Lettere

Pd, sì alle primarie

Siamo in recessione. Siamo in piena crisi, e ci siamo ormai quasi ininterrottamente dal 2008, con fattori scatenanti via via diversi che però hanno tutti prodotto lo stesso effetto: c’è sempre meno lavoro, sia per i lavoratori dipendenti che per quelli autonomi, per i liberi professionisti e per i commercianti, per gli imprenditori, ancora meno per i giovani e per le donne.
Una crisi della quale nessuno sembra sia capace di trovare la soluzione, come se fossimo in un tunnel da cui non si riesce a vedere l’uscita.

Di fronte a tutto ciò c’è chi si ostina (e il sottoscritto è tra questi) a sostenere che per affrontare la crisi sia importante cambiare la legge elettorale per l’elezione dei parlamentari nonché approvare una legge che regoli il funzionamento dei partiti, attuando finalmente, dopo oltre sessant’anni, l’articolo 49 della Costituzione.

Perché la riforma della legge elettorale è così importante? Perché “sprecare” tempo e risorse quando ci si dovrebbe concentrare sulla definizione di piani per la crescita, di misure per il sostegno al reddito, di lotta contro la disoccupazione? Semplice: perché una delle cause principali del debito italiano, dello spread e della mancanza di soluzioni alla crisi, è la mediocrità della classe politica italiana, selezionata secondo criteri di appartenenza e fedeltà e quasi mai per merito è qualità.

Se è così, allora la legge elettorale è importante, perché è lo strumento con il quale i cittadini potrebbero (ed oggi non è così) scegliere i parlamentari, vale a dire i primi ad avere il compito di fare uscire l’Italia da questa crisi. E allora è importante che i prossimi parlamentari (quelli che eleggeremo nel 2013) siano capaci di trovarla, una soluzione a questa crisi, tenuto conto che probabilmente consisterà in un percorso lungo e per niente semplice.

Ed è quindi importante che siano, i prossimi parlamentari, i migliori che questo Paese è in grado di esprimere, i più bravi, i più competenti.
Proviamo a rivolgere lo sguardo al Parlamento attuale, quello dei “nominati” dai segretari di partito attraverso una legge elettorale (il porcellum) che ha sottratto completamente agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti: un Parlamento eletto con gli stessi criteri – per intenderci, con i vari Scilipoti, Lusi, Tedesco, Scajola, Rosi Mauro e Cosentino, e magari con l’aggiunta di un Penati, di una Minetti o di un Bossi jr – può essere considerato in grado di cambiare le sorti dell’Italia?

Non è allora il caso di pretendere che i partiti rinuncino a questo arbitrio, ed insistere perché nel 2013 si voti con una nuova legge elettorale, che restituisca agli elettori il diritto di scegliere chi votare? Lo scorso anno oltre 1.200.000 cittadini ci hanno provato, sottoscrivendo i referendum per l’abolizione del porcellum, chiedendo di fatto che la legge elettorale fosse cambiata. E anche se la Cassazione ha respinto i due quesiti referendari, questa richiesta è ancora lì, perché i partiti una risposta non l’hanno ancora data (e forse non la vogliono dare).

E pensare che non sarebbe neanche così difficile immaginarla, una nuova legge elettorale: sarebbe sufficiente utilizzare lo stesso meccanismo con cui ormai da anni si eleggono i sindaci, quel doppio turno che ha dimostrato più volte (l’ultimo esempio è Parma, ma si pensi a Milano e Bologna, a Como e Lucca) di rendere possibile il cambiamento e garantire il governo delle città.

Perché gli elettori, a differenza dei partiti, sono capaci di promuovere il cambiamento, riconoscendo quando esprime qualità e idee valide, a patto che la politica permetta di realizzarlo attraverso il voto.

Perché la legge elettorale per l’elezione dei sindaci dispone di un altro meccanismo che funziona, quello che limita a due i mandati consecutivi ed evita così situazioni di permanenza eccessiva al potere, come ad esempio Formigoni in Lombardia ed Errani in Emilia-Romagna.

Una nuova legge elettorale, dunque, da abbinare – e adesso mi rivolgo al Partito Democratico – alle primarie per la scelta dei candidati, sia che si tratti di esprimere un nome per un collegio uninominale piuttosto che definire la lista bloccata prevista dalla legge attuale. Le primarie sono infatti uno strumento indispensabile per promuovere e realizzare il rinnovamento della politica, perché consentono a chiunque di candidarsi e stimolano i partiti ad una migliore selezione dei propri candidati, perché obbligano chi si propone a confrontarsi con gli elettori e perché, se interpretate correttamente, facilitano la partecipazione dei cittadini e favoriscono la successiva campagna elettorale.

Certo, abbiamo sotto gli occhi esempi negativi come quelli di Palermo e Napoli (che hanno comunque portato a risultati elettorali nel segno del cambiamento), ma preferisco guardare a Genova ed alla giunta varata in questi giorni dal nuovo Sindaco Doria, che ha scelto secondo merito e competenza e nel contempo ha creato una squadra di assessori a maggioranza femminile ed in cui gli appartenenti ad un partito sono la minoranza.

È da qui che si riparte, ne sono convinto, se si vuole provare ad uscire da una crisi che non è solo economica. Abbiamo bisogno di un cambiamento, che permetta alle persone migliori di candidarsi a governare l’Italia ed ai cittadini di sceglierle. Serve una nuova legge elettorale, servono le primarie, e c’è chi all’interno del PD (e si chiama Civati e non Renzi, perdonatemi la precisazione) sta provando da tempo a convincere Bersani e la dirigenza nazionale a fare proprie queste proposte.

Sono anche convinto che passi da qui anche una possibile reazione al crescente astensionismo, perché è difficile votare se non è consentito scegliere. E per quanto mi riguarda è proprio così, la prossima voterò solo se avrò la possibilità di scegliere e sicuramente non voterò per un partito che neghi questo diritto. Che si tratti di scegliere un nuovo Sindaco a Varese piuttosto che i parlamentari da inviare a Roma

Natalino Bianchi

3 giugno 2012
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Rispondi