Lettere

Quando è nata la nostra provincia

In questi giorni in cui qualche sciagurato a Roma deciderà le sorti della nostra Provincia, verosimilmente destinata a scomparire per sempre dopo poco più di 80 anni di onorato servizio, forse non tutti sanno come e perchè Varese riuscì ad ottenere questo privilegio.

Partirei col dire che a quei tempi (ventennio fascista) la città di Varese poteva contare su di un ampio numero di “borghesi illuminati”, se mi si passa il termine, ovvero di persone facenti parte di quella classe sociale composta principalmente da professionisti (avvocati in testa), sinceramente interessate al destino della loro città e della loro gente, più che al loro personale tornaconto.

All’attività di questi benemeriti cittadini si aggiunga il poderoso lavoro ed instancabile impegno di Giovanni Bagaini, intellettuale e giornalista fondatore de La Cronaca Prealpina (oggi La Prealpina), che fungeva da collante tra i suoi amici illuminati e la società civile ed imprenditoriale cittadina.

Prese così vita, tra eccitazione e fermento, il gruppo dei “provincialisti varesini”, come lo definiscono Maniglio Botti e Massimo Lodi nel loro interessante libro dedicato al sciur Giuan dal titolo “Giovanni Bagaini. Giornalista a Varese”, Edizioni Lativa.

Il gruppo composto dal Bagaini stesso e dal suo più fedele collaboratore e buon amico avv.Giulio Moroni, contava anche sull’avv.Cavalieri (Segretario del Fascio ed in seguito deputato), su Angelo Mantegazza, il rag.Pietroboni, l’avv.Mario Vittorio Moroni, l’avv.Domenico Castelletti Podestà di Varese, l’avv.Antonio Lanzavecchia e l’avv.Eugenio Maroni Biroldi.

Costoro, diciamo pure quasi tutte personaggi “organici” al governo centrale, consegnarono al Presidente del Consiglio Benito Mussolini in visita a Milano nel dicembre del 1923, il “Memoriale”, documento fondativo dell’ambizioso progetto di elevare Varese al rango di capoluogo di provincia.

L’istruttoria dedicata dal Governo al progetto dei provincialisti varesini terminò nel dicembre del 1926, allorchè Mussolini comunicò alla città l’esito favorevole della procedura e l’elevazione del Comune a capoluogo di provincia, proclamata quindi nel successivo 1927.

Da quel Memoriale risaltano alcune notizie decisamente curiose ed interessanti per gli amanti della nostra storia e delle nostre radici; per esempio, forse non tutti sanno che nel 1923 La Cronaca Prealpina aveva una tiratura complessiva di oltre 10.000 copie. Ed ancora che il Memoriale venne sottoscritto, tra gli altri, dalla Camera di Commercio per Varese e Circondario, dall’Associazione degli Industriali, dalla Federazione degli Esercenti, dal Credito Varesino, oltre che da tutte le Associazioni più strettamente collegate al Fascismo.

Si citano, nel capitolo riservato alle “Ragioni economiche” sottese alla domanda di Varese capoluogo, delle fabbriche che furono l’orgoglio della città quali la Birra Poretti “che lotta vittoriosamente contro la concorrenza estera”, lo stabilimento Macchi per carrozzerie, il Calzaturificio di Varese, l’industria della concia dei pellami e della pileria del riso, le filature di seta, le valigerie, la fabbrica di ceramiche di Laveno, che sebbene fosse proprio a Laveno e non a Varese, era comunque considerata un fiore all’occhiello dell’economia locale, così come le tessiture del Luinese.

Inutile osservare con rammarico che tutte queste realtà produttive, a distanza di 80 anni dalla stesura del Memoriale, suonano ormai più come “pezzi” conservati nel “Museo della preistoria” che posti dove qualcuno della mia generazione e molti dei nostri padri, trovarono un’occupazione.

Con la scomparsa di quelle realtà e degli imprenditori che le crearono, iniziò il lento ed inesorabile declino economico della nostra città che si ritiene oggi più votata ai “servizi”, al “terziario” ed al “turismo” anche “congressuale”. Sta di fatto che fino a quando da queste parti si produceva vi era fermento e forza negli uomini che trasferivano le loro energie fisiche ed intellettive in progetti ambiziosi e vincenti.

Ora invece ci si butta nei “servizi” e nel “turismo”, attività economiche degnissime, ma che mi suonano tanto come occupazioni eteree che non imperlano la fronte di sudore degli addetti ben agghindati nei loro vestitini alla moda.

Da parte mia continuo a pensare che la nostra sia terra di imprenditori, anche piccoli, a livello artigianale, ma di imprenditori; magari di poche parole, ma di grande sostanza. Gente che potrebbe ancora “lottare vittoriosamente contro la concorrenza estera”, così come recitava il Memoriale del 1923 a proposito della Birra Poretti; ovviamente ci sarebbero un paio di cosettine da sistemare prima, ma qui si dovrebbe parlare di politica e volutamente ometto. Voglio crederlo, vorrei che fosse vero, ma potrei anche sbagliarmi.

