Lettere

Cultura e spettacolo

A Varese, da troppo tempo, assistiamo all’uso inopinato e pletorico del termine “cultura”, di cui ci si serve in ogni occasione, dimostrando, in realtà, di incorrere in un sostanziale fraintendimento del significato, utilizzandolo, per di più, come se fossimo il “Paese dell’intelletto”. Bando ai facili entusiasmi: non tutto quello che si è soliti chiamare “cultura” lo è. Sovente è “spettacolo”

, che, sebbene derivi dalla prima, è cosa affatto differente. La cultura dovrebbe essere, infatti, frutto d’attivo dibattito, ma in città non vi è luogo che si presenti concretamente come una fucina di “libero pensiero” dove ci si possa recare indipendentemente da rapporti di tipo “clientelare”. Fatico, poi, a trovare traccia alcuna di qualche pensatore reale che abbia il coraggio di esprimere, in modo concreto, sistematico ed organico, un progetto di possibile via d’uscita dallo stallo in cui ci si trova, a costo anche di sembrare “controcorrente” o “pazzo”.

Ricordo, però, e gioverebbe meditarci sopra, che Seneca afferma che “non vi fu mai alcun grande ingegno senza un poco di pazzia”. La cultura non è nemmeno un elemento di grande richiamo tramite “risonanti nomi” invitati in città, sovente provenienti da fuori, i quali, terminato il “rendez-vous”, se ne allontanano, dimenticandosi di Varese.

Si confonde la cultura con l’“evento”, parola mortifera e pestifera che fa a pugni con il termine di cui in queste righe si scrive. Se veramente a Varese si volesse sostenere la cultura, si farebbe operare ed esprimere attivamente e concretamente quel numero di persone che, nella stessa città e Provincia, tramite il loro impegno, arricchiscono il territorio.

Non s’importa la cultura, semmai si dovrebbe esportare. Bisogna invogliare le persone a contribuire alla crescita della conoscenza, alla partecipazione attiva, all’espressione del pensiero e delle idee. Per primi dovrebbero cercare di ricordarsene gli amministratori cittadini, che, però, preferiscono l’evento momentaneo, il fuoco fatuo dell’ora che fugge, senza contare che, sovente, quello che è proposto si riduce alla solita sbobba, fornita, per lo più, dai lacché del potere.

Certo, un cittadino che pensa è più difficile da governare rispetto a chi accetti passivamente il tutto. Il cittadino che pensa è, però, una persona formata nella propria “coscienza d’individuo”: la cultura sociale forgia questo aspetto.

Difficile che quanto fin qui esposto incontri il plauso di una società che fraintende i termini ed equivoca sugli stessi: preoccupante che nessuno lo annoti e lo manifesti, complice, gran parte della paciosa ed inerte informazione locale, che preferisce registrare gli avvenimenti, ma non commentarli con spirito critico, perché, limitandosi alla prima attività, tutto corre liscio e tranquillo.

E la città stenta a crescere, anzi si svuota. E’ necessario che tutti ci si rimbocchi le maniche, concretamente e senza invidie. Urge che si lavori perché Varese torni a crescere, non solo culturalmente. La strada imboccata negli ultimi anni non è quella giusta: vogliamo arrivare al “Viale del Futuro”, un futuro realizzabile, o soltanto a quello “delle Rimembranze”? Vorrei ricordare, però, che di solito, in fondo a quest’ultimo, sorgono i cimiteri.

