Lettere

Confronti alla varesina

Chi attendeva una prova concreta del fatto che la gente si sia allontanata parecchio dalla vita sociale, per il fatto di sentirsi “tradita” da una classe che non la rappresenta in modo adeguato, e da narcisi dell’apparenza l’ha trovata più volte negli ultimi “eventi” varesini, laddove, alla speranza che i cittadini presenziassero, si è trovato solo uno sparuto gruppo di addetti al lavoro.

Lo riconobbe persino Fabrizio Mirabelli, capogruppo del PD in consiglio comunale, a proposito della riunione sull’unificazione delle stazioni, “disertata” dalla popolazione. Alcune presenze, più numerose, si trovano in alcuni appuntamenti culturali, frutto d’esperienze e di proposte molto diverse tra loro.

Resta il fatto, però, che, sovente, tali appuntamenti si trasformano in riunioni per “torri d’avorio”, quando la cultura, in realtà, dovrebbe essere posta tra le fondamenta dello “stato sociale”.

L’attuale situazione socio culturale varesina, infatti, indipendentemente dalla presente crisi economica, è il processo di un equivoco all’origine su come “gestire” il nesso che lega tra loro società cultura e politica, quest’ultima intesa nel senso concreto d’amministrazione della “cosa comune”. E’ un discorso “vecchio”, che facevo già più di cinque anni or sono, incontrando una sordità eloquente i cui risultati d’impoverimento cittadino sono sotto gli occhi di tutti. Discorso mai sufficientemente colto tanto dalla politica (non che ci sperassi), quanto dagli stessi operatori culturali tra i quali mi ci metto anch’io, se non schifi ai colleghi ben più “blasonati” la mia miserrima presenza.

Infine, penso che molti giornalisti, tra i quali ci sono anch’io – e così mi batto per primo il petto una seconda volta – sovente per una commistione di “comodità” e di “timore”, abdichiamo la loro funzione principale che non è semplicemente il riferire i fatti, ma anche l’interpretarli e, se occorre, nei termini della legge, denunciarli secondo i principi della libertà di stampa.

E’ necessario, pertanto, che operatori culturali, politici e giornalisti s’impegnino in modo concreto e determinato, affinché il tessuto connettivo socio politico varesino e, di rimando, italiano, non naufraghi, completamente, in una povertà assoluta che privi il cittadino – innanzi tutto un essere umano individuale e non un semplice numero, come l’attuale pensiero economico vorrebbe fare intendere – della dignità morale che ogni organismo statale moderno ha il dovere ed il compito di garantire.

Da qualche parte, bisognerà dunque cominciare. Il parlarne sarebbe infrangere un tabù che vige da troppo tempo, essendo tutti più attenti a coltivare ambizioni personali che privano, però, un reale contatto ed altrettanto sereno scambio, solida base su cui fondare la reale crescita. Forse, presentata in tal senso, la questione potrebbe interessare più cittadini di quanti non intervengano tanto ai dibattiti pubblici, quanto agli incontri culturali.

Porrei, infine, anche l’attenzione sull’età dei presenti alla maggior parte di tali incontri. Una media sui sessanta, mi pare. Porrei, pertanto, un interrogativo: che significato ha questo? A cosa pensano, in realtà, i più giovani? Semplice disinteresse verso il loro futuro?

Non credo. La risposta, almeno dal mio punto di vista, è più inquietante ed esiziale: privazione della speranza, preludio ad un nichilismo che sfocia talora in una sterile ribellione contro le regole precostituite, ma anche nel suicidio metaforico o reale.

Bruno Belli

29 febbraio 2012
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21 commenti a “Confronti alla varesina

  1. giulio moroni il 2 marzo 2012, ore 09:43

    cioè?