Certo non mi sbaglio se penso che Varese ha dato il meglio proprio quando il meglio delle persone di Varese hanno creato impresa, magari poca finanza, ma tanta impresa ed anche questo contribuì a dare origine al fermento “provincialista” che ci permise di essere eletti sopra altri.

Oggi qualcuno ci “scippa” questo ultimo privilegio che orgogliosamente la città si era conquistata attraverso i suoi uomini migliori e che gli uomini di oggi hanno gestito in modo virtuoso e noi non troviamo nemmeno le energie per far conoscere a Roma la nostra perplessità su questo pessimo colpo di spugna; d’altra parte restare in silenzio e non reagire non sempre significa essere dei devoti alle teorie Gandhiane, in alcuni casi manifesta solamente un’impotenza che rispecchia l’esaurimento di energie di questa nostra amata città.

Giulio Moroni

26 luglio 2012
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10 commenti a “Quando è nata la nostra provincia

  1. bruno belli il 26 luglio 2012, ore 16:27

    Interessante la lettura di Giulio Moroni, ma, nella seconda parte, troppo “partigiana” e legata ad una Sua visione “sentimentale”
    Mi spiego solo con qualche piccolo esempio.

    1) Sarebbe da vedere se la vocazione di Varese sia realmente quella di un territorio fatto di imrpenditori, giacchè la città si è sostenuta fino agli anni del Fascismo, sull’agricoltura e sul commerico al dettaglio ed anche, allora sì, sul turismo dell’epoca, che, in sostanza, era rappresentato dalle famiglie nobiliari che avevano “infeudato” Varese. Se Moroni, ad esempio, si recasse all’archivio di Stato di Milano, troverebbe che un’opera come il vecchio Teatro Sociale si fece perchè, più dei 2/3 dei firmatari erano Milanesi, non Varesini.

    2) Introdurrei una sostanziale differenza sull’idea di “imprenditore”, giacchè non è imprenditore soltanto chi fonda o gestisce un’industria nel senso “classico” da Lei citato. Ci sono molte altre forme imprenditoriali. Se, poi, il paradigma degli imprenditori, oggi, è rappresentato dai Berulsconi e C. e la loro “competenza” in politica è ascrivibile a quella di tali suddetti, è meglio sincramente poterne fare a meno.

    3) l’imprenditore faccia sempre l’imprenditore e non si immischi in politica (avrà sempre interesse personali da difendere); al massimo contribuisca con il denaro per sostenere i servizi per il cittadino (ai tempi della nascita della Provincia, e prima, faceva così – si chiamava “beneficenza”, un termine considerato dai moderni imprenditori e manager così poco elagante che l’hanno abolito dal vocabolario e dalla vita civile);

    4) sono gli stessi imprenditori che hanno voluto la Provincia, ad esempio, che, poi, hanno permesso il degrado (inizio nel 1930) – e la conseguente demolizione, dopo la II guerra mondiale – del Teatro Sociale, delle Funicolari, del Teatrino del Palace, ecc., perchè non alzarono per tempo un dito.
    Durante il fascismo, coadiuvati dagli ultimi due Podestà; poi, dalla vana idea che per rendere moderna la città si dovesse “abbattere il vecchio”.
    Esempio preclaro, lo studio Cantù, che eresse il Palazzone in P.zza Giovine Italia, al posto del Teatro, aveva patrocinato la causa contro il vecchio Teatro Sociale (chissà perchè) e le ruspe comincirono il lavoro prima della delibera comunale (18 settembre). Se non vuole scartafacciare tutte le documentazion, in Biblioteca Civica, può trovare il mio libro “Il Teatro Sociale nell’Ottocento” (2003)dove ci sono tutti i riferimenti dettagliati nelle note, per ricordare che quanto affermo non è campato per aria.

    5) Varese, i Varesini ed i Varesotti sono abiutati dalla Storia a servire un padrone, piuttosto che a governare direttamente, perchè, da buoni ITALIANi, con pace della LEGA NORD che vorrebbe trovare solo le differenze della Penisola, oscurando, invece, le eccedenti prove di somiglianze (e qui scomodo i tanti significativi appunti di Piero Chaira, solo per citare l’autore più conosciuto in tale contesto, ma potrei anche indicare Montanelli, Morselli, Piovene, ecc).

  2. bruno belli il 26 luglio 2012, ore 16:38

    Mi scuso con chi leggesse quanto sopra, per qualche errore di digitazione e, credo, per l’incompletezza di alcuni altri possibili riferimenti storici, ma ho scritto di getto, andando a braccio, mettendo quelli che, al momento, mi sono venuti alla mente. B.B.

