Varese

“Anima Errante”, a Seveso con pochi dubbi e troppe certezze

Un momento di "Anima Errante"

Si è chiuso ieri sera il festival “Tra Sacro e Sacromonte”, almeno per la parte del cartellone programmata alla terrazza del Mosè, nel magico scenario della montagna sacra varesina. Seguirà, a settembre, un ultimo appuntamento della rassegna, ma in basilica. Pubblico delle grandi occasioni, ieri sera al Sacro Monte, con le gradinate affollate, per assistere alla rappresentazione di “Anima Errante”, nuovo lavoro teatrale scritto da Roberto Cavosi, con la regia del talentuoso Carmelo Rifici. Un lavoro in cui l’ente promotore della rassegna varesina, la Fondazione Paolo VI, entrava anche come co-produttore accanto alla Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato, Tieffe Teatro, Proxima Res.

Varese è stata la seconda tappa del lavoro di Cavosi, dopo la prima assoluta, nei giorni scorsi, al Festival di San Miniato, in un altro spazio suggestivo, la storica piazza del Duomo. Dunque grande attesa per “Anima Errante”, lavoro molto ambizioso che ha trovato la sua protagonista in una sorprendente Maddalena Crippa, grande interprete, intensa e raffinata. Coraggiosa soprattutto, avendo scelto di portare in scena il dramma di Sara, donna in attesa di un figlio molto voluto, che si trova ad affrontare il Vietnam di casa nostra, l’inquinamento da diossina fuoriuscita dall’Icmesa di Seveso, una ferita ancora aperta per tanti italiani che, in quella torrida estate del lontano 1976, erano già capaci di intendere e di volere. Un inferno con uomini in tuta bianca, carogne di animali per strada, un’intera popolazione sfollata lontano da un paesaggio che ricordava le aree vietnamite “trattate”, con napalm, dall’aviazione americana. Ma evitiamo troppa archeologia.

Questo lo scenario italiano anni Settanta in cui si sviluppa la vicenda di Sara, portata in scena dalla Crippa, e del marito Davide, interpretato dal bravo Francesco Colella. Una coppia normale che si trova di fronte al vero, grande dilemma che affrontarono tante donne di Seveso, ancora lontane dalla legge sull’aborto, che arriverà solo nell’81: portare avanti la gravidanza o interromperla a fronte di dubbi circa le conseguenze dell’inquinamento sulla gravidanza stessa? Un grande dramma sociale in bianco e nero, come le immagini inviate dalla tv, che marchiò violentemente l’Italia di allora.

Cavosi fotografa la coppia in un interno, in quel motel di Assago dove Sara e Davide sono stati “deportati”, lontani da casa loro. Dialoghi veloci, interrotti da frammenti radiofonici autentici, come quello che informa sulla morte di Pier Paolo Pasolini. Ma i due personaggi, a tratti, non convincono. Appaiono a volte un po’ troppo didascalici, con Sara che dice “Io voglio mio figlio per non dargliela vinta” (agli inquinatori) e che continua a ripetere “Io aspetto un miracolo” (intendendo un intervento che la sostenga nella scelta), e Davide che si chiude nelle sue certezze e non si pone troppe domande. Uno scontro tra personalità che finisce per tradursi in un rapporto senza chiaroscuri, zone d’ombra, esitazioni, perplessità da parte dell’una e dell’altro.

Dopo tanta speranza e tante invocazioni, Sara incontra davvero Maria con una valigia, personaggio che si presenta in scena con un’iconografia tradizionale: mantello azzurro, come nell’apparizione di Fatima, quasi a volere rimarcare che proprio di Maria si tratta. Dal momento dell’incontro, quando Maria propone, e Sara accetta, uno scambio tra le due condizioni, quella di madre in attesa e quella di madre che assiste alla morte del figlio, da questo momento si assiste ad un cambio improvviso di linguaggio da parte dell’autore, e da un registro quotidiano e “basso” si passa ad un linguaggio sacro, metaforico, “altissimo”. Un cambio che riguarda la scena di Sara che sta sul Golgota e la successiva scena di Davide che consuma il suo rifiuto di Dio. Un contrasto di registri stridente, poco coerente, che fa sorgere qualche perplessità e qualche dubbio su questo nuovo testo di Cavosi.

Il testo si conclude con un grande flash-back finale, con Sara che si ritrova nell’ambulatorio della prima scena, in attesa del colloquio con la ginecologa, ma dopo avere superato i suoi dubbi e le sue incertezze. Così si chiude un testo piuttosto incoerente, oltre che, a tratti, anche un po’ noioso. Salvato, comunque, in ogni momento, da interpreti magistrali come la Crippa, che è grande quando cammina nel mondo testoriano degli “umili”, e lo è altrettanto quando si immerge nel mondo abbagliante della parola sacra.

 

 

27 luglio 2012
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2 commenti a ““Anima Errante”, a Seveso con pochi dubbi e troppe certezze

  1. Valerio il 27 luglio 2012, ore 12:22

    Per ora due parole alle quali seguirà una rcensione sul ilbombo.com
    In anima errante accanto a brani di alta poesia, si scontra l’appiattimento di una cronaca impostata ideologicamente. Eccezionali gli attori ma il testo è viziato, a parer mio, da un impegno antiabortista che ne fa un dramma a tesi.

  2. a.g. il 27 luglio 2012, ore 14:01

    Come abbiamo scritto, caro Valerio, il lavoro non mi è parso, come a te, così rigidamente impostato. C’erano, in Anima Errante, interessanti spunti, e tuttavia non sono stati sviluppati coerentemente. Resto comunque dell’avviso che sia importante che giovani autori iatliani (ora se ne parla, ma da quanto non se ne aveva notizia?) si confrontino con grandi temi. Poi sui risultati se ne può parlare. Il caso di ieri sera, ma anche il caso di “Avevo un bel pallone rosso”, sempre con la regia di Rifici. Comunque bravo ad Andrea Chiodi che fa parlare di teatro a Varese, mentre in estate c’è poco o nulla.

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