Lettere

Il futuro delle province

La giunta regionale della Lombardia sta esaminando, in queste ore, l’opportunità  di impugnare, davanti alla corte costituzionale, l’art.23 del c.d. “decreto salva Italia” (d.l.201/11, convertito nella l. 214/11), nella parte relativa alle province (cc.14-21), che mira a ridurre questi enti previsti dalla costituzione – e, quindi,  sopprimibili solo attraverso la sua modificazione – a dei meri fantasmi.

E’ da auspicare che la decisione sia positiva, come quella di altre regioni. Desidero qui pubblicizzare la mia presa di posizione, espressa nella riunione del  comitato legislativo regionale del 16 gennaio scorso, quando  è stato chiesto a questo organo di consulenza della giunta, in campo costituzionale,  di esprimere un parere in proposito. Mi astengo volutamente dal riportare le argomentazioni di natura più strettamente giuridica che potrebbero annoiare i lettori.  

Ebbene, ritengo – con altri colleghi del comitato – che sia impensabile immaginare che una regione delle dimensioni della Lombardia, con una popolazione di quasi 10 milioni di abitanti – superiore, quindi, a quella dell’Austria, della Svizzera e della Svezia, solo per fare qualche esempio-possa essere governata o centralmente da Milano oppure per tramite dei comuni. E’ chiaro che è necessario che vi sia pure un ente di governo intermedio – democraticamente eletto – così come ha saggiamente previsto il legislatore costituente.

Con la nuova legge del governo Monti, invece,   alle province – private di mezzi e di personale (è previsto solo un servizio di segreteria)- rimangono  solo “funzioni di indirizzo e coordinamento dei comuni”, che non si sa con quali mezzi potrebbero essere esercitate. Si pensi – per esempio – ad un servizio fondamentale, come quello del governo del servizio idrico – cioè, in parole più semplici, della fornitura dell’acqua-  di competenza delle  province, e  che anche  il recentissimo “decreto liberalizzazioni” (d.l.1/12 del 24/1/12) stabilisce continui ad avvenire con “dimensioni  comunque non inferiori alla dimensione del territorio provinciale” (art.25,c.1).

Un recente studio della Bocconi, risalente al dicembre scorso, ha dimostrato scientificamente che la soppressione o lo svuotamento  delle province produrrebbe un aumento dei costi,anziché una loro diminuzione. a causa della necessità di trasferire il personale, gli immobili, le infrastrutture a regioni e comuni.

I dipendenti provinciali sono circa  56.000-contro i 37.000  delle regioni-secondo il Conto del personale del 2010. Divenuti in parte regionali, verrebbero a godere di un trattamento economico più dispendioso – per via di un diverso contratto collettivo – causando così, invece di un risparmio, un enorme aggravio di spese, senza contare i problemi di assorbimento sotto il profilo organizzativo e logistico. Quelli trasferiti ai comuni verrebbero ad aggravare le loro finanze, già ridotte al lumicino: bisognerebbe modificare il c.d. ”patto di stabilità”. Vi sarebbe poi da inventariare e trasferire un patrimonio immobiliare e mobiliare immenso (125.000 kilometri di strade, circa 5.000 edifici scolastici, sedi di servizio, mezzi, auto, arredi, dorsali per reti telematiche, magazzini ecc.), il che richiederà molto tempo. Si pensi che non sono ancora definiti del tutto i passaggi patrimoniali dai comuni alle province degli edifici delle scuole superiori, decisi con la l.23/1996 (16 anni fa!).

Per quel che riguarda, poi, le competenze da trasferire a regioni e comuni, solo l’individuazione di quelle previste , oltre che dal T.U. degli enti locali (d. l.vo 267/00), dai 164 articoli del d.l.vo 112/1998 e dalle varie altre leggi – statali e regionali  che hanno demandato alle province ulteriori compiti, costituirà un lavoro immane. Si tratta di competenze che vanno dal governo del territorio e dell’ambiente, alle acque (compreso il servizio idrico integrato), alla viabilità, ai trasporti, alla protezione civile, al mercato del lavoro (d.l.vo 469/1997).  E’ prevedibile un “caos” amministrativo di enorme portata, che inciderà pesantemente sulla vita delle persone. Si pensi solo ai disoccupati ed ai disabili, a favore dei quali solo da pochi anni si era assestato il sistema provinciale dei servizi per l’avviamento al lavoro.