  2. bruno belli il 2 marzo 2012, ore 16:44

    Ad esempio, se il suo “cioè” significa “come”, sarebbe necessario comprendere fino in fondo che la politica attuale – di qualunque colore – non è stata in grado, negli anni, di fornire un progetto concreto che potesse sviluppare in modo continuativo alcune scelte tanto nel settore sociale quanto culturale.
    E’ vero che oggi siamo, inoltre, tutti vittime – e in primis le “amminsitrazioni comunali” – di un governo “tecnico”, in realtà scacco degli interessi di alcuni gruppi economici internazionali e di diktat a livello europeo (leggiamo “Tedesco”?), ma, anche con risorse ridotte, è possibile “produrre” qualità, sempre che ci siano “le persone giuste nei posti giusti”, fatto che in Italia si verifica assai di rado, perchè si è soggetti, sovente, a dettami di partito più che a scelte sulle qualità stesse degli individui che concorrono all’organizzazione degli “eventi”.
    Un esempio concreto? Il suo collega – Lei è consigliere se non sbaglio – Assessore alla cultura, Simone Longhini, non mi pare che abbia presentato un pur minimo progetto di respiro nell’ambito, per lo meno, del quinquennio di mandato, e tale da essere articolato, restando alla sola cultura. Per lo meno, io non l’ho trovato da alcuna parte. Crede forse che per essere assessore, sindaco, consigliere comunale, capogruppo in consiglio, funzionario si debbano soltanto prevedere bilanci (senza progetti definiti), patrocini, stanziamenti a chi li richieda, tagli di nastri e presenze alle inaugurazioni? Perchè, in gran parte, è questo cui assisitiamo.

  3. ombretta diaferia il 2 marzo 2012, ore 18:57

    Quando mi accingo a leggere le parole di Belli, so che saranno “intelligenti”.
    stavolta, però, alla prima riga mi son fermata.
    Davanti all’espressione “la gente si sia allontanata parecchio dalla vita sociale” ho dovuto riflettere per capire quanto oltre Belli volesse andar rispetto ad un’affermazione retorica.

    Chi si è allontanato dal valore sociale della cultura sono i politici, meglio chiamarli amministratori, però.
    Son coloro che “usano” la cultura esclusivamente per raccogliere il consenso.
    Porto ad esempio i luoghi ormai off limits per tutti noi che siamo alla ricerca di spazi in cui proporre al pubblico il nostro lavoro certosino e di ricerca, ma anche la mancanza di dialogo con le istituzioni che quando si trovano davanti un progetto, cercano di sotterrarlo o di metterci il cappello, ma mai di guardare alla cultura come “modalità che mette in grado l’uomo di essere operativo e attivo nel suo mondo e di usare tutte le forme di espressione sempre più liberamente per stabilire comunicazione tra gli uomini…” (cito il nostro motto abrigliasciolta riproponendo le parole UNESCO del luglio 1968 sui Diritti culturali e diritti umani).

    Pero, gentile signor Belli, non siamo vittime del governo tecnico, siamo cittadini italiani chiamati ad assumerci personalmente le responsabilità della cultura italiana, quella fatta di evasione fiscale e di intrattenimento, di amministratori concussori e di assenza di welfare. Ed un proliferare di associazioni, concentrate su una sola persona che sorride all’amministrazione (meglio quindi se parente).
    Anche se io non faccio parte di queste vaste schiere, mi sentirò sempre connivente. Perché non ho fatto la rivoluzionaria. Ad esempio quando l’amministrazione decise di far morire Amor di libro, avrei dovuto legarmi mani e piedi a quel tendone in piazza montegrappa per difenderne l’esistenza. La cultura deve stare in piazza e da anni fatico per portarla in questa città, dove comunque abbiamo sempre un pubblico caldo, disponibile, molto colto, che apprezza il nostro essere indipendenti, proprio perché sa che se compra un libro da noi, quei soldi non fanno profitto, ma vengono reinvestiti in altre azioni culturali.

    Ma per l’amministrazione tali azioni sono di fastidio, non perché lo siano realmente, ma perché non controllabili.
    Eppure sono ancora una cittadina che ha diritti, sono incensurata, titolare di una società che lavora per la comunità. E son talmente tanto pericolosa da entrare tutte le settimane in carcere a far agire la poesia.

