Lettere

Sugli alberi con Zanzi

La disinformazione che incombe sulle nostre teste pensanti ormai non ha più ragion d’essere. Sarà perché chi ama la natura ne rispetta l’azione, sarà perché ormai non crediamo più a ciò che leggiamo, ieri sera una folta rappresentanza cittadina ha letteralmente invaso quel luogo di democrazia che solitamente (ed ormai penso anche impropriamente) è “occupato” dagli eletti nel nostro comune.

Ma non c’era il solito rettangolo di tavoli oltre i quali si siedono i nostri “amministratori”, bensì due stipate ali di sedie rivolte verso il palco della Giunta, che però non era occupato da Sindaco ed Assessori, bensì da un modesto schermo che scandiva per immagini le parole di Daniele Zanzi, chiamato in quel luogo rappresentativo della nostra vita per parlare della storia di Varese. Attraverso i suoi alberi però! Perché l’ultima landa del profondo nord, straordinaria e ricchissima dal punto di vista ambientale e naturalistico, si snoda tra ben venticinque parchi, pubblici e privati, tutelati da una Legge Nazionale, la 1497 del 1939. Certo si snoda cercando di liberarsi dal consumo del suolo e da quella cementificazione insulsa che solo un poco oculato amministratore urbanistico può consentire.

Daniele Zanzi, peraltro Presidente della Commissione per il paesaggio di Varese, lo dice a chiare lettere: l’Assessorato all’Ambiente in un paese serio dovrebbe essere accorpato a quello alla Cultura. Perché il “verde” non è velleità romantica o colore partitico (ormai ai disonori della cronaca giudiziaria, prima che politica). Il verde è una cultura che non ha partito, se non quello preso da chi vuole solo e semplicemente vivere secondo natura ed invece si vede discreditare con affermazioni tanto ridicole, quanto condivise dagli “speculatori seriali”: “tornatene nelle caverne” o “vuoi proprio fermare il progresso”. Queste le accuse che negli anni, soprattutto in questo ultimo decennio, mi sono sentita muovere da illustri ed autorevoli personaggi.

Personalmente non sono in grado di vivere senza i miei polmoni naturali ed il luogo dove ho scelto di farlo, tornando anche ad agire nella mia città, in questi ultimi dieci anni è stato letteralmente depredato proprio dalle amministrazioni. Penso ai 23 tigli ottuagenari di Via Trentini la cui vita è stata recisa per un ammasso di cemento sventolato come grande rivoluzione varesina: un parcheggio talmente tanto vuoto (ma costantemente invaso dalle acque della falda) che campeggia su quel muro di cemento un enorme cartellone “un euro al giorno”. All’inizio dell’anno sempre l’Amministrazione Provinciale si macchia di un’esecuzione marziale nei confronti di venti specie (di cui tre senza alcuna autorizzazione!): un disboscamento, ripeto marziale, perché mai, in tutti i decenni che la mia anima terrena ha trascorso, avevo visto eseguire con tanta velocità, e diciamolo professionalità, da non lasciare la benché minima testimonianza di quell’ultimo lembo di Parco di Villa Recalcati.

Non ponetevi la retorica domanda del perché (che ancora tra i lacrimoni mi domando quotidianamente): per costruire un nuovo rutilante parcheggio multipiano che risolve la problematica del traffico cittadino con 60 posti auto!

Quegli amministratori illuminati ieri sera non li ho visti nel Salone Estense ad ascoltare le interessantissime dissertazioni di Daniele Zanzi (agronomo d’estrazione, quindi anche competente!). Eppure a qualcuno di loro si sarebbe gonfiato l’orgoglio pensando che il secolare Cedrus libani (ma in alcuni articoli tipicamente varesini l’ho visto definire “vetusto”! Eppure qui ha sede anche una Facoltà di Comunicazione…), che salutò bel due Re, prima di esere acquisito nel 1949 dal Comune di Varese.

Un ruolo davvero centrale nella vita degli antichi Romani era ricoperto dal ‘luco’ o bosco sacro. Gli eredi dei Celti invece, saranno ricordati proprio per la sottrazione più massiva delle specie arboree cittadine sotto l’egida della retorica “sicurezza”.

Bene a questo punto, dopo la conferenza di ieri sera, che ha dimostrato che sono in molti a voler preservare l’ambiente violato dagli speculatori e dagli amministratori pavidi, la mia sicurezza è rappresentata dal relatore, che sono sicura gioirà nel dividere il merito con chi a tutti noi ha dato un imprinting da cui non sappiamo (e non vogliamo) liberarci.

Ieri sera aleggiava su di noi un’anima unica della città di Varese: il professor Furia, che non solo ha formato tanti giovani in quella cittadella culturale che svetta sul Campo dei Fiori. Quei giovani oggi sono adulti consapevoli che non dimenticano i suoi insegnamenti, portati anche in ogni classe delle elementari dagli anni settanta ad oggi.

Quell’uomo, sino alla sua ultima azione, ha compiuto passi importanti per la preservazione del territorio. Nei suoi confronti abbiamo tutti un debito. E ne dobbiamo indicare le scadenze. Naturali.

Ombretta Diaferia

14 aprile 2012
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