Varese

Tra Sacro e Sacromonte, il “cialtrone” Scifoni s’indigna

Giovanni Scifoni al Sacro Monte di Varese

Continua la rassegna Tra Sacro e Sacromonte organizzata dalla Fondazione Paolo VI per il Sacro Monte in collaborazione con il Comune di Varese, una delle poche iniziative dignitose inserite nel cartellone dell’Estate varesina. Dopo l’esordio con un Erri De Luca proposto dalla inarrivabile Piera degli Esposti, in una terrazza del Mosè affollata, il secondo appuntamento, giovedì scorso, ha visto in scena ”Le ultime sette parole di Cristo”, un titolo tratto dai famosi Quartetti op. 51 di Joseph Haydn, un’opera teatrale scritta e interpretata da Giovanni Scifoni, un attore finora molto presente in fiction e serie televisive, che si è aggiudicato il Golden Graal “Astro nascente” (sì, si chiama proprio così) come lo stesso Andrea Chiodi, regista e direttore artistico della rassegna teatrale al Sacro Monte. Scifoni ha aggiunto un sottotitolo che dovrebbe orientare il pubblico, ma che rischia di sviarlo e di portare al fraintendimento: “Minestra di fede per cialtrone e strumenti antichi”. In presentazione Chiodi ha parlato di una “giullarata”, ma poi ci torniamo.

Dello spettacolo in scena a Varese, che oltre a Scifoni vede in scena anche due musicisti, Maurizio Picchiò e Stefano Carloncelli, si sapeva avesse avuto una sessantina di repliche alla Cappella Orsini a Roma. E dunque meritava di essere visto, anche se questa volta il pubblico era minore rispetto allo spettacolo precedente. Scifoni era in scena da solo, e come uno Zelig teatrale indossava i panni di una risma di personaggi che dicevano la loro sul sacro. Personaggi spesso borderline, timidi o insolenti, volgari o eruditi, simpatici o antipatici. Una lunga cavalcata attraverso autori ed epoche diverse, dal medievale venerabile Beda, ai Padri del deserto, fino a Dostoevskij e agli abominii della religione massmediale.

Un testo certamente ben costruito, ben rodato, per nulla banale. Ma che, tutto sommato, non riesce a convincere fino in fondo. Il problema sta nel fatto che quella che viene presentata come una “giullarata”, un testo comico che rilegge il sacro, la sua storia, le sue derive, è in  realtà qualcosa di diverso. Il comico applicato al sacro è sempre una scommessa. Se non si veleggia nello Witz yiddish, tutto diventa molto più difficile. E’ il caso del cristianesimo, dove il comico diventa fuorviante, un po’ stonato, un po’ sopra le righe. La dimensione tragica (theologia crucis) fa saltare la possibiilità di un ponte diretto tra comico e cristianesimo. Sarebbero necessarie ben altre mediazioni (ma il discorso si farebbe lungo per i lettori di Varesereport, e andrebbe sul fronte maschere e metafiore). Così nello spettacolo di Scifoni, si nota lo sforzo di essere sempre molto attento a non superare un confine “politicamente corretto”, simpatico e accettabile, gradevole e sorridente. Forte, qualche volta, ma mai capace di arrivare all’osceno e alla bestemmia come, ad esempio, Testori (che sarà proposto dalla rassegna giovedì prossimo 12 luglio dal grande Sandro Lombardi). Con il risultato che spesso spunta nello spettacolo il vero registro, che non è quello comico, ma quello indignato.

Il “cialtrone” si indigna per ciò a cui è stato ridotto il sacro: la serie Don Matteo 3, 4, 5, le file interminabili per vedere il papa morto, la finanza bianca, il potere politico che seduce e distrugge.  Scifoni, nel corso del suo spettacolo, ci ha ricordato un Ascanio Celestini più moderato, che prende il sacro come pretesto per prendere le armi contro un mondo svilito e depresso, con la religione che, al massimo, è ridotta ad etica. Come dargli torto?

8 luglio 2012
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