    Personalmente sorrido sempre, quando sento parlare di crisi e della conseguente contrazione degli investimenti in cultura. Non solo perché da otto anni agisco in cultura da privato, ma perché la vedo relegata ad un mero computo economico e non alla promozione dell’uomo, per renderlo “operativo e attivo nel suo mondo”.

    E se io per prima non vengo informata e, quindi, non partecipo alla riunione sull’unificazione delle stazioni, mi sento privata di un diritto. Come continuo ad essere privata della possibilità di accedere ai nostri beni comuni.

    “La cultura, in realtà, dovrebbe essere posta tra le fondamenta dello “stato sociale”, dice giustamente Belli.
    Ma in assenza di tale presupposto politico, siamo noi ad essere obbligati a far sentire questa differenza.

    Nel 2006 proposi addirittura di concedere all’amministrazione “carovana dei versi”, che riunisce poeti di vaglio e da otto anni è sostenuta dall’UNESCO. Oggi ho la certezza che non interessa il valore culturale della poesia in azione che portiamo in giro per tutta Italia, bensì esclusivamente l’eco che mediatico che vi si crea intorno: in tutt’Italia si parla di cosa facciamo in quest’ultima provincia del profondo nord, ci hanno dedicato anche un documentario, ci invitano a convegni e rassegne di spessore.
    Ma quando chiediamo di entrare in un luogo pubblico a Varese, ci dicono di no, senza diritto di appello.
    Domenica scorsa abbiamo contato sul FAI per poter rendere pubblico un progetto molto importante . Solo l’Assessore all’Ambiente Stefano Clerici ne ha compreso il valore e per il rotto della cuffia ha accolto il progetto nelle domeniche verdi. E’ l’unico in tutti questi anni che ha avuto il coraggio di guardare oltre. Forse perché è di giovane per età ed esperienza?

    Forse è giunto il momento, da privato, di condurre un’astensione dall’azione per ricordare che non è il cittadino che si è allontanato dalla vita sociale e culturale, ma è la politica che ci sta sottraendo il diritto di costruirla, privandoci di strumenti come i luoghi, i finanziamenti (a cui non accedo io privato!), ma soprattutto le idee.
    (è stato simpatico vedere i nostri colori aziendali, arancione e viola sin dal 2004, utilizzati impropriamente da un’amministrazione e sentirsi dire dalla gente “ah, ma è una vostra iniziativa quella?” Mi sono limitata a sorridere della pochezza umana e non ho usato gli strumenti che qualsiasi azienda ha a disposizione.

    E forse per il collettivo carovana dei versi abrigliasciolta la vera azione per la poesia di quest’anno sarà quella di amplificare il silenzio assordante di chi dovrebbe gestire la res pubblica e ci sottrae il pensiero.
    Per non parlare più di speranze, ma di realtà quoditiana in cui costruire una cultura.

    Grazie Signor Belli per aver fermato il problema con le sue parole.

  4. Roy1 il 2 marzo 2012, ore 19:18

    premesso che l’espressione latina è “res publica”, non “pubblica”, mi associo a Giulio Moroni. Poche parole, anzi una sola: cioe?

  5. bruno belli il 2 marzo 2012, ore 20:31

    Devo ringraziare Ombretta Diaferia per avere colto la “provocazione” esprimendo un giudizio duro, ma sereno, che rispecchia la realtà dei fatti.
    E devo ringraziare, innanzi tutto, l’unico Direttore di testata, Andrea Giacomentti, il direttore di Varesereport, che mi ha permesso di lanciare un discorso “scomodo”, che talvolta propongo anche ai miei incontri del “venerdì”, che tutto sono tranne che “politici” (ed è un vanto).
    Se poi, il mio discorso è parso incompleto, il fine era quello di muovere un po’ le coscienze.
    Vedo che qualcuno ha iniziao con il “coglierlo”.
    Personalmente, lo considero già un importante passo.