Bruno Belli

23 aprile 2012
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10 commenti a “Cultura e spettacolo

  1. ombretta diaferia il 26 aprile 2012, ore 14:44

    Ci conducono nel nostro persorso abrigliasciolta le conclusioni sui Diritti culturali e diritti umani che l’UNESCO ha firmato nel luglio 1968:

    “… la cultura è un’esperienza umana difficile da definire, ma noi la riconosciamo come la totalità dei modi con i quali gli uomini creano progetti per vivere.
    E’ un processo di comunicazione tra gli uomini; essa è l’essenza dell’essere umano. La cultura è tutto ciò che mette in grado l’uomo di essere operativo e attivo nel suo mondo e di usare tutte le forme di espressione sempre più liberamente per stabilire comunicazione tra gli uomini…”

    La parola cultura, nel senso più largo, significa la vera essenza dell’uomo, includendo la somma totale delle attività umane.
    La cultura è precisamente ciò che l’uomo fa secondo differente natura.

    Boutros-Ghali ne precisò tre significati:
    - cultura come strada di vita
    - culture di significato universale
    - certe forme di cultura peculiari a certe comunità.

    La cultura della nostra comunità è la risultante che vediamo.
    Non solo perché esprimiamo quella “indigena”, ma perché saremo ricordati per i grandi “eventi” e le mediatiche “polemiche” che ne sortiscono.
    Non perché l’abbiamo “agita” per costruirla, ma perché l’abbiamo “usata”.
    E gli usi costruiscono i costumi.
    Oltre che gli abusi.

    od

  2. bruno belli il 26 aprile 2012, ore 19:10

    Gentile sig.ra Ombretta,
    ma, in sintesi, che ne pensa, infine, della cultura a Varese?
    Si cerca di aprirla ai più, di farne una “torre d’avorio”, o di “metterla in scena” confondendo l’epidermide con la profondità?
    In altre parole: la si ostenta (chi l’abbia), o si “stuzzica” il pensiero ed il dibattito?

  3. Paolo Franchini, Varese il 27 aprile 2012, ore 09:27

    Caro Bruno,
    penso che nel commento vi sia già una risposta alla tua domanda.
    Manca il termine “performazione”, ma la torre d’avorio è già alta abbastanza.

  4. ombretta diaferia il 27 aprile 2012, ore 12:16

    Gentile Signor Bruno,

    mi scuso per la poca chiarezza e cerco di farmi comprendere in altri termini: non ritengo che la cultura abbia confini, bensì che si alimenti nello scambio, nelle sperimentazioni e nelle commistioni.

    Le faccio un esempio: ha mai ascoltato la versione di “Still loving you” degli Scorpions con la Berlin Philharmonic Orchestra?
    Ecco questa è cultura, secondo me.

    A Varese non ci si arriverà mai ad una summa tale, semplicemente perché si stringe a riccio in quella indigena e nella creazione di “eventi” (quindi non cultura, ma intrattenimento) che aggreghino molte teste (e la dimostrazione sta nelle numerose associazioni sorte negli ultimi due anni, funzionali a portar voti, piuttosto che nell’uso blindato di luoghi significativi).

    Personalmente penso che debbano convivere le torri d’avorio, le mis en scene, come luoghi di pensiero che stimolino nuove sperimentazioni culturali e addirittura i dopolavoristi che usano la cultura per impiegare il tempo libero e titolarsi “artista”.

    Il nostro lavoro culturale tende alla sperimentazione al di là dell’orgoglio personale dell’artista, infatti, con noi lavora solo chi ha una forte idea di cultura alla base e si allontana dal nostro progetto chi invece cerca esclusivamente un palcoscenico (eppure questi personaggi ancora si “vendono” attraverso le nostre attività).

    Quindi, ostentiamola, stuzzichiamola, esibiamola, racchiudiamola nelle torri d’avorio, mettiamola in scena, ma continuiamo a promuovere ciò che l’uomo fa secondo differente natura, tralasciando questa “cultura della polemica” che non stimola, ma esclude chiunque abbia voglia di “conoscere”.

    Ed in questo lavoro mettiamo alla berlina coloro che dalla cultura traggono un profitto indecente esclusivamente con la finalità di escludere chi non è “di famiglia” e di usare la cultura come propaganda partitica (e familistica).