  3. bruno belli il 26 luglio 2012, ore 16:50

    Se posso, mi suona, però cacofonico che Giulio Moroni, esponente della Lega, nella parte propositiva del Suo intervento citi uan frase del memoriale del 1923 – “lottare vittoriosamente contro la concorrenza estera” – densa del massimo significato autarchico fascista, prorpio nella Sua caratteristica più opposta a quanto la Lega predica.
    Centralista ed assistenzialista (verso il Sud), infatti, l’ideale Mussoliniano ed il Suo stato, l’esatto opposto di chi abbia caldamente perseguito “federalsimo” e fin anche “rivoluzione” per una “Padania libera”.
    Che, come moltissimi leghisti, nel Suo intimo Moroni sia perfettamente consio che la Padania non sia mai esistita, non esiste, e non esiterà, ma che sia la migliore “bufala” per i “nordisti” più sprovveduti, se ancora esitono?

  4. Raffaella Greco il 26 luglio 2012, ore 17:03

    …..ci fossero ancora “borghesi illuminati” a Varese e provincia!
    Precisazione a parte bellissimo, interessante e particolare stralciato storico delle origini della nostra provincia !
    Sarebbe bello parlarne di più, e metterlo a conoscenza dei giovani.
    Grazie Moroni!

  5. bruno belli il 26 luglio 2012, ore 17:08

    Sì, metterlo a conoscenza dei giovani. Con le luci e le ombre, però.
    Come si dovrebbe fare, correttamente, sempre, con la storia, la politca, l’arte, ecc, ecc.

  6. ombretta diaferia il 27 luglio 2012, ore 10:29

    eppure, la provincia di Varese, come le altre ebbero solo la funzione di indebolire il potere milanese… Mussolini scelse Varese su Gallarate solo perché più distante dall’attuale metropoli…
    non ero al corrente che Moroni, oltre a fare il consigliere ed a scrivere lettere zoppicanti sulla precisione storica, svolgesse attività non terziarie o di servizio.
    la propaganda “lottare vittoriosamente contro la concorrenza estera” spesso non collima con la realtà dei fatti…

  7. Raffaella Greco il 27 luglio 2012, ore 10:37

    Diamo più fiducia ai giovani!
    Credo siano più bravi di noi, se li lasciamo liberi , ad analizzare correttamente e cogliere luci e ombre di storia politica ecc….
    Non cerchiamo sempre di costruir loro i un pensiero, credo sia la sola valida via per un futuro e per una società formata da uomini migliori

  8. bruno belli il 27 luglio 2012, ore 16:09

    Sono d’accordo con Raffella Greco sul fatto che i giovani possano essere più bravi di noi quarantenni.
    Penso, però, altrettanto, che i fatti debbano essre raccontati loro sempre in modo completo, sia negli aspetti positivi, sia in quelli negativi, per ogni episodio con cui ci si confronti.
    Affermare, in altre parole, le conquiste dei Varesini ed anche le cadute è semplicemente un fatto naturale: tutti noi viviamo di “polvere e altari” (parafrasando il Manzoni); itrovarci nei pregi e nei difetti, significa, così, che mai nessuno possa credersi un “superetoe”, figura che ha sempre fatto – nella sotria – qualche danno, ma tutti utili, assieme, pur nelle differenze, per un miglioramento della “cosa comune” (città, patria, ecc).
    Dico tutto ciò affatto serenamente sia nei confronti del suo post sia dell’uomo Giulio Moroni che, personalmente, come ho già espresso altre volte, ritengo persona degna del massimo rispetto sia per la coerenza del comportamento sia per l’autodeterminazione che dimostra, talora non sempre perfettamente allineata anche con “diktat” di partito (merce rara di questi tempi e fatto provato di un cervello che lavora “in proprio”).

  9. ombretta diaferia il 27 luglio 2012, ore 18:21

    ho come il sospetto che tale argomento non interessi i giovani… agiscono di più sul contemporaneo (vedi querelle Clerici!)

  10. Emiliano il 29 luglio 2012, ore 21:40

    L’articolo di Moroni è senz’altro veritiero.
    Quel periodo fu pieno di slanci innovativi, che fecero l’epoca “d’oro” di Varese, ma nell’immediato dopoguerra bastò un nonnulla perchè si gettasse tutto alle ortiche, come abbiamo visto e come ha giustamente sottolineato Bruno Belli.
    Direi, quindi, che gli artefici di ciò furono assolutamente “coerenti” innovando prima, in meglio, e dopo, in peggio, segno che forse sì c’era un po’ d’ideale in più di adesso, ma anche allora gli interessi personali la facevano silenziosamente da padroni.

    Insomma, i tempi cambiano… ma non troppo, in fin dei conti!
    Saluti.

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