  6. ombretta diaferia il 3 marzo 2012, ore 11:45

    Ringrazio il signor Roy1 per aver individuato il refuso (ai correttori di bozze, infatti, richiedo la concentrazione sulle anomalie dei segni non la comprensione del testo, riservata ai lettori!).

    Mi sincera tale signore, attivissimo nel discreditare ogni “mossa” che compio, registrata sulla stampa: in un commento, eccessivamente lungo (e me ne scuso), perché dettato da scrittura quasi automatica, quindi, trasparente, ne ho infilato solo uno!

    Il mio non è un giudizio, caro signor Belli, bensì un’ulteriore registrazione della realtà da parte di un’imprudente ricercatrice dell’evoluzione umana, che sta affrontando questa sotterranea complicità intessuta a livelli diversi per congelare ogni piccolo esempio di promozione della cultura, quindi, dell’uomo. Ma anche in carcere i ragazzi comprendono il passaggio dalla complicità alla collaborazione…

    Però, amo sempre il prossimo mio, anche se in questo momento storico mi delude non poco. Quindi, preferisco pensare che il signor dal “nom de plume” non sia “interno” al dibattito, quindi, abbia difficoltà a percepire un discorso chiaro, duro forse, ma chiaro.

    Il Signor Belli è un esempio del panorama culturale varesino: è costretto a dichiarare pubblicamente che i suoi “venerdì” non siano politici.

    Noi da privati, quali siamo, ci limitiamo a precisare che il nostro lavoro non è partitico.

    Ma tutto ciò è molto politico perché ha a che fare con la “res publica”. Quindi, scelgo di avere accanto chi la pensa diversamente da me, ma ha il coraggio di compiere azioni per il bene comune.
    Perché voglio abbattere muri, non innalzarne ulteriori. Anche fuori di metafora.

    Le attività che abrigliasciolta propone, fortunatamente non solo a Varese (altrimenti avrei potuto chiudere proprio il giorno dopo che “qualcuno” ci ha mandato un povero cristo ad aggredirci pur di fermare il movimento del pensiero che stiamo promuovendo), non sono partitiche ma, affondando in un discorso culturale, quindi, sono politiche.

    Come politico è divenuto un libro sull’ambiente, paradossale esempio di una società che ha dimenticato di preservarsi e che ha scelto in cambio di danaro di consumare le risorse disponibili a tal punto che il pensiero ambientale viene relegato ad una condizione partitica, non ad una necessità diffusa di difesa dei beni comuni.
    Questo non è un discorso scomodo, questo è un discorso necessario.

    Signor Belli continuiamo a scomodare le menti: non commettiamo reato e rendiamo noto ai cittadini ciò che sta accadendo nella ricerca di un consenso culturale, utile anche per celare il depredamento della nostra res publica.

    E quando parlo di cultura non mi limito alla letteratura, teatro, arte, cinema…
    Continuiamo a diffonderla, libera da sovrastrutture mentali.
    Come liberi siamo noi che promuoviamo il pensiero.
    Senza condizionamenti, privatamente e sempre serenamente. Per amore del prossimo nostro.

