Lettere

Ricordando “Il Maestro di Vigevano”

Cinquanta anni fa, Einaudi pubblicò “Il Maestro di Vigevano”. L’opera fu un successo editoriale, e un grande avvenimento culturale. Vinse numerosi premi e il regista Elio Petri ne ricavò un film con il compianto Alberto Sordi, come protagonista. A scrivere il romanzo era stato un giovane disperato e pessimista maestro elementare di Vigevano morto suicida.

Il libro e l’autore oggi sono quasi scomparsi dalla memoria collettiva e il ricordo è mantenuto ed alimentato solo da una sparuta schiera di estimatori e da una bella biografia uscita recentemente.

A me, come ex- insegnante, interessa vedere quanto di quel mondo della scuola delineato grottescamente, ma così mirabilmente dalla comicità esilarante e scoppiettante da Lucio Mastronardi, rimanga e per certi aspetti, viva ancora nella scuola italiana al giorno d’oggi.

Partirei perciò dalla condizione dei docenti, descritta così paradossalmente e comicamente nella famosa pagina del romanzo, riportandone però solo pochi stralci.

“( … ) – Diamo ora la parola al signor maestro Pisquani; il capo della Snuse, – disse il direttore. – Cari colleghi! Care colleghe! (…) I maestri elementari che rappresento io, vogliono: capo primo: entrare in ruolo col coefficiente 229 anziché col coefficiente 202! (…) Inoltre chiedo che la pensione venga concessa dopo dieci anni di servizio, purché il maestro abbia dieci ottimi di qualifica. (…) Chiederò inoltre all’ onorevole Badaloni che gli stipendi dei maestri siano aumentati del 33,1 per cento per quelli del coefficiente 229. Cari colleghi, vi invito tutti a iscrivervi al sindacato Snuse! (…) Questo è un ricatto! – urlò il collega Pagliani. – Iscrivetevi al sindacato Snase invece! – Quieta non movere et mota quietare! – disse il direttore calmandoli (…)

“Aveva un bello scrivere Giovanni Papini nel 1909, a proposito degli insegnanti e del loro “status”- ricorda il prof. Aldo Ettore Quagliozzi, “(…) E’ vero che i professori dovrebbero essere pagati di più, ma è falso, falsissimo e appena degno del più grossolano materialismo storico, che la questione della scuola sia soltanto questione di quattrini. E’ anche e soprattutto questione d’anima e di educazione. Ripeti e ripeti, anni dopo anni le medesime cose, e i professori diventano assai più imbecilli e immalleabili di quel che fossero al principio e non è dir poco. Poveri aguzzini acidi, annoiati, anchilosati, vuoti, seccati, angariati, scoraggiati, che muovono le loro membra ufficiali e governative soltanto quando si tratta di avere qualche lira in più.(…)”

Certo ha senz’altro ragione Papini: “la scuola soprattutto è questione d’anima e di educazione,” e a dargli ragione, quasi sessant’anni dopo interviene il grande latinista Concetto Marchesi: “ La scuola dipende da colui che vi insegna (…). Si può ridurre il pane al maestro, si può levargli anche la libertà, ma non la facoltà di penetrare nell’animo dell’alunno e richiamarlo alla luce e alla gioia della conoscenza. Gli si lasci soltanto in mano il catechismo e ne farà uno strumento di scienza e di nobiltà, se non è un pitocco o un servo.”

D’accordo, però qui si parla di “maestri,” di “veri educatori,” di “missionari,” specie rare, ma la gran massa degli insegnanti non rientra purtroppo in queste categorie.

La passione per l’insegnamento è una condizione necessaria, essenziale per operare proficuamente, ma bisogna pur mettere gli insegnanti nelle condizioni minime, assicurando loro mezzi e strutture per far fronte alle sfide di una società del Terzo Millennio e non operando tagli indiscriminati alla scuola pubblica e finanziando quella privata, come si accinge a fare il Governo Monti. E se è vero com’è vero che sono “i buoni insegnanti che fanno una “buona scuola,”allora bisognerà concentrare tutti gli sforzi sul reclutamento, la selezione e la formazione del personale docente ad ogni livello, premiando ed incentivando parimenti merito, efficienza, produttività, equità e responsabilità nella scuola.

Dal “Maestro di Vigevano,” da quel famoso “consiglio di classe”, molte cose sono passate e nelle riunioni ben altri sono i discorsi degli insegnanti rispetto a quelli che riproduce in modo caricaturale lo scrittore.

Oggi la scuola pubblica vive una situazione di sfascio, di precarietà e di grave crisi. Docenti ed alunni sono stati costretti, dai pesantissimi tagli ai bilanci, persino a portarsi la carta igienica e quella per le fotocopie. Lo stato giuridico dei docenti purtroppo non è cambiato di molto anzi è per certi aspetti peggiorato rispetto ai tempi del “Maestro di Vigevano”; e presenta un’incredibile staticità, come ci ricorda il sociologo De Rita, in un’intervista. Secondo lo studioso, i docenti: “sono per lo più demotivati, sviliti nel proprio status sociale e non riconosciuti nella loro autorevolezza e professionalità, sottopagati e ridotti ad impiegati;” ed ha aggiunto che il loro prestigio sociale si è molto indebolito anche a causa degli stipendi trai più bassi d’Europa, concludendo che se la scuola italiana vuole avere ancora un futuro dovrà mettere mano alle riforme e soprattutto “deve rimotivare e riqualificare i propri insegnanti, ridando spazio alla valutazione, alla meritocrazia, al merito.”

Romolo Vitelli

già docente di storia e filosofia nei licei

 

 

7 luglio 2012
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