Lettere

Dalla Lega a Grillo

Vi sono momenti in cui, più che innalzare un edificio, occorre guardare dinanzi a sé le fondamenta degli edifici possibili. Il mercurio nel termometro della situazione politica, alla luce del recente voto amministrativo, oscilla verso temperature inedite, mai prima registrate, se pur
all’interno di un orizzonte che non era difficile presagire.

Più ancora che dell’antipolitica, costantemente evocata in queste ore, la vera vittoria è stata quella dell’assenteismo: un fenomeno che
non nasce certo oggi e che, da qualche tempo ormai, lungo un percorso già tracciato ha vòlto i segni di un elegia del disincanto e della crescente
distanza fra governanti e governati – dal cerchio più ristretto dei Comuni fino a una prospettiva nazionale – in termini di disamore per la politica, nel solco di una crisi e di una precarietà in cui con insistenza si affaccia la paura.

Sarebbe sbagliato non cogliere i sintomi del fenomeno Grillo, in un più ampio ventaglio europeo, di spinte cioè che sebbene analoghe,
affondano in una manifesta ed esibita insoddisfazione cui cercano di dar risposta, perseguendo però prospettive assai diverse: fra i Pirati tedeschi, il brusco e preoccupante livellamento ungherese e quell’Alba dorata greca che più che alla britannica Golden Dawn da cui deriva il
nome, sembrerebbe – nei modi e nei temi – evocare le sue radici in quei movimenti politicamente carsici e misteriosofici che furono alla base
dell’affermazione del nazionalsocialismo.

Grillo da un canto ha raccolto consensi, dragando coi suoi no generalizzati, nelle frange scontente del Centrodestra e della Lega ma, se pur in proporzione minore, anche nel Centrosinistra. Il «ciò che non siamo, ciò che non vogliamo», ripetuto a gran voce, è sempre un ottimo biglietto da visita, in specie quando si accede su quel terreno fitto di insidie del disorientamento preventivo ch’è poi il terreno di molti cittadini che, fra tasse crescenti e un futuro incerto, sentono di giocare a mosca cieca.

L’esperienza della Lega insegna che un conto è cavalcare la tigre, altro conto è disegnare un progetto: la sua parabola discendente, di là dagli aspetti contingenti, sta nel graduale venir meno di quella per certi aspetti sorprendente invenzione pubblicitaria che è stata la Padania, un’etichetta luminescente incollata però su un contenitore vuoto. Le ragioni che muove oggi il Movimento a cinque stelle non sono troppo distanti da quelle che  mossero il movimento leghista. Il problema, nel caso di Grillo, senza nulla togliere al valore dei suoi candidati, è che si fatica a scorgere una parte propositiva, un’idea di Paese, dietro la coltre dei fumogeni accesi contro la partitocrazia.

Intendiamoci: i partiti hanno le loro colpe, le loro responsabilità e sarebbe miope non cogliere i segni della grande trasformazione in atto. La crisi del partito-immagine berlusconiano è sotto gli occhi di tutti ed evidenzia l’ancor più evidente debolezza di una destra laica, moderna, al passo coi tempi a fronte dell’erosione della parte, ben più consistente nei numeri, più marcatamente populistica.

Il terzo Polo, più vagheggiato che costruito, è finito come Atlantide, in un cappello pieno di ricordi. La tenuta del Partito democratico
tuttavia non deve illudere: una vittoria elettorale può tramutarsi in breve in una sconfitta politica, tanto appare nebuloso il confine fra le componenti storiche del suo elettorato: la classe media istruita e la galassia dell’operaismo e del Terziario avanzato – apparentemente inverato dalla globalizzazione favorita dalla Rete – e delle nuove e crescenti precarietà.

Su tutto gravano non solo i segni, drammaticamente toccabili con mano, della crisi ma si annunciano risorgenti tensioni sociali e un rifiorire di possibili atti terroristici (vedi Adinolfi) che l’attuale situazione politica, rispetto al recente passato, sembra più favorire che dissuadere. Solo uno sguardo ottuso dissipa angosce. Il Partito democratico e l’intero Centrosinistra devono ripartire dai segni del cambiamento. Devono farlo ora. Perché il futuro non aspetta. Perché la buona politica è l’unica risposta contro l’antipolitica,  la dispersione, contro un agire ch’è il rifugio di chi è spaventato.

Senatore Paolo Rossi

9 maggio 2012
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Rispondi