  7. Giuseppina De Maria il 4 marzo 2012, ore 21:30

    Per chi come me è sempre stato un “pezzo di Istituzione”, ed ora, anche da pensionata, resta legata alle regole che disciplinano i rapporti piramidali forse è meno difficile fare cultura con la consapevolezza di doversi confrontare con tutti e di dover affrontare una serie di variabili che dipendono dalle persone, dalle situazioni, dal momento. Ho imparato tutto a scuola, sul campo, muovendomi tra corsi serali (con studenti lavoratori) e diurni tra istituti diversi (Ipsia, Daverio, Casula), così l’arte del programmare, stabilire obiettivi a breve e a lungo termine, tener conto dei livelli di partenza per raggiungere tutti con gli stessi contenuti diversificati nei risultati è parte integrande del mio agire.
    Consapevole di avere una posizione privilegiata, anche ora che presiedo un’associazione di volontariato consolidata sul territorio, che gode di una sua autonomia economica e di un trattamento di appoggio istituzionale incondizionato, ripeto anche quello che più volte ho ribadito e in più ambiti, cioè che “l’unione fa la forza”. Se è nostro desiderio stimolare la cultura sul territorio, arrivare a diffondere qualcosa di utile, coinvolgere i giovani, dobbiamo partire ancora e sempre dalla scuola, collaborare tra noi associazioni e non, invitare i docenti ad essere visibili nelle nostre assemblee e con loro ci saranno i giovani. Non risponderanno al nostro appello gli insegnanti frustrati o quelli che si credono superiori e non si confrontano, non risponderanno gli insoddisfatti, gli “immobilisti”, ma ci saranno coloro che credono in quello che fanno, nel valore aggiunto che la loro “missione” può avere se escono dall’aula con i loro ragazzi. I giovani poi non vogliono adulti che si piangono addosso o predicano dall’alto di un pulpito, hanno già i loro problemi nell’incertezza di questa particolare fase di crisi epocale, vogliono tornare a progettare, a credere nel futuro, respirare l’entusiamo del vivere, inseguire la speranza.
    Facciamo proposte concrete, altrimenti ci parliamo addosso come i politici e finiamo col perdere l’entusiamo di credere anche in quello che di valido tentiamo di realizzare.

  8. bruno belli il 5 marzo 2012, ore 12:56

    Non credo che l’attività de “I Venerdì”, per restare ad un esempio concreto, proposto da chi ha cercato di muovere le acque di un silenzio intellettuale varesino assordante (il sottoscritto), Giuseppina, dimostri lo stadio del piangersi addosso, nè una mancanza di volontà di collaborazione, nè tanto meno – e tu lo sai perchè li frequenti – di predicazione dall’alto di un pulpito, fatto che, ahimè, rimane purtroppo sempre presente, nel reale distacco fisico e nell’impostazione delle “lezioni” (è questo il termine che permane), ad esempio, della tua “Uni3″, che mantiene, all’atto pratico, un’impostazione di stampo “accademico”. Su questo non hai riflettuto?

  9. Giancarlo Campiglio il 5 marzo 2012, ore 19:10

    Caro Bruno, io non faccio disqisizioni, entro subito nel nocciolo: i giovani sono assenti, non collaborano,perchè? — Sono frustrati e si sentono scippati nella loro dignità, da anni di allegra economia ( vedi opere pubbliche – grandi lavori edificati e non mai terminati: scuole , ospedali, fabbriche – edifici abbandonati perchè le imprese di costruzione fallivano , richidevano continue revisioni dei prezzi ( al rialzo) delle opere. Tutto questo è dovuto ad una enorme corruzione in particolare dei funzionari dello Stato preposti agli appalti. – Ora questi giovani dopo lo studio non hannoi mpiego,
    non hanno industria, non hanno lavoro.– Ricordo poi Guicciardini : “la coltivazione del proprio orticello”.. cioè una esaltazione dell’individualismo o forse meglio dell’egoismo. Già nel 1300 , Dante.. ricordi — Serva Italia non donna di province ..ecct..— Ho citato i “Grandi” per dire che il male del nostro popolo è antico.
    Ritorniamo al presente: i giovani non credono nel futuro, — non hanno la SPERANZA .. chissà. Io vivo in parte in Germania dai parenti – sento tante cose ..
    e con tristezza penso alla nostra bella Italia ed ad un popolo immerso nell’egoismo,
    nella ricchezza che arriva senza lavoro , produzione, investimenti; – ma facilmente con corruzioni e malaffàre. -Ecco , occorre un nuovo modo di pensare e di fare politica: con Dignità – Etica- comportamento Morale.

  10. Paolo Franchini, Varese il 6 marzo 2012, ore 17:56

    Sarò eccessivamente cinico, ma penso che ai giovani (a quasi tutti, almeno) importi poco di questo dibattito – così come di tanti altri – a prescindere dagli scippi, dalla frustrazione e dalla mancanza di futuro o di speranza… Tra l’altro, mi chiedo, fino a quando si è giovani?

