Lettere

Rousseau e la buona politica

Il 28 giugno 2012 si celebrerà solennemente, in tutto il mondo occidentale, il terzo centenario della nascita di Jean-Jacques Rousseau, il grande pensatore del secolo dei Lumi, che vide le alienazioni della società di massa, anticipò il romanticismo e inventò la sovranità popolare. A distanza di tre secoli dalla sua morte, continua ad apparire una figura per più versi enigmatica e controversa

oggetto di vivacissime discussioni. Sorgono a questo punto alcuni quesiti: di che utilità può essere per l’Italia discutere e riflettere su di un pensatore nato trecento anni fa? Il suo pensiero ha ancora qualcosa da dire agli italiani, attanagliati da una grave crisi economica, sociale morale e politica? Quali temi della riflessione rousseaiana, possono contribuire a far uscire l’Italia dalla sua crisi?

Per rispondere a queste domande occorre preliminarmente porsene altre. In quale contesto sociale economico e politico cade oggi nel nostro Paese la riflessione su Rousseau? Le recenti elezioni amministrative, se pure parziali, hanno detto chiaramente già che lo scenario politico italiano sta mutando rapidamente, mentre la stagione berlusconiana, che va definitivamente concludendosi, lascia segni profondi e il terreno ingombro di macerie, come purtroppo aveva lucidamente profetizzato già nel lontano dicembre del 1994, Sandro Viola. “Quando il governo prima o dopo cadrà” – scriveva il giornalista – “ sul Paese non sorgerà un´alba radiosa. Vi stagneranno invece i fumi tossici, i miasmi del degrado politico di questi mesi”.

I mesi sono diventati anni, molti e lunghi anni, e i sintomi di una crescente involuzione sono stati evocati sempre più spesso da molte e preoccupate voci. Le elezioni hanno lasciato una profonda incertezza nel futuro in quanto alla crisi della destra non fa da contro altare ancora una politica riformista alternativa, mentre il “grillismo” e l’antipolitica conquistano sempre più consensi. In sostanza siamo in presenza di una fase di transizione e di stallo, dove una vecchia stagione economico – politica volge al termine senza che all’orizzonte se ne intraveda una nuova.

Può Rousseau che ha dato come rigoroso studioso dei fondamenti della convivenza sociale, un grosso contributo alla scienza politica e come pedagogista un significativo impulso ai problemi della formazione dell’uomo, contribuire con il suo pensiero a rigenerare e ricostruire la società italiana e il suo tessuto di relazioni?

La riflessione rousseauiana come è noto ha preso avvio dall’origine della disuguaglianza causata dall’oppressione politica, dal sistema repressivo delle convenzioni sociali e dalla rigidità della cultura. Per Rousseau: “tutto dipende radicalmente dalla politica”. Egli sostiene che l’uomo cattivo è un uomo mal governato, e che la via della possibile liberazione passa attraverso la buona politica, essendo quest’ultima l’unica psico-terapia in grado di arginare l’infelicità umana.

Il “ginevrino” riflette sopra i fondamenti di una giusta società e, insieme, sopra il modello di uomo adatto per essa. Il Contratto sociale e l’Emilio sono il frutto di questa riflessione. Il Contratto sociale, com’è noto, riguarda la “formazione del cittadino,” ed è una presa di posizione critica nei confronti della società, mentre l’Emilio, che tratta la “formazione dell’uomo,” è un’opera molto importante dal punto di vista pedagogico-educativo, che contiene tra l’altro una psicologia, un’antropologia ed una nuova meditazione sociale. L’uomo è, secondo Rousseau, naturalmente buono, ma risulta corrotto dalle istituzioni sociali.

Un’impostazione politico – pedagogica corretta dovrà essere finalizzata quindi a ridare “misura umana a società e cultura,” “evitando – dice Geymonat – “che le istituzioni civili impediscano o distorcano lo sviluppo dell’uomo, ma aiutandolo invece a realizzare la sua più profonda libertà.” Ma per realizzare questo obiettivo occorre una rivoluzione radicale in ambito socio-politico che però implica, necessariamente per Rousseau, una correlativa rigenerazione in ambito psicologico ed antropologico. Ed è quello che occorre all’Italia: “un´opera di Ricostruzione, economica e morale” – dice B. Crainz – “ pari a quella che pur fu compiuta in altri e più drammatici momenti. È questo il compito che attende i partiti, ove siano capaci di rigenerarsi e di rifondarsi.”

Penso che, se “il fine generale delle scuole di ogni ordine e grado”- come recitano i Programmi Brocca – “è la formazione dell’uomo e del cittadino,” allora la riflessione di Rousseau, proprio per i caratteri di modernità ed attualità che abbiamo sottolineato sinora, possa portare un significativo contributo alla rigenerazione di uomini e cittadini liberi, tolleranti, inclusivi, autonomi e critici culturalmente ed eticamente responsabili, capaci di vivere – anzi, di con-vivere in questo nostro Terzo Millennio, secondo i dettami della giustizia e della ragione.

Romolo Vitelli

già docente di storia e filosofia nei licei

 

 

 

 

21 giugno 2012
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Un commento a “Rousseau e la buona politica

  1. ombretta diaferia il 21 giugno 2012, ore 19:41

    complimenti, professor Vitelli per quest’ottima riflessione e per il riferimento a Geymonat ed al suo recupero imperante della “misura umana a società e cultura, evitando che le istituzioni civili impediscano o distorcano lo sviluppo dell’uomo, ma aiutandolo invece a realizzare la sua più profonda libertà.”

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