Varese

Memoria e ricordo non siano vuoti riti. Una lettera

Esuli istriani

Riceviamo in redazione e volentieri pubblichiamo questa lettera dello storico varesino Franco Giannantoni, sul tema delle foibe e su quello della Shoah. Una lettera ricca di spunti di riflessione sull’uso della memoria, spesso utilizzata a senso unico

E’ giusto e doveroso ricordare le vittime innocenti di quella tragedia. Le Foibe furono un delitto immane. Ma, come per il “Giorno della Memoria della Shoah”, anche per le Foibe occorre affrontare la pagina storica nella sua completezza. Noi italiani non siamo stati estranei a quei fatti. Noi abbiamo delle gravissime responsabilità.

Per le Foibe, è doveroso dunque andare senza silenzi ai precedenti massacri, fucilazioni, nefandezze dell’esercito di Mussolini nei Balcani (Grecia, Croazia, Bosnia, Jugoslavia). E’  il punto di partenza per comprendere l’odio titino. Nessuno dei generali italiani, come è noto, autentici criminali di guerra, pagò mai il prezzo della violenza compiuta, malgrado le richieste dei Paesi stranieri, che fossero processati.

Sappiamo il perchè. Il ritrovamento anni fa a Palazzo Cesi a Roma dell’  “Armadio della Vergogna”, con le inchieste per stragi nazifasciste, “archiviate provvisoriamente” (istituto mai previsto in nessun codice italiano) per “ragion di Stato”, in piena guerra-fredda con l’esercito tedesco che si stava organizzando in funzione antisovietica. Nessuno doveva finire davanti alla Corte di Assise internazionale nè italiani nè tedeschi (leggere sul punto il carteggio dei ministri della Difesa e degli Esteri dell’epoca, Taviani-Martino, nel fondamentale libro di Franco Giustolisi).

Così per la Shoah: in queste giornate di ricordo della caccia all’ebreo, particolarmente feroce, soprattutto nella nostra provincia dove si ammassò, in cerca della salvezza, gran parte della Comunità ebraica del Nord (il confine del Varesotto era da un punto di vista orografico più facile da superare di quello del Novarese, del Comasco, della Valtellina), non ho mai sentito una sola forte parola sul collaborazionismo repubblichino. Senza il contributo di Prefetti, Questori e Podestà che si affrettarono a consegnare ai tedeschi (Varese compresa) gli elenchi degli ebrei-residenti che il pavido Pietro Badoglio nei 45 giorni del suo governo militare dopo il 25 luglio1943 non aveva distrutto, la repressione antisemita in Italia non avrebbe avuto le dimensioni che ebbe.

Il rischio dunque è che questi “Giorni della memoria”, legittimi, opportuni, finalmente disposti, diventino un vuoto rito reducistico. Il rischio esiste e va intercettato. Si parla per qualche ora, si fa musica e teatro, e poi, se capita, il giorno dopo si sputa in faccia al diverso, si criminalizza l’extracomunitario in cerca di pane o si celebra, sotto pelle, un anacronistico spettacolo nazionalistico. Non abbiamo, soprattutto oggi, bisogno di questo. I giovani debbono ricordare ma soprattutto devono sapere. Tutto sino all’ultima riga. Anche di noi, del ruolo giocato con ferocia inumana dall’Italia fascista.

Franco Giannantoni

8 febbraio 2012
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Un commento a “Memoria e ricordo non siano vuoti riti. Una lettera

  1. Gabriele Bardelli il 9 febbraio 2012, ore 13:04

    « Ricordo che nel 1946 io ed Edward Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Si trattava di dimostrare alla commissione alleata che quelle terre erano jugoslave e non italiane: predisponemmo manifestazioni con striscioni e bandiere.
    Ma non era vero? (domanda del giornalista)
    Certo che non era vero. O meglio lo era solo in parte, perché in realtà gli italiani erano la maggioranza nei centri abitati, anche se non nei villaggi. Bisognava dunque indurli ad andare via con pressioni d’ogni genere. Così ci venne detto e così fu fatto. »
    (Milovan Gilas – Panorama, 21 luglio 1991)

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