  11. a.g. il 6 marzo 2012, ore 20:15

    Oh Signore…i ggggiovani…

  12. bruno belli il 7 marzo 2012, ore 12:05

    Dico solo questo, perchè dei “giovani” ho parlato alla fine del mio intervento iniziale.
    Credo che ai giovani, invece – l’età anagrafica poco importa, ma credo che, oggi si sia “giovani” almeno fino a 40 anni e più – tali argomenti possano interessare. Preferscono, magari, non parlare, perchè non sono stati considerati da troppo tempo.
    Sono disillusi: è vero. E non è una loro colpa, ma di chi ha gestito il potere – sociale, economico, politico – inm questi ultimi trent’anni.
    Dobbiamo noi – ancora giovani sui 40 – ed anche coloro che sono più anizani, cominciare a prendere contatto nuovamente con i più giovani, sopratutto cercando di capire il loro “malessere”. Perchè il malessere c’è.
    E non deve essere sottovalutato o ignorato.
    Almeno, a questo credo fermamente.

  13. bruno belli il 7 marzo 2012, ore 12:12

    Aggiungo solo: esemplare il commento (e, conoscendolo, in comportamento) di Giancarlo Campiglio, che vive tra Italia e Germania, un amico di vecchia data non più “giovane” che, però, è in grado di dialogare con tutti, indipendentemente dall’ età.
    Si può dialogare sempre: dipende solo dalla nostra volontà personale.

  14. abdul sensibile il 7 marzo 2012, ore 13:33

    iscusate ma nessuno ha pensato anche a nui muruchini giovani? io è amisci di maroco subiamo crisi standu in piassa repubblica a bere birrette di discaunt. meritiammo di più, merittiamo esselunga o coop (scelta in funsione di nustro orientamento pulittico).
    cordialmente
    abdul Sensibile

  15. ombretta diaferia il 7 marzo 2012, ore 14:45

    ismo, suffisso di guerra!

    la cultura non è faccenda d’età: chi ne ha meno porta nuova energia nella cultura corrente, che non ci sarebbe se non ci fossero coloro che son più maturi.
    (alcuni avrebbero fatto meglio a non esserci, ma espressione culturale è quella dell’identità comune, un bene comune da preservare!)

  16. bruno belli il 7 marzo 2012, ore 16:55

    Ad ABDUL SENSIBILE
    aliaa GIULIO MORONI (parmi, se non lessi male…)

    Maruchino stare in piassa /perchè societade grassa
    inculcò strane pretese / e il cittadino fa le spese.
    Se cultura fosse vera / forse in piassa più nessuno:
    più ricchessa e più rigore / senza neanche il Professore.
    Perchè tutti lavorando / non avrebber di rimando
    sulle spalle in società / lazzaroni in quantità.
    Il rispetto al cittadino /lo darebbe il marocchino
    che entrerebbe solamente/ se ci fosse certamente
    poco che di lavorare/ e non stare gozzovigliare.
    Tu berrsti la birretta /con la brava sigaretta
    dopo avere lavorato/. Ma putroppo, il nostro stato
    non insegna che doveri/ e diritti son mestieri
    da godere assai equamente/ quando intendi che la gente
    senza troppo pregiudizio/ possa avere il benefizzio
    che la nsotra società/ star in piedi in serietà,
    altrimenti tutti quanti/ ti sembrare deficienti.
    Se tu parli in lingua etrusca/ mi mangiara molta crusca:
    senza far troppo politica,
    ti lasciar almen per poco
    il buon senso respirar!

  17. ombretta diaferia il 7 marzo 2012, ore 18:11

    voglio bruno belli al primo poetry slam di Varese!