Sulla questione delle province conviene ricordare l’opinione di un grande economista e “padre delle patria”, Luigi Einaudi.  Egli – quando oramai presagiva il crollo del fascismo ed il ritorno dall’esilio svizzero – scrisse, il 17 luglio 1944, sul quotidiano luganese “La Gazzetta Ticinese”, un articolo dal significativo titolo: “Via il prefetto”, dove proponeva l’abolizione di questa figura, “inoculata nel corpo politico italiano da Napoleone”. In alternativa ad essa, vedeva la provincia – divenuta un’istituzione democratica – quale modo perchè gli “italiani … imparino, a proprie spese, a governarsi da sè”. Le province (che si sarebbero potute chiamare anche “vicinanze”, a simboleggiare uno stato di prossimità tra governanti e governati) avrebbero dovuto costituire qualcosa di analogo ai cantoni svizzeri, modello di autogoverno. Egli ricordava come nella  Confederazione fosse normale che un uomo politico cominciasse la sua carriera dal cantone, per poi giungere al parlamento e, quindi, al consiglio federale. “Tutti questi consessi ed i 25 cantoni e mezzi cantoni e la Confederazione hanno così numerosissimi legislatori e centinaia di ministri, grossi e piccoli, tutti eletti, ognuno dei quali attende alla cosa propria, senza vedersi mai tra i piedi il prefetto”. Ciò, ammetteva Einaudi, poteva avere dei costi, ma costituiva il miglior vantaggio, perchè scuola di democrazia. Lasciamogli la parola: “Così si forma una classe politica numerosa, scelta per via di vagli ripetuti. Non è certo che il vaglio funzioni sempre  a perfezione; ma, prima di arrivare ad essere consigliere federale o nazionale in Svizzera, o di essere senatore o rappresentante nel congresso nord-americano, bisogna essersi fatti conoscere per cariche coperte nei cantoni o negli stati ed essersi guadagnata una qualche  fama di esperto ed onesto amministratore. La classe politica non si forma da sé, né è creata dal fiat di un’elezione generale. Ma si costituisce lentamente dal basso; per scelta fatta da gente che conosce personalmente le persone alle quali delega l’amministrazione delle cose locali piccole e poi, via via, quelle delle  cose nazionali più grosse”.  Sono parole di palpitante attualità, in un paese che non ha trovato di meglio che affidarsi ad un “governo tecnico”.

Cordiali saluti.

Avv. prof. Mario Speroni

Università di Genova

Comitato legislativo della regione Lombardia

3 febbraio 2012
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2 commenti a “Il futuro delle province

  1. cittadinosuperpartes il 4 febbraio 2012, ore 11:09

    Egr Professore Le argomentazioni che lei fornisce a supporto della sua tesi a sostegno delle provincie sarebbero convincenti se ci trovassimo nelle condizioni di 50 anni fa dove mezzi di comunicazione e logistiche erano ancora agli albori.Lei nel sostenere una istituzione ne vorrebbe abolire un’altra la prefettura quindi la ritiene innutile e dannosa con dispendio di risorse. A mio modesto parere anche le provincie sono innutili dispendio di risorse economiche con risultati modesti con una gran pletora di politici ed impiegati che non dovrebbero accasarsi in regione ma una volta abolite, devono accedere all’iter che percorrono tutti i lavoratori cioe’ la cassa integrazione, e poi la mobilita’. bisogna razionalizzare tutta la pubblica amministrazione renderla efficente e produttiva con regole che si applicano nel privato e sopratutto basta con tutti sti politici e dirigenti che ha vita ricevono uno stipendio dalle tasse di tutti i cittadini. Basta pagare il bollo auto per impiegati di provincie che fanno poco o nulla. Bisogna avviare tutta una serie di riforme dal Parlamento alle Regioni dimezzare i parlamentari e compensi, due legislature e poi non piu’ eleggibili e’ su queste riforme che insigni studiosi come Lei si dovrebbero applicare, per razionalizzare rendere sempre piu’ efficienti i servizi con minor costo compresa la politica. Di sicuro con persone meritorie di occupare questi posti ne guadagnera’ anche la tanta auspicata DEMOCRAZIA

  2. tredag il 5 febbraio 2012, ore 15:02

    La tesi del Professor Mario (oops: da non confondere con l’altro chiamato a fare il Medico rianimatore di un Paese distrutto da anni di malgoverno) Speroni del Comitato legislativo della Regione Lombardia non mi sembra molto convincente. Sembra la realizzazione di un pensiero di Molnar (quello anche dei Ragazzi di Via Paal): non è la funzione (intesa caro Avvocato come servizio al Cittadino) che crea l’organo (inteso come organizzazione amministrativa) bensì l’organo (aggiungo per il caso province che non ha alcuna funzione o ne ha poche) a crearsi una funzione. Quello che fanno (!!!) le Province non l’ha mai percepito nessuno (il nessuno è il Cittadino qualunque non iscritto ai Partiti o ad altre organizzazioni onnivore) e questo significa che le funzioni (inutili o ripetitive) non servono a nessuno: quelle che ci sono possono essere con facilità trasferite agli organi utili (al primo posto metto il Comune che è l’organo più vicino ai Cittadini o alle Regioni. Il Personale andrebbe ad altri Uffici della zona che sicuramente ne hanno effettivamente bisogno. Sa il Prof. Mario, l’avvocato difensore degli Enti inutili intendo, che le Province si sono inventate anche una Polizia con autovetture che si aggiungono ad altre Forze dell’Ordine alla ricrca di uno spazio proprio (Molnar docet).
    Cordialmente
    tredag

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