Varese

Ranieri: “Ciao, Lucio”. Standing ovation all’Apollonio

Massimo Ranieri ieri sera all'Apollonio

Un momento iniziale emozionante, pochi minuti dedicati a ricordarlo con parole d’affetto sincero e poi una canzone “Caro amico ti scrivo”. Così è iniziato ieri sera, a Teatro Apollonio di Varese praticamente esaurito, lo spettacolo di Massimo Ranieri “Canto perchè non so nuotare…da 500 repliche”. Un Ranieri come sempre agile e bravissimo come sempre che, a scena aperta, ha voluto dedicare l’inizio dello spettacolo all’amico e collega Lucio Dalla, scomparso in seguito ad un infarto.

“Ci sembra doveroso rendere omaggio al nostro amico che, improvvisamente, ci ha detto arrivederci – ha detto Ranieri -. Lucio non si è mai irregimentato in un genere o in una canzone. E’ stato un grande musicista, un grandissimo cantante, un grande poeta. Certamente tra i più grandi cantautori pop degli ultimi 50 anni”. Il cantante partenopeo ha rivelato che avrebbe dovuto realizzare un progetto con Dalla. “Ci siamo incontrati alla prima dell’Aida - ha raccontato Ranieri – e lui mi ha detto che dovevamo fare qualcosa insieme”. Un progetto che non si è mai concretizzato. “Lucio è una di quelle persone che continueranno a restare tra noi, a tenerci compagnia”, ha concluso Ranieri. E poi la dedica di “una delle sue canzoni più belle”: “Caro amico ti scrivo”, un brano che ha visto il pubblico dell’Apollonio attribuire, in piedi, una standing ovation a Dalla. “Ciao Lucio – ha concluso Ranieri -, Dio ti benedica!”. E il sipario si è richiuso per fare iniziare lo spettacolo.

E così è iniziato lo spettacolo che, sia pure in forme leggermente diverse, Massimo Ranieri aveva già proposto sul palco di Varese per sei volte (lo spettacolo in realtà è la traduzione dello spettacolo televisivo “Tutte donne tranne me”). Ieri sera Ranieri ha ricordato che si trattava della 630a replica. Uno spettacolo che alterna brevi squarci biografici, ricordi di una lunga e ricca carriera e, naturalmente, tantissime canzoni, che Ranieri propone accompagnato dal vivo da un’orchestra dal vivo formata da dieci donne. Sul palco anche sei bravissime ballerine.

Ranieri è davvero un “grande animale” da palcoscenico, si muove con quella padronanza e quella generosità nel darsi al pubblico tipiche dei grandi artisti: parla con il pubblico e il “suo” pubblico gli risponde, magari anche in napoletano, come è accaduto ieri sera. Ma poi la sua bella voce intona l’esplosiva “Se bruciasse la città”, e all’Apollonio inizia la festa. Poi avanti, nel primo tempo, con alcuni ever-green come “La voce del silenzio”, cavallo di battaglia di Mina, o “Io che amo solo te”, del grandissimo e indimenticato Sergio Endrigo. Chiusura del primo tempo con la splendida “Erba di casa mia”, uno dei brani più popolari del cantante. Non mancano mai i brani napoletani, che caricano di colore un concerto di grande impatto spettacolare.

Nel secondo tempo è il momento dei grandi omaggi: “Alta marea” di Antonello Venditti, la stupenda “Le cabotin” di Charles Aznavour (“Un istrione”), “Se stasera sono qui” di Luigi Tenco, “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli, “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini. Altri brani e chiusura del concerto con un tris di assi calati sul palco: “Vent’anni”, “Rose rosse” e poi la splendida “Perdere l’amore”. Un tris che suscita un tifo da stadio, con cui si chiude il sipario. Dopo pochi minuti, per le insistenze del pubblico, si riapre per un baio di brani di saluto. Esce sulla scena un mito della canzone senegalese, Badarà Seck, che intona con Massimo un duetto molto intenso, non dopo una gustosissima e guappesca versione ritmica di “Pigliate ‘na pastiglia” di un grande mito cancellato della canzone italiana, Renato Carosone. Grandi applausi finali e un arrivederci.

Un arrivederci a dicembre, quando il Teatro Apollonio di Varese vedrà tornare Massimo Ranieri con un suo nuovo spettacolo: “Chi nun tene curaggio nun se cucca ch’e femmene belle”, con scenette e monologhi intrecciati ai canti ruotano sul tema del coraggio, come nel titolo, rovesciando valori consueti: non si celebrano gli eroi e i vincitori ma i deboli e i “vinti” che abbiano la capacità di sognare dando così corpo all’evangelico “gli ultimi saranno i primi”.

2 marzo 2012
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