  18. sandro sardella il 7 marzo 2012, ore 22:19

    un tal giovine mi passò questa filastrocca:

    “me ne sto chiuso al cesso / si dice che sono depresso
    poi faccio colazione / con uno zabaione
    sulle scale si dice / di qualche nuova situazione
    succhio il sorbetto / prima di rimettermi a letto
    un poco mi masturbo / ma non disturbo
    ormai muto … rispondo con uno sputo ”

    ” .. mentre la base leccava l’altezza .. dosare le dita nel pugno .. ” (A. Bergonzoni)

    “La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.” (F. Fortini)

    ( .. mi sono permesso di lanciare alcune pilloline omeopatiche …………….)

  19. abdul sensibile il 7 marzo 2012, ore 22:54

    LA CULTURA NUN E’ TUTTO PER NUI GIUVVANI MARUCCHINI

    Caro bruno i pure bello / iu sentirti già fratello
    Precisare una cosa / nun per vantu nun per posa
    io gudere la birretta / la spessiata sigaretta
    nella nostra tienammen / mezu tanti gentlemen,
    ma nun vulere i lavoro / far fatica mi addoloro
    e se tu dare me suldino / io cumprare buon panino.
    Per il resto sono franco / metto nero i su bianco
    cun cultura e parlar dotto / di sicuro nun fai botto
    belle donne di varesse / iu guardare tutto il messe
    conta poco il latinorum/ il salutto i cineforum
    luro sogno proibitto / te lu dico e nun sto zitto
    da davanti e di terga / maruchino cun sua verga.

    (da Abdul Sensibile a nuovo amigu Bruno Belli)

  20. bruno belli il 8 marzo 2012, ore 13:02

    Caro Moroni, mi permetta di tornare brevemente serio, dopo la parentesi ironica cui mi ha intelligentemente e provocatoriamente “invitato”.
    Sì, forse è vero che la cultura non è tutto, ma un generale impoverimento ha permesso che il pressapochismo, il qualunquismo e l’imporvvisazione abbiano preso, sovente, il posto della serietà e, di rimando, il tutto si sia riflesso nell’incapacità di agire guardando i problemi a 360 gradi, tra l’altro, tutte sempre strettamente connessi. Da questo, forse, anche la conseguenza problematica dell’immigrazione che la Lega, cui Lei appartiene, ha posto tra i primi punti dei programmi politici nazionali e locali. La Lega, però, che al governo è stata, ottenendo, mi sembra, poco o nulla, a conti fatti, nonostante un ministro dell’Interno, l’onorevole Maroni, che ha agito, in generale, in modo abbastanza egregio nel suo ruolo.
    Allora, se ragioniamo come il simaptico ed acuto Abdul, solo con le parti basse ,”dure” o “molli”,di fatto, “dopo il il chiasso non rimane un ca…”
    Perchè, ad esempio, il maxi errore della Lega – che è apportatrice anche Lei, di molte discussioni utili e fondamentali – è stato il non riuscire a rendere “concrete” determiante richieste che provenivano anche dagli elettori della stessa. E, sa, c’entra la cultura. Mi sembra che il primo errore – nodale – sia stato il dimenticare quelle risposte, che diventavano anche “proposte” da potere percorrere, le quali Gianfranco Miglio chiariva sulla base della storia e della cultura sociale, ad esempio, nel celebre “Come cambaiare” del 1992, dal quale non avete saputo trarre il “tesoro” ivi contenuto.
    Mi fermo, perchè siamo usciti, in parte, fuori tema, dalla cultura in geenrale alla cultura politica…
    ma se il direttore di Varesereport me lo permetterà, lo potremmo anche toccare prossimamente.

  21. ombretta diaferia il 8 marzo 2012, ore 15:15

    questa pagina è un esempio di vera cultura: ” la totalità dei modi con i quali gli uomini creano progetti per vivere” (unesco diritti culturali e diritti umani).
    esempio di come la commistione non sia fuori luogo.
    è cultura il cittadino italiano, come quello temporaneo, come quello in attesa di divenirlo (per bontà di qualcuno), giovane, adulto ed anziano. ognuno con la propria. anche se da un politico mi attendo conoscenza e non ignoranza, prima di tutto.

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