esiste in tutti i paesi civili.

L’introito della patrimoniale progressiva potrebbe essere impiegato per ridurre le imposte sul lavoro mettere in moto un processo di ripresa e di crescita per far ripartire l’economia nel nostro Paese. Ciò potrebbe contribuire a dare un’ occupazione a gran parte di quei due milioni e ottocentomila disoccupati certificati recentemente dall’Istat.

Però chi si accinge a quest’opera di riequilibrio contributivo non dovrebbe mai dimenticare, come ricorda, G. Orwell, che: “Nessuno è patriottico quando si tratta di pagare le tasse,” e questo noi Italiani lo sappiamo benissimo; però non bisogna nemmeno dimenticare, come ammonisce il giurista statunitense, Oliver Wendell Holmes, figlio, (1841 – 1935), che:“Le tasse sono ciò che si paga per una società civilizzata.”

Purtroppo finché il nostro Paese non costringerà i propri cittadini a pagare le imposte non sarà una nazione civilizzata e gli italiani non saranno degni patrioti.

Credo che il compito di un centro – sinistra rinnovato e credibile politicamente debba proporsi il compito di un risanamento economico, culturale e morale, contribuendo a far acquisire una coscienza civica responsabile, educando gli italiani a diventare patrioti, facendo loro capire che se non “è bello pagare le tasse”, almeno dovrebbe essere doveroso.

Romolo Vitelli

 

 

 

 

 

 

3 agosto 2012
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