    Chi scrive ha vissuto sulla propria pelle gli anni dell’assenza totale di ogni forma di cultura ed intrattenimento e quando andava al liceo si sentiva dire che non poteva frequentare la scuola riservata alla futura dirigenza, perché la sua estrazione era popolare.

    Eppure, la poesia, ad esempio, sin al secolo scorso era popolare, perché orale (altra nostra fissa!): ricordo di anziani che non avevano frequentato scuole e mi recitavano Dante a menadito, addirittura commentandolo!

    La cultura è semplicemente “tutto ciò che mette in grado l’uomo di essere operativo e attivo nel suo mondo e di usare tutte le forme di espressione sempre più liberamente per stabilire comunicazione tra gli uomini…””

    Spero di aver risposto alla sua domanda, restando a sua disposizione nell’eventualità che questa scrittura virtuale e veloce non abbia comunicato pensieri ed azioni personali.

    distinti saluti
    od

  5. ombretta diaferia il 27 aprile 2012, ore 18:29

    Gentilissimo Franchini,

    le preciso che la performAzione è una metodologia di espressione al pubblico (che noi adottiamo e promuoviamo), non una forma di cultura.
    Se eventualmente fosse interessato a Turner &c., poi, son ben disposta a scendere dalla supposta torre d’avorio, dove la sua fantasia mi colloca a vivere ed operare) ed illuminarla. Ma questa non è la sede appropriata.

    Mi sembra che la riflessione di Belli sia relativa “all’uso inopinato e pletorico del termine “cultura” vs lo spettacolo d’intrattenimento, alla confusione imperante tra cultura e evento (dove l’evento è la parte emersa dell’iceberg culturale, però!), alla ricerca di una strada per far crescere Varese culturalmente.

    Riscontro frequentemente queste sue note piccate nei confronti della nostra attività e della mia persona, benché non abbiamo mai scambiato una parola e non l’abbia mai vista ad un nostro incontro in otto anni.

    Mi rendo conto, però, che la nostra sperimentAzione non possa carpire il suo interesse, sistematicamente stimolato, però, a sentenziare su chi non conosce neppure.

    La cultura è “tutto ciò che mette in grado l’uomo di essere operativo e attivo nel suo mondo e di usare tutte le forme di espressione sempre più liberamente per stabilire comunicazione tra gli uomini…”.
    Nel rispetto del prossimo, qualsiasi esso sia e qualsiasi azione compia.

    Ringrazio nuovamente varesereport per lo spazio che concede a quello che penso sia un dibattito culturale serio, di cui sentiamo la necessità in molti.
    Soprattutto in vista di un nuovo maggio senza i libri in piazza (di cui soffrono sicuramente anche i noir ed i gialli da pasticceria di Franchini)…

  6. bruno belli il 27 aprile 2012, ore 20:23

    Gentile Ombretta, caro Paolo,
    inannzi tutto,grazie per avere espresso le vostre opinioni, per di più in modo molto civiile, fatto che raramente si propone in terreno varesino.
    Sì, credo, Paolo, che tu abbia ragione sull’altezza della torre d’avorio e ne temo.
    Temo perchè vedo la città impoverisri nonostante tutto, la vedo poco frequentata, meno viva.
    E qui, mi rivolgo ad Ombretta Diaferia che so troppo intelligente perchè creda che il tutto si possa risolvere anche nel caso di quel “protagonismo” che, alla fine del suo discorso, vuole benignamente assolvere.
    Credo che il punto di partenza sia sempre uno: innanzi tutto, gli operatori della cultura, se veramente colti, devono essere in grado, ed avere la volontà, di confrontarsi, senza temere.
    Ognuno dovrebbe essere orgoglioso delle proprie caratteristiche, ma per porle in contatto (scambiare) con quelle altrui, non soltanto per esibirle in modo narcisistico.
    Se solo ci fosse la volontà di questo benedetto reale “confronto”, avremo già fatto un passo fondamentale e la torre d’avorio resisterebbe per essere, però, visitata nel suo interno, perchè, in tal caso, il portone sarebbe sempre aperto verso chi, bussando, desideri coscienziosamente arricchirsi ed arrichire: prima l’animo, poi, con qualche progetto serio, realmente il territoiro.
    Ma penso che io vagheggi, qui almeno da noi, la classica “Araba fenice”.

  7. abdul sensibile il 29 aprile 2012, ore 20:33

    culturra ha ruttu il cassu e cume disce zio hassan alluntana la figa.
    curdialmente abdul sensibile

  8. abramo il 1 maggio 2012, ore 13:12

    “Nel tempo dell’inganno universale,
    dire la verità è un atto rivoluzionario.”
    George Orwell

  9. Fantoni Mariella -Varese il 22 maggio 2012, ore 15:53

    Leggo con interesse ed attenzione gli scritti firmati da Bruno Belli:motivo di approfondimento ed arricchimento per la mia conoscenza, ovvero per la mia pur sempre limitata cultura.
    Ho seguito in questi giorni i commenti alla lettera di Belli
    “La cultura e la politica” e mi sono soffermata a riflettere sull’intervento del signor Giulio Moroni:intervento che mi ha suscitato perplessità, stupore ed anche smarrimento.
    Sono pienamente convinta che Cultura e Politica debbano essere un binomio inscindibile:lo testimonia da sempre la storia e, più che mai, il nostro tempo. Ma passiamo oltre.
    Mi rivolgo al signor Moroni che, dal Suo scrivere, penso sia giovane ed è per questo che mi sento,io non più giovane ahimè!,di invitarlo a prestare attenzione alle mie parole. Se invece il signor Moroni avesse,anagraficamente parlando,già superato il mezzo secolo allora,Signor Moroni,sono a pregarLa di non proseguirne la lettura,perché Le procurerei solo perdita di tempo.
    I consigli,frutto di esperienza,si offrono ai giovani,con la speranza di aiutarli a crescere,a migliorarsi e contribuire così
    ad arricchire il nostro vivere civile,nevvero? Già,ma leggo che Lei ha un ruolo di consigliere:quali consigli sente di poter dare?
    Suvvia,io Le offro la mia solidarietà nei confronti di Bruno Belli,consigliandoLa di mettere da parte la sciocca,puerile provocazione contenuta nella Sua lettera,che evidenzia con il conteggio delle 11 virgole, un senso,mi permetta,di giovanile stupidità.
    Scriva una buona lettera a Belli,porga le Sue scuse e chissà che non nasca anche una bella,costruttiva amicizia!
    Dimentichi chi ha scritto usando il Suo nome e bene ha fatto a denunciarlo con il Suo “Ahahaha!”. A proposito Le faccio notare che c’è una “a” in più e che la Sua insegnante di Italiano Le avrebbe consigliato di sicuro un’espressione più corretta,ossia “…Non ho scritto io quel commento”,più scorrevole di “…ma questo commento qua sopra non l’ho scritto io!”.Concorda?
    Concludo,indirizzando al lettore che si è appropriato del suo nome e cognome,preceduto da “@”,con una frase che il mio Maestro era solito ricordare:“Arroganza fa rima con ignoranza!” Non dimentichiamolo mai:per crescere!
    Un cordiale saluto a tutti i lettori.

    Mariella Fantoni
    Varese, 22 maggio 2012

  10. Paolo Franchini, Varese il 22 maggio 2012, ore 19:21

    Torno solo oggi a infilarmi in questo dibattito, e me ne scuso, ma ero impegnato (con orgoglio) a glassare d’inchiostro noir un po’ di torte Sacher.

    Mi devo ripetere: secondo il mio punto di vista, la cultura è ovunque.

    Nei libri, per strada, negli occhi di guarda e persino in quelli di chi non vede, non vuole vedere o finge di non vedere. E nella leggerezza che si nasconde nel nostro quotidiano, anche.

    Nonostante il disgusto